ASTEROIDI PERICOLOSI: QUAND’È MEGLIO COLPIRLI?

Distruzione preventiva per scongiurare l’impatto

Simulando al computer strategie di difesa con testate nucleari, un team di ricercatori russi è giunto a concludere che, se l’asteroide venisse bombardato e disintegrato mentre si sta allontanando dalla Terra, eventuali frammenti radioattivi non rappresenterebbero una minaccia

In quest'immagine, non in scala, tutti gli asteroidi potenzialmente pericolosi (e i loro percorsi orbitali). Crediti: NASA / JPL-Caltech

In quest’immagine, non in scala, tutti gli asteroidi potenzialmente pericolosi (e i loro percorsi orbitali). Crediti: NASA / JPL-Caltech

Anche se il nemico sembra invincibile, ha pur sempre un punto debole. Quando te lo mostrerà, muovi all’attacco. Così Sun Tzu nell’Arte della Guerra. Probabilmente l’antico stratega non pensava a un nemico in arrivo dallo spazio. Eppure, come vedremo, il suo suggerimento torna valido anche quando la minaccia – forse l’unica in grado d’assestare un colpo fatale a livello planetario – è rappresentata dagli asteroidi.

Lo studio non è nuovissimo, se n’era parlato già a inizio anno, ma lo rimette sotto i riflettori in questi giorni una delle accademie russe nelle quali è stato condotto, la Tomsk State University. Complice, forse, l’avvicinarsi della notte di San Lorenzo – il più celebre bombardamento spaziale fra quelli che investono la Terra ogni anno. Celebre e innocuo, date le ridottissime dimensioni dei frammenti che, bruciando in atmosfera, screziano il cielo estivo. Stelle cadenti nel linguaggio comune, meteore in gergo tecnico: così gli astronomi chiamano i meteoroidi che stanno attraversando l’atmosfera. Se una parte riesce ad arrivare fino al suolo, ecco che abbiamo un meteorite.

Lessico a parte, il problema sta però nella dimensione di questi oggetti. Quando cominciamo ad andare oltre il metro, ecco che dai meteoroidi passiamo agli asteroidi, e il primo desiderio da formulare è che il loro piano di volo non punti verso la Terra. Era di circa 17 metri quello esploso il 15 febbraio 2013 nel cielo sopra Chelyabinsk, in Russia, causando centinaia di feriti a seguito dell’esplosione delle vetrate provocata dall’onda d’urto. Sempre in Russia, in Siberia, ma un secolo prima, siamo nel 1908, un pietrone da 40 metri rade al suolo alberi e foreste su oltre duemila chilometri quadrati. Per salire di scala, e di conseguenza di livello di devastazione, basta andare un po’ più indietro nel tempo. Di quasi 50 mila anni per l’evento che produsse il Meteor Crater (dimensioni stimate dell’asteroide: 46 metri). Se il killer che causò, circa 66 milioni di anni fa, l’estinzione dei dinosauri è lo stesso che ha lasciato come impronta il cratere di Chicxulub, doveva trattarsi d’un bestione da 10-12 km di diametro. E ancora più grande, ancora più antico, il bolide da una cinquantina di km (le stime lo collocano fra i 37 e i 58) che stando ad alcune testimonianze geologiche avrebbe deturpato il nostro pianeta 3.26 miliardi di anni fa.

Insomma, asteroidi o comete che siano, i nemici sono là fuori, alcuni di loro sono temibili, e prima o poi uno di quelli grossi colpirà di nuovo – anche se nel breve termine, garantiscono gli scienziati, non c’è alcuna minaccia seria all’orizzonte. Ce lo dicono vari programmi di monitoraggio dei NEO, i Near Earth Objects, ultimo in ordine di tempo quello affidato alla NASA con l’obiettivo di censire almeno il 90 percento di tutti gli oggetti potenzialmente pericolosi con un diametro superiore ai 140 metri.

Quando dunque il nemico arriverà, dovremmo essere in grado d’avvistarlo per tempo. Ma per tempo per fare cosa? Disintegrarlo? Deviarlo? Sì, ma come? Qui le scuole di pensiero divergono. La NASA, per esempio, sembra più propensa a un approccio “soft”, senza il ricorso a testate nucleari, che potrebbero rivelarsi un rimedio più dannoso della minaccia – per esempio, nell’eventualità che una cascata di frammenti radioattivi finisse per riversarsi in atmosfera.

I ricercatori della Tomsk State University russa suggeriscono però un escamotage. Una soluzione alternativa che sfrutta, come scrivevamo all’inizio, un “punto debole” di asteroidi e comete: la periodicità. I loro incontri ravvicinati con la Terra, infatti, nella maggior parte dei casi sono ricorrenti. Dunque è ragionevole ipotizzare che il “passaggio fatale” possa essere preceduto da uno o più passaggi magari radenti ma innocui. Ed è qui che il modello al computer messo a punto dagli scienziati russi – simulando un asteroide da 200 metri di diametro bombardato con una testata nucleare da un megatone – suggerisce di colpire. E il segreto è: colpire alle spalle. “Muovi all’attacco”, dunque, non quando l’asteroide – o la cometa – si sta avvicinando al nostro pianeta, ma mentre si sta allontanando.

In questo modo, sostiene Tatiana Galushina, del Dipartimento di meccanica celeste e astrometria della Tomsk, la maggior parte dei frammenti prodotti dall’esplosione nucleare volerà in avanti, in direzione opposta alla Terra. La loro orbita verrà alterata in modo significativo rispetto a quella iniziale dell’asteroide. Quanto a quei pochi frammenti che in seguito si dovessero comunque riversare in atmosfera, l’intervallo di tempo trascorso sarà tale da averne ridotto drasticamente la radioattività. Dunque tutto risolto? Non proprio. Tanto per dirne una, val la pena ricordare che, a tutt’oggi, i trattati internazionali vietano qualunque tipo d’esplosione nucleare nello spazio. Certo, in caso d’emergenza si potrebbe forse fare uno strappo alla regola… Ma per nostra fortuna, rassicura il monitoraggio dei NEO, stiamo comunque parlando d’una minaccia al momento remota.

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina