CHANDRA: UNA 'MINI' SUPERNOVA

Dimmi come esplodi e ti dirò chi sei

Quella fotografata dal Chandra X-ray Observatory è un’esplosione che riproduce in miniatura gli effetti di una Supernova. Ma non si tratta di mero spettacolo per l’esplosione di GK Persei: lo studio di immagini potrebbe aiutarci a ricostruire il passato della stella

Crediti: Chandra X-Ray Observatory, NASA.

Crediti: Chandra X-Ray Observatory, NASA.

Una ‘mini’ Supernova: GK Persei è lo splendido soggetto di questa immagine catturata dal Chandra X-ray Observatory della NASA, che negli anni si è dimostrato uno strumento prezioso per lo studio del cosmo (vedi MediaINAF).

Immagine nuova, soggetto vecchio. Gli astronomi sanno dell’esistenza di GK Persei fin dal 1901, quando è improvvisamente apparso fra le stelle più luminose del cielo facendosi notare per più di un giorno di osservazioni. Oggi, gli astronomi citano GK Persei fra gli esempi di ‘classica’ Nova, il brillamento prodotto da un’esplosione termonucleare sulla superficie di una nana bianca, residuo denso di una stella simile al nostro Sole.

Questo genere di Novae possono essere considerate delle versioni in miniatura dell’esplosione di una Supernova che, durante l’esplosione, può facilmente eclissare ai nostri telescopi l’intera galassia di cui fa parte.

Chandra ha rivolto la sua attenzione su GK Persei una prima volta nel febbraio del 2000 per poi ritornarci nel novembre 2013. E con una finestra temporale di tredici anni sono tante le differenze in termini di proprietà e di emissione X che gli astronomi possono rilevare nei resti dell’esplosione stellare, evidenziando nell’immagine tutti i dati ottici provenienti dall’Hubble Space Telescope (in giallo), l’emissione di raggi X registrata da Chandra (in blu), i dati radio raccolti dal Very Large Array gestito dalla National Science Foundation (in rosa). Gas caldi, materiali espulsi, e plasma accelerato dall’urto dell’esplosione.

Ma c’è anche di più: una sorgente puntiforme ancora sconosciuta, in basso a sinistra.

In tredici anni quei detriti che vediamo nell’immagine hanno viaggiato a una velocità folle di oltre un milione di chilometri orari, per una distanza totale percorsa di quasi 90 miliardi di chilometri.

Studiare l’evoluzione di esplosioni di questo genere può aiutare astronomi e astrofisici a ricostruire l’ambiente in cui si è verificato il fenomeno. La luminosità in radiazione X del residuo di GK Persei è diminuita del 40% nel periodo di osservazione, mentre la temperatura della nube di gas è rimasta sostanzialmente invariata, attorno al milione di gradi Celsius. Fatto che suggerisce come l’onda d’urto abbia oggi raggiunto una regione di densità molto inferiore alle prime osservazioni.