FILONI D'ORO IN ORBITA NELLO SPAZIO

Le miniere spaziali del futuro

Presentato ieri all'European Planetary Science Congress un white paper che illustra le sfide da superare dalla nascente industria mineraria spaziale. Uno scambio tra comunità scientifica e imprese per rendere questa nuova corsa all'oro una realtà.

Rappresentazione artisitca di una possibile futura installazione mineraria ancorata a un asteroide. Crediti: Deep Space Industries

Dalle buie profondità della terra all’immensità dello spazio: l’industria mineraria del futuro avrà un aspetto ben diverso da quella che conosciamo. Ieri, allo European Planetary Science Congress in corso a Riga, in Lettonia, è stato presentato un white paper, dal titolo In-Space Utilization of Asteroids: “Answers to Questions from the Asteroid Miners”, che riassume le conclusioni, e le domande ancora aperte, risultanti dal convegno Asteroid Science Intersections with In-Space Mine Engineering (Asime), svoltosi nel settembre del 2016 in Lussemburgo.

Quest’ultimo ha avuto lo scopo di far entrare in contatto gli astronomi (e i loro interessi prettamente scientifici riguardo a ciò che ancora non sappiamo riguardo agli asteroidi) con rappresentanti dell’industria mineraria spaziale – compagnie come TransAstra, Deep Space Industries e Planetary Resources – primariamente interessati alle difficoltà tecnologiche e logistiche, e i (potenzialmente enormi) profitti derivanti da questo tipo di attività. Quello che solo poche decadi fa sembrava uno scenario fantascientifico (impossibile non pensare a Bruce Willis e il suo team di astro-minatori nel blockbuster Armageddon, ormai quasi 20 anni or sono) è oggi un tema di animata discussione, e prossimo a diventare una realtà.

Nelle pagine del white paper vengono offerte risposte a 35 domande relative all’estrazione mineraria spaziale: dalla fase di preparazione (come identificare gli asteroidi più ricchi di risorse), a domande di tipo scientifico (composizione esterna e interna degli asteroidi, e il possibile interesse astrobiologico di questi oggetti), fino a problemi di carattere pratico: sfide tecnologiche e potenziali rischi di questa nuova industria mineraria. Come osserva l’astronomo Jose Luis Galache, uno dei relatori al congresso di Riga e Cto della compagnia Aten Engineering, «l’attività mineraria sugli asteroidi risiede all’incredibile congiuntura di scienza, ingegneria, impresa, e immaginazione. Il problema è che è anche un classico esempio di un campo scientifico relativamente giovane, e più scopriamo nuove informazioni, grazie a missioni come Hayabusa o Rosetta, più ci rendiamo conto di quante cose ancora non conosciamo».

Non è ancora certo quale sia la composizione interna degli asteroidi. Queste sono diverse possibili ipotesi. Crediti: Walker et al.

Il problema più immediato è quello di capire il numero e la composizione degli asteroidi più vicini alla terra (i Near Earth Asteroids, o Nea), per così identificare gli obiettivi più promettenti, sia in termini scientifici che di rendimento di materiali. Essendo oggetti piccoli e relativamente poco visibili (specialmente quando direttamente illuminati dal Sole), per esaminare i Nea conosciuti, e scoprirne di nuovi, sarà necessario utilizzare potenti telescopi. La maggior parte dei Nea attualmente conosciuti sono di due tipi principali: il tipo C comprende asteroidi scuri, porosi, e prevalentemente composti da carbonio, mentre il tipo S – più comune, e che include la maggior parte degli asteroidi della Fascia Principale– comprende asteroidi di tono più rossiccio, mediamente più densi, e composti principalmente da silicati. Disporre di una strategia efficiente e rapida per differenziare i due tipi sarà necessario per selezionare gli obiettivi più adatti per una missione mineraria.

Amara Graps, dell’Università della Lettonia e del Planetary Science Institute a Tucson (Arizona), correlatrice del white paper insieme a Galache, spiega che «a parte qualche campione che ci è stato riportato da poche missioni, l’unico modo che abbiamo di studiare la composizione degli asteroidi è analizzare la luce riflessa dalla loro superficie, o esaminare i frammenti che sono arrivati sulla terra, sotto forma di meteoriti». Ma questi metodi hanno grossi limiti, continua Graps, dato che «le osservazioni spettroscopiche sono relative allo “strato” più esterno dell’asteroide, che è esposto allo spazio e soggetto ad altri processi che ne alterano la composizione. I meteoriti sono cruciali, ma anch’essi raccontano solo parte della storia: gli elementi più fragili contenuti negli asteroidi possono essere stati distrutti durante il rientro atmosferico». Un’altro possibile metodo per classificare gli asteroidi è quello di identificare “famiglie” (gruppi di asteroidi derivanti dalla frammentazione di uno o più “progenitori” comuni), capaci di indicare gruppi dalla simile composizione interna. Ma anche qualora venissero identificati gli obiettivi migliori, rimangono problemi di carattere ingegneristico: quale può essere la tecnica migliore per uno scavo minerario in assenza di gravità, e non conoscendo ancora la consistenza e lo spessore del regolite degli asteroidi? E quali strumenti saranno necessari per estrarre materiali dal loro interno?

Benché questo white paper offra molte risposte, le incognite sono ancora numerose. Ma documenti come questo dimostrano che la sinergia tra comunità scientifica e impresa promette risultati concreti nel futuro prossimo. Chissà se, nel decennio a venire, assisteremo a una nuova corsa all’oro: con razzi e sonde iper-tecnologiche invece che picconi e carriole.

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