IL ROMANZO DI ANDY WEIR

Un marziano fatto per il cinema

Una descrizione di Marte tra le migliori è contenuta in un recente libro di quasi-fantascienza, o meglio di divulgazione scientifica un po’ romanzata, nello stile di quel genio di Fred Hoyle (La nuvola nera, 1957). Il libro in questione è The Martian, di Andy Weir, uscito in USA l’anno scorso ed ora fuori anche in italiano con il titolo di L’uomo di Marte (Newton Compton). E a breve sul grande schermo

A sinistra: Matt Damon nei panni dell'astronauta della NASA Marc Watney- A destra: il prototipo della tuta Z-2. Crediti: Giles Keyte/NASA

A sinistra: Matt Damon nei panni dell’astronauta della NASA Marc Watney- A destra: il prototipo della tuta Z-2.
Crediti: Giles Keyte/NASA

Nessuno è ancora andato su Marte. Anzi, dal 1972 nessuno è mai stato al di là della Luna e neanche davvero fuori della gravità terrestre (gli astronauti della Stazione Spaziale, ricordo, non sono fuori dalla gravità terrestre, sono a poche centinaia di km dalla superficie). Una ragione c’è: oggi non abbiamo più un razzo come il Saturno V del Progetto Apollo.

Eppure, pochi sanno che, su Marte, forse potevamo esserci già arrivati. O almeno, averci provato a farlo seriamente.  Werner von Braun, ideatore del Saturno V che portò gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna, nel 1969 era pronto a organizzare una spedizione umana su Marte in una dozzina d’anni. La sua idea non fu però approvato e il sogno della conquista umana di Marte, oggi, a distanza di 45 anni è ancora al di là da venire.

L’enorme bagaglio di osservazioni ed esperienza in situ, più le osservazioni dedicate da Terra e dai telescopi spaziali, oggi danno un’idea precisa di come siano dure le condizioni per la sopravvivenza su Marte di esseri umani, cioè di una forma di vita evoluta su di un altro pianeta.  Marte ha un’atmosfera trascurabile, meno di un centesimo della nostra, e comunque irrespirabile (priva di ossigeno), che rende impossibile all’acqua di essere liquida, le temperature sono quasi sempre bassissime, poi ci sono terrificanti tempeste di sabbia, etc. etc…

Il fascino di esplorare questo pianeta però è sempre grandissimo: sonde e rover ci stanno rivelando una visione del suo passato geologico in cui acqua liquida ce n’era e pure in quantità. Tanto da modellare la superficie di Marte, come nel caso del cratere McLaughlin, delle dimensioni di 57 miglia (92 chilometri) di diametro e 1,4 miglia (2,2 km) di profondità. La profondità del cratere ha permesso all’acqua sotterranea di fluire al suo interno, lasciando così tracce della presenza di ambienti umidi nel sottosuolo marziano, scoperte grazie all’analisi dei dati provenienti dallo spettrometro a bordo del Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Lassù poi, dal 2012, c’è anche Curiosity, il robot semovente della NASA. Già nel suo primo anno di missione ha inviato a Terra 36700 immagini ad alta risoluzione e analizzato vari campioni di 2 diverse rocce, permettendo di rilevare la presenza di antichi fiumi che scorrevano in passato sul pianeta e, dall’analisi chimica dei campioni raccolti, mostrare l’esistenza degli elementi chimici base per l’esistenza della vita. E a proposito di vita, come potrebbe essere davvero su Marte?

Una descrizione tra le migliori è contenuta in un recente libro di quasi-fantascienza, o meglio di divulgazione scientifica un po’ romanzata, nello stile di quel genio di Fred Hoyle (La nuvola nera, 1957). Il libro in questione è The Martian, di Andy Weir, uscito in USA l’anno scorso ed ora fuori anche in italiano con il titolo di L’uomo di Marte (Newton Compton). Mark Watney fa parte di della missione ARES 3 della NASA: si tratta di 6 astronauti che dovrebbero passare un mese sulla superficie di Marte per poi usare un apposito veicolo di rientro per raggiungere l’astronave parcheggiata in orbita e tornare a casa. Una violentissima tempesta di sabbia obbliga la squadra ad una rapida evacuazione durante la quale lo sfortunato Mark viene colpito da un detrito che gli buca la tuta e lo ferisce.  Poiché su Marte non si può sopravvivere senza una tuta pressurizzata, i compagni lo credono morto e partono. Ma Mark non è morto, il sangue coagulato ha momentaneamente chiuso il buco e lui, grazie ai meccanismi d’emergenza della tuta, riesce a trascinarsi nella casa marziana dove c’è energia, aria, acqua e cibo. Quello che manca è la possibilità di contattare la terra: il detrito che l’ha colpito è un pezzo dell’antenna e senza antenna non è possibile stabile nessuna comunicazione. Mentre sulla Terra si svolgono le sue esequie solenni, Mark fa un po’ di conti e cerca di organizzarsi. Sa che la prossima missione a Marte non potrà arrivare prima di 4 anni e il suo primo problema è procurarsi il cibo necessario per sopravvivere.

Inizia un’avventura di naufrago solitario, che Weir racconta molto bene, ricordandoci il Robinson Crusoe  di Daniel Defoe. Mark sopravvive grazie ad un riparo pressurizzato, a macchine in gran parte ancora da inventare capaci di produrre ossigeno e acqua. Ma deve mangiare e trova il modo di coltivare patate. E per comunicare con la Terra usa dei massi allineati con alfabeto Morse visibili ai satelliti NASA.

Con un sacco di patate, Mark viaggia tra le sabbie rosse per raggiungere la vecchia sonda Pathfinder, abbandonata sulla superficie.  Grazie alla sua elettronica, migliora le comunicazioni.

Inevitabile il lieto fine, molto cinematografico (vedremo se sarà tale anche nel film). Possiamo dire che ricorda il finale de “L’isola misteriosa” di Jules Verne, già molto più tecnologici di Crusoe. Ma la lettura delle avventure del simpatico Mark, che è solo per 549 “sol” (il nome del giorno marziano, simile al terrestre) come nessun essere umano potrebbe mai essere solo, è molto istruttiva.

Forse un libro così può spingerci verso la conquista di Marte più di qualunque reality pseudo scientifico. Sì perché, tra le righe, ci fa capire di quanto impegno, quanta tecnologia e coraggio ci voglia per riuscire ad arrivare dove nessuno finora si era mai spinto. Cose che si ottengono con un grande progetto, fatto di tante persone competenti, anni e anni di duro lavoro e sperimentazione, a volte segnato anche da cocenti insuccessi. Tutto ciò, insomma, che ci ha portati, ormai più di quarantacinque anni fa, sulla Luna.