L’IRRESPIRABILE OSSIGENO DI GJ 1132B

Veneri sterili

Un team del CfA di Harvard ha ricostruito la possibile evoluzione dell’atmosfera di un piccolo pianeta roccioso in orbita stretta attorno a una nana rossa. Il caso preso in esame è quello dell’esopianeta GJ 1132b, ma potrebbe avere analogie con la storia di Venere

Rappresentazione artistica GJ 1132b. Crediti: di Dana Berry / Skyworks Digital / CfA

Rappresentazione artistica di GJ 1132b. Crediti: di Dana Berry / Skyworks Digital / CfA

È un paper scientifico, ma per certi aspetti pare quasi un racconto distopico, o un romanzo di Stephen King, questo in uscita su The Astrophysical Journal. Il protagonista è un piccolo mondo roccioso simile a Venere: GJ 1132b, una vecchia conoscenza di Media INAF. Scoperto circa un anno fa, di lui sappiamo poco, ma qualcosa sappiamo. Sappiamo, appunto, che è piccolo e roccioso. Che orbita attorno a una nana rossa a 39 anni luce da noi. E che le orbita a distanza talmente ravvicinata – appena 2.2 milioni di km – da ritrovarsi, nonostante si tratti d’una stella debole e fredda, con una temperatura al suolo stimata attorno ai 230 gradi. Questo è quanto sappiamo. Ed è a partire da questi dati che gli autori dello studio, guidati da Laura Schaefer dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CfA), mettono in moto il loro infernale “meccanismo narrativo”, un modello al computer che simula l’evoluzione di un siffatto pianeta. Questi dati più un’ipotesi: cos’accadrebbe al nostro protagonista se fosse inizialmente avvolto da un’atmosfera densa di vapor d’acqua?

Anzitutto, l’azione combinata fra il calore dovuto alla prossimità della stella e quello trattenuto per l’effetto serra prodotto dal vapor d’acqua porta a una temperatura tale da liquefare la superficie del pianeta, trasformandola per milioni di anni in un oceano di magma.

Nel frattempo, sempre a causa della prossimità con la stella madre (la distanza è meno d’un trentesimo di quella che separa Mercurio dal Sole), il piccolo mondo alieno si ritrova letteralmente inondato da radiazione ultravioletta. Radiazione in grado di scindere le molecole di vapor d’acqua in idrogeno e ossigeno. Così scissi, entrambi gli elementi sono destinati a disperdersi nello spazio, ma in tempi diversi: l’idrogeno, più leggero, se ne va per primo. Anche l’ossigeno molecolare, sottoposto ad attrito fluidodinamico, a lungo andare farà la stessa fine, ma su scale temporali assai maggiori.

C’è dunque un’epoca nella quale il pianeta è “liquido” e avvolto da un’atmosfera contenente ossigeno. Ossigeno senza nessuno che possa respirarlo, però. «Mentre su pianeti più freddi la presenza d’ossigeno potrebbe rappresentare un segno di abitabilità o di vita aliena», nota infatti Schaefer, «su un pianeta caldo come GJ 1132b significa esattamente l’opposto: che si tratta d’un pianeta sottoposto a cottura e sterilizzazione». Insomma, se è vero che GJ 1132b potrebbe essere il primo esopianeta roccioso attorno al quale viene rilevata la presenza d’ossigeno, non facciamoci illusioni: là non ci si vive.

In ogni caso, l’oceano di magma interagisce con l’atmosfera assorbendo una porzione dell’ossigeno. Quanta, si chiedono gli scienziati? Le stime prodotte dal modello dicono non più d’una parte su dieci. È vero che del restante 90 percento una certa quantità, come abbiamo visto, si disperderà nello spazio. Ma almeno qualche traccia dovrebbe rimanere. Tracce che i telescopi futuri, come il Giant Magellan Telescope o JWST, potrebbero essere in grado di rilevare.

Questa ricostruzione, sottolineano infine gli scienziati, potrebbe aiutarci a comprendere meglio quanto è accaduto a Venere. Anche il secondo pianeta del Sistema solare, infatti, mostra oggi solo deboli tracce d’ossigeno in atmosfera. Ma questo, come abbiamo visto, potrebbe non essere incompatibile con un passato ricco di acqua, in quantità paragonabile a quella presente oggi sulla Terra.

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