COINVOLTE SPAGNA, FRANCIA, ITALIA E GRECIA

Rischio geomagnetico, il Mediterraneo s’attrezza

Si chiama “Space Weather User Needs for the Mediterranean Region” ed è un progetto approvato dall’Agenzia spaziale europea per costituire una rete di servizi per il meteo spaziale dedicata all’area mediterranea. Ne parliamo con il coordinatore italiano, Mauro Messerotti dell’Inaf di Trieste

Schema dei principali effetti dello Space Weather sui sistemi biologici e tecnologici a terra e nello spazio. Crediti: Crediti: Esa; Belgian Institute for Space Aeronomy. Traduzione: M. Messerotti

Droni, automobili senza pilota, aerei… tutti mezzi che si affidano per il loro funzionamento ai sistemi satellitari globali di navigazione – il Gps innanzi tutto. E che per questo motivo ci rendono estremamente vulnerabili ai capricci della nostra stella, il Sole. In particolare, alle tempeste geomagnetiche, e più in generale al cosiddetto space weather, il meteo spaziale: un “meteo” le cui turbolenze sono all’origine sia di fenomeni affascinanti quali le aurore polari sia di conseguenze assai meno piacevoli quali, appunto, disturbi alle reti di telecomunicazioni o blackout lungo le linee elettriche.

Per iniziare a coordinare – su scala macroregionale – i numerosi servizi già esistenti dedicati allo studio e al monitoraggio dello space weather, l’Agenzia spaziale europea (Esa) ha ora approvato e finanzierà il progetto “Space Weather User Needs for the Mediterranean Region”: un piano d’azione espressamente orientato all’area del Mediterraneo. Un progetto di breve durata – se tutto va bene un anno, in quanto propedeutico a progetti futuri di più ampio respiro – del quale fa parte anche l’Istituto nazionale di astrofisica.

Ed è proprio al responsabile italiano del progetto – nonché coordinatore del neonato gruppo per la “Meteorologia e Climatologia dello Spazio (Space Weather and Space Climate)” dell’Inaf – Mauro Messerotti, fisico solare all’Inaf di Trieste, che ci siamo rivolti per scoprirne le finalità.

Quali sono le nazioni coinvolte?

«Anzitutto la Spagna, che ha il ruolo di coordinatrice del progetto, poi oltre all’Italia ci sono anche la Francia e la Grecia. Sono le nazioni che, soprattutto per la loro già provata esperienza nel campo dello space weather, sono state ritenute particolarmente affidabili per effettuare questo studio».

Perché un’attenzione particolare dedicata proprio al Mediterraneo?

«Le regioni che si affacciano sul Mediterraneo hanno delle peculiarità che riguardano alcuni degli impatti dello space weather, soprattutto per quanto attiene agli effetti regionali delle modificazioni della ionosfera, delle correnti geomagneticamente indotte e anche dello stesso geomagnetismo. C’è quindi un insieme di perturbazioni che sono specifiche di quest’area mediterranea, e che quindi l’Agenzia spaziale europea – che è appunto la promotrice di un’infrastruttura che si chiama Esa Space Situation Awareness – Space Weather Segment – è interessata a sviluppare».

Crediti: Esa

Questo perché il Mediterraneo è più vulnerabile allo space weather di altre regioni?

«No, non siamo più vulnerabili. È proprio perché l’Esa vuole capire meglio quali siano le specificità – e quindi eventualmente sviluppare dei servizi addizionali, o degli affinamenti dei servizi esistenti, nell’ambito, appunto, della sua infrastruttura. Infrastruttura che fornisce più di cento servizi – quindi dati specifici 24/7, con osservazione continue e con previsioni continue – per tutti gli utenti, principalmente europei».

Che tipo di servizi?

«È una rete che comprende quasi 150 tipologie di servizi, che si estendono dall’osservazione del Sole per arrivare alla ionosfera, alla magnetosfera, alle correnti geometricamente indotte. Servizi che sono forniti da provider che distribuiti in Europa. In Italia, per l’Inaf, c’è l’Osservatorio astrofisico di Catania, che fornisce le informazioni relative alle regioni attive del Sole e alle osservazioni della cromosfera in luce rossa dell’idrogeno, e c’è anche l’osservatorio di neutroni Svirco, che si trova allo Iaps di Roma, che facendo parte della rete mondiale di osservatori di neutroni fornisce i dati alla rete dell’Esa. Poi ci sono, appunto, osservazioni di tipo ionosferico, osservazioni di tipo geomagnetico… C’è una copertura completa di tutto quello che è l’ambiente Sole-Terra, in maniera tale da poterlo monitorare, facendo anche dove possibile delle previsioni di quello che ci si aspetta».

Previsioni di quali eventi?

«Per esempio, le turbolenze della ionosfera, oppure l’arrivo di un’espulsione coronale di massa. Tutto questo, dicevo, è organizzato in quasi 150 servizi».

Se tutto va bene, arriveremo dunque ad avere anche noi europei un servizio simile allo Space Weather Prediction Center del Noaa americano?

«È quello a cui si sta puntando attualmente, proprio perché l’Europa ha vari servizi a livello nazionale. L’Inaf ora si sta organizzando in questo senso, entro l’anno si metterà a punto una rete di servizi nazionali preliminare per lo space weather, fatta con gli asset dell’Inaf. Anche altre nazioni, naturalmente, hanno in corso qualche cosa del genere. Il tutto è al momento coordinato a livello europeo dall’Agenzia spaziale europea, che per prima ha spinto in questa direzione».