L’AVVENTURA DI SESSANTA PICCOLI SCIENZIATI

Dal deserto dell’Etiopia verso altri mondi

Intervista alla geologa Barbara Cavalazzi, di ritorno dalla prima “Afar Desert Class”: un progetto didattico nel deserto dell’Etiopia per spiegare ai bimbi delle elementari e ai loro insegnanti come si studiano la Terra e gli altri pianeti – e le tante risorse che il nostro pianeta ci mette a disposizione

Barbara Cavalazzi e alcuni bambini della Afar Desert Class. Crediti: M. Tamrat/B. Cavalazzi

Trovarsi nel deserto dell’Etiopia con bimbi e insegnanti del posto, per parlare di geologia e di forme di vita extraterrestri. Spiegare sul campo cosa fanno gli scienziati e dare alla comunità una opportunità di crescita e sviluppo. È quello che sta facendo Barbara Cavalazzi, una geologa dell’Università di Bologna, con la “Afar Desert Class“, nata nell’ambito del progetto europeo Europlanet in collaborazione con Gemma – Museo Mineralogico e Geologico Estense dell’Università di Modena e Reggio Emilia e con il supporto di alcune associazioni e sostenitori privati. L’abbiamo incontrata di ritorno dal deserto della Dancalia, dove ha appena trascorso un paio di settimane di studio e lavoro.

Barbara, quale percorso ti ha portato da Bologna nel deserto dell’Etiopia?

«Sono una geologa e mi occupo di ambienti estremi e di forme di vita estremofila. Dal 2013 con l’Università di Bologna ho iniziato a esplorare questa parte di mondo, quando ancora nessuno conosceva il deserto della Dancalia, come possibile analogo terrestre per Marte. Oggi sappiamo molto di più di questo luogo, che può essere considerato come uno dei posti naturali più estremi al mondo, dove le temperature ambientali facilmente raggiungono i 50 °C. In mezzo a questo deserto di sale, sorge il Dallol, una struttura vulcanica – una cupola di sale di circa 60 metri di altezza – formata da un’eruzione freatomagmatica (un’eruzione vulcanica in cui l’interazione tra magma e acqua gioca un ruolo importante). Sulla sommità, sorgenti idrotermali di acque calde fino a 110 °C ed estremamente acide, con pH pari a 0 e salinità elevatissima. Dopo diverse campagne geologiche in queste regioni sono venuta a contatto con molti bimbi, che alla fine delle mie giornate gironzolavano intorno ai miei campioni, curiosi. Mi sono resa conto che malgrado le condizioni estreme e tutte le difficoltà, la loro curiosità era la stessa di qualunque bimbo in qualunque altro posto del mondo».

E hai avuto un’idea…

«Uno dei problemi principali per insegnare ai bambini del posto era la barriera della lingua. Quindi, ho pensato di creare un programma con l’idea di insegnare agli insegnanti per arrivare ai bambini e offrire loro conoscenze e opportunità.  Il programma si chiama Space: Speaking Planet to Teachers Community in Ethiopia, che si potrebbe tradurre con “parlare di pianeti alla comunità degli insegnanti etiopi”. Space è nato nel 2013 ed è stato sviluppato nell’ambito del progetto AlmaEngage, di cui è partner anche la Società di planetologia europea Europlanet. L’obiettivo è quello di confrontarsi con le comunità locali, specialmente nelle zone rurali, per creare delle opportunità, realizzando per esempio dei percorsi formativi destinati alla scoperta del territorio in rispetto e armonia con le comunità locali e la loro cultura. Ci concentriamo sulla formazione degli insegnanti e alla realizzazione di progetti e percorsi in ambito scolastico».

La prima Afar Desert Class nel deserto dell’Etiopia. Crediti: Barbara Cavalazzi

Non deve essere facile portare dei bimbi delle elementari e fare lezione in un deserto estremo. Intanto ci puoi raccontare come si è svolta questa esperienza appena conclusa?

«Nell’ambito di Space, ho realizzato quest’anno la prima Afar Desert Class, un’escursione didattica pensata per gli studenti del villaggio – delle elementari e delle medie –in un posto così speciale da far comprendere loro le peculiarità del luogo in cui vivono. Il corso si è svolto dal 23 al 25 febbraio, e ha coinvolto 60 bambini della scuola elementare di Hamed’Ela e i loro 6 insegnanti. E, come spesso accade in Africa, tutta la comunità del villaggio. Il primo giorno ho fatto lezione agli insegnanti sulle peculiarità geologiche della loro regione. Ovviamente anche la sicurezza dei bambini è stata un tema fondamentale, visto che i luoghi che avremmo visitato sono estremamente caldi e acidi. Nella giornata successiva ci siamo mossi con delle macchine per portare i bambini sul campo. Indimenticabile la partenza dalla scuola, con tanto di insegnanti in camice bianco, bambini in fila indiana e bandiere della regione dell’Afar e dell’Etiopia che sventolavano al nostro passaggio.
 Dopo aver attraversato con le macchine la distesa di sale del deserto, siamo arrivati sul vulcano Dallol, dove abbiamo fatto tappa. Lì i ragazzi hanno scoperto sul campo cosa possono offrire le loro regioni dal punto di vista scientifico e geologico, e imparato a guardare il loro luogo d’origine con altri occhi».

E lì, nel mezzo di un deserto, i bimbi hanno visto come lavora un geologo…

«Grazie all’aiuto dei loro insegnanti, che hanno fatto da traduttori, ho spiegato ai bambini, in modo semplice, quello che li circondava, il perché dei diversi colori e come si erano formati. Per esempio, quelle sorgenti bollenti ed acide: perché sono lì, e come le studiamo? Insieme a loro abbiamo raccolto campioni e minerali, misurato il pH e altri semplici parametri come la temperatura. Insomma, abbiamo fatto tutto quello che fanno gli scienziati, per capire insieme come lo fanno e soprattutto perché lo fanno – e perché è così importante. In altre parole, abbiamo applicato il metodo scientifico alla base di tutte le scienze naturali, partendo dall’osservazione. Ma l’idea è anche quella di dare ai bambini consapevolezza dell’unicità del posto nel quale vivono, e di esserne fieri e proteggerlo dall’inquinamento “plasticoso” dei turisti. I bambini, che nella loro vita hanno visto solo la realtà del deserto, sono rimasti stupiti di sapere che quello è un posto unico al mondo, con molte potenzialità scientifiche ma anche turistiche. C’è molto da fare, per lo sviluppo di questi paesi, e dobbiamo farlo un passo alla volta, partendo dai bambini».

Ritratto di gruppo dei partecipanti alla Afar Desert Class. Crediti: B. Cavalazzi

Dicevi che l’esperienza ha coinvolto anche le famiglie dei bambini?

«Sì, è così: questi tre giorni sono stati un vero e proprio evento per tutta la comunità. Tornati al villaggio, nel terzo giorno del nostro percorso, abbiamo invitato le famiglie nella scuola. Lì abbiamo organizzato una mostra fotografica sul progetto, e i bambini hanno fatto da guida ai loro genitori, raccontando loro tutto quello che avevano visto e imparato. È stata una vera festa per tutto il villaggio, con un grande pranzo, di cui tutta la comunità si ricorderà a lungo. 
Anche perché, alla fine del percorso, abbiamo regalato loro del materiale didattico per continuare l’esperienza in autonomia. Grazie agli organizzatori, ma anche grazie alle associazioni I Bambini del Deserto e Vivere Insieme in Pari Dignità, all’Istituto comprensivo Pescara 5, alla Zab Tours Ethiopia e ai molti amici che hanno collaborato condividendo questa mia idea, abbiamo potuto regalare ai bambini e alla scuola materiale scolastico, libri e indumenti. E un piccolo sogno. Devo dire che i bimbi all’inizio di questa avventura erano increduli – non riuscivano a credere che tutto fosse stato organizzato per loro – e sembravano quasi spaventati. Poi nel corso dei tre giorni si sono sciolti, ci siamo divertiti, hanno imparato molto. E in cambio mi hanno insegnato qualche parola in afar e quanto si possa fare per i paesi in via di sviluppo, partendo dalle nuove generazioni.
 Ci siamo lasciati con un arrivederci: perché sì, questo è diventato un aspetto importante della mia ricerca scientifica.