BAGNOLD DUNES ALLA PROVA DEL ROVER NASA

Curiosity in versione tuareg

Analizzerà composizione e struttura delle dune di sabbia che punteggiano il versante nord occidentale del monte Sharp, scolpite in modo anomalo da forti venti e una minore pressione atmosferica. Presto i geologi potrebbero avere un modello capace di rendere conto di quanto osservato da MRO

Le Bagnold Dunes nell'obiettivo del rover NASA Curiosity. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS.

Le Bagnold Dunes nell’obiettivo del rover NASA Curiosity. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS.

Come un tuareg, Curiosity prende la via del deserto a caccia di nuove e importanti informazioni sul suolo del Pianeta Rosso. Il suo prossimo obiettivo sono infatti le dune di sabbia che si agitano sferzate dal vento sulla dorsale nord occidentale del monte Sharp.

Conosciute dagli scienziati come “Bagnold Dune”, le dune scure verso cui sta marciando il rover NASA non sono state precedentemente raggiunte da nessun’altra missione. Per la prima volta, quindi, avremo la possibilità di vedere da vicino come si comportano queste sabbie “attive” che si spostano sulla superficie marziana alla velocità di un metro ogni anno. Sabbie “mobili” dunque, che fatta eccezione per la Terra non sono state, prima d’ora, avvistate su nessun altro corpo del Sistema Solare. Strutture geologiche di una certa dimensione – una di quelle verso cui sta muovendosi Curiosity è grande come un campo da calcio – che aiuteranno gli scienziati a meglio interpretare la composizione degli strati di arenaria così diffusa in questa regione del pianeta.

«Abbiamo pianificato le attività di Curiosity per indagare presente e futuro geologico di questa regione», spiega Bethany Ehlmann ricercatrice del California Institute of Technology e in forze presso il Jet Propulsion Laboratory NASA di Pasadena. Già da qualche giorno il rover sta registrando i dati di direzione e velocità del vento, raccogliendo immagini delle dune per capire come evolvano man mano che si avvicina. Oltre a questo è importante che Curiosity raccolga un campione del minerale che compone le dolci colline di sabbia che punteggiano il paesaggio di montagna sotto la vetta dello Sharp.

Il rover NASA ha percorso oltre 300 metri dall’ultima perforazione, eseguita appena tre settimane fa. Siamo a none carotaggi dacché Curiosity è su Marte dal 2012, di cui ben sei eseguiti dopo aver raggiunto la regione del monte Sharp lo scorso anno. La missione sta infatti insistendo nell’analisi geologica del terreno per capire se ci sono tracce di spiegazioni plausibili al cambiamento climatico e ambientale avvenuto nel passato del Pianeta Rosso e che ha determinato il destino arido e roccioso del pianeta.

Quello che rende queste dune più interessanti rispetto al resto del panorama marziano è l’azione del vento che le ha modellate. Se sulla Terra abbiamo a disposizione abbondante letteratura scientifica sul tema, grazie agli studi avviati dall’ingegnere militare Ralph Bagnold (da cui il nome con cui sono conosciute queste strutture geologiche), su Marte bisogna fare i conti con una gravità più lasca e un’atmosfera sottile che certo possono scombinare i calcoli su cui possiamo oggi fare affidamento.

Il tragitto percorso da Curiosity dal momento del suo ammartaggio nel 2012. Crediti: NASA / JPL-Caltech / University of Arizona.

Il tragitto percorso da Curiosity dal momento del suo ammartaggio nel 2012. Crediti: NASA / JPL-Caltech / University of Arizona.

Il NASA Imaging Spectrometer Reconnaissance Compact a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter indica che la composizione minerale non è uniforme tra le dune. E l’esperimento High Resolution Imaging Science ha registrato spostamenti superficiali significativi per le Bagnold Dunes. Bisogna capire quali composti minerali reagiscono all’azione del vento e quali, più pesanti, mantengono la posizione. Di conseguenza sarà possibile dedurre il “contenuto” delle altre dune monitorando dal satellite l’azione del vento.

«Su Marte le dune presentano una struttura diversa da quella terrestre. Le increspature sulla sommità sono molto più grandi di quanto ci aspetteremmo e non sappiamo perché. Abbiamo già costruito un modello che tiene conto della minore pressione atmosferica, ma ci vorrebbe un vento più potente per smuovere la sabbia che le compone. Grazie a Curiosity avremo modo di osservare da vicino questo apparentemente incongruo fenomeno», spiega Nathan Bridges dell’Applied Physics Laboratory presso la Johns Hopkins University.