ECCO LE PRIME IMMAGINI DETTAGLIATE

C’è una “scamorza” nella fascia di Kuiper

Stanno arrivando dalla missione New Horizons della Nasa le prime immagini dettagliate del corpo celeste più distante mai esplorato nella storia dell’umanità: l’antichissimo oggetto della fascia di Kuiper soprannominato Ultima Thule. Si conferma la forma bilobata

     03/01/2019

Ultima Thule osservata il 1° gennaio da 27mila km. Crediti: Nasa / JhuApl / Swri

Inviarla non è stato facile. Viaggiando alla velocità della luce (al rate di un kilobit al secondo), il file ha impiegato oltre sei ore per coprire i sei miliardi e mezzo di km che separano la sonda New Horizons della Nasa dalle antenne del Deep Space Network qui sulla Terra. D’altronde, ciò che conteneva era qualcosa di straordinario: la prima fotografia dettagliata del più remoto corpo celeste mai esplorato – Ultima Thule, l’oggetto della fascia di Kuiper sul quale la sonda ha compiuto un flyby il giorno di Capodanno.

Guardiamola, dunque, questa fotografia scattata da 27mila km di distanza alle 6:01 ora italiana del primo giorno dell’anno. La prima cosa che sorprende, naturalmente, è la silhouette: a pupazzo di neve secondo alcuni, a scamorza secondo altri (qui potete esprimere il vostro voto). È ciò che gli scienziati chiamano una contact binary, una forma bilobata: due sfere irregolari saldate fra loro – 14 km di diametro la più piccola, 19 km la più grande – a formare un corpo – la scamorza, appunto – lungo in tutto 33 km. La “saldatura”, dicono i ricercatori, risale a quando il Sistema solare aveva appena un centesimo dell’età attuale, agli albori della sua formazione, circa 4.5 miliardi di anni fa. È il prodotto della collisione fra due corpi sferoidali scontratisi l’un l’altro a bassa velocità – grosso modo quella di un lieve tamponamento fra due auto. Una forma sorprendente, dicevamo, ma certo non inedita: basti pensare alla cometa 67P, quella visitata dalla missione Rosetta.

Il processo di formazione ipotizzatoper Ultima Thule. Crediti: Nasa / JhuApl / Swri / James Tuttle Keane (trad. it. di Media Inaf)

Un secondo aspetto che colpisce chi, come noi, nei giorni scorsi abbia seguito l’avvicinamento di New Horizons al suo obiettivo, è la differenza di nitidezza fra l’immagine acquisita appena poche ore prima da 1.9 milioni di km di distanza – quella del 31 dicembre, dove Ultima Thule occupa in tutto tre pixel – e questa del primo gennaio, nella quale è possibile apprezzare la topografia della superficie e persino notare l’assenza di crateri. E per le prossime ore sono attese immagini ancor più dettagliate, con una risoluzione fino a 33 metri per pixel.

Terza caratteristica sorprendente, il colore: un’ora e mezza prima del flyby, New Horizons ha infatti scattato anche alcune immagini a colori con la Multispectral Visible Imaging Camera, questa volta da 137mila km di distanza. Immagini nelle quali Ultima Thule appare con una colorazione rossastra che ricorda la “macchia di Mordor” osservata sempre da New Horizons su Caronte, una delle lune di Plutone.

A sinistra: fotografia di Ultima Thule a colori (crediti: Nasa/Jhuapl/Swri). A destra: la rappresentazione artistica di Steve Gribben (crediti: Nasa/Jhuapl/Swri/Steve Gribben)

E questo ci porta a un quarto aspetto che lascia stupefatti: l’incredibile somiglianza della “vera” Ultima Thule con quella immaginata quasi un anno fa da Steve Gribben, artista dell’Applied Physics Laboratory della Johns Hopkins University (Apl). È sua la mano geniale che già nel marzo del 2018, quando ancora Ultima Thule era solo un’arida sigla (2014 Mu69), ne tracciò con una precisione che sfiora la preveggenza la forma bilobata. D’altronde, Gribben non è nuovo a queste intuizioni sorprendenti. Quando, prima del 2015, si trattò di immaginare come New Horizons avrebbe visto Plutone e le sue lune, si mise al lavoro con i ricercatori, e a partire da quel poco che si sapeva creò una serie di tavole artistiche per preparare i media e il pubblico all’incontro. Ebbene, quando iniziarono a giungere le immagini vere e proprie, ricorda Jason Farman in Delayed Response, saltò fuori che Gribben aveva indovinato alcune caratteristiche fisiche – come il colore bluastro dell’atmosfera di Plutone – che nemmeno gli scienziati della missione erano stati in grado di immaginare. «Mi dicevano non sappiamo che aspetto avrà, dunque dalle un bell’aspetto».

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