UN ARTICOLO DI AVI LOEB (HARVARD)

Come selezionare geni scientifici

Giovani promesse non mantenute. Secondo Avi Loeb della Harvard University persistono atteggiamenti “statici” a condizionare la selezione dei nuovi ricercatori che nel tempo si rivelano non così brillanti come inizialmente valutati

Abraham “Avi” Loeb è una figura di spicco del Dipartimento di Astronomia e del Centro di Astrofisica alla Harvard University di Cambridge, in Massachusetts. Oltre ai veri e propri studi scientifici, Loeb si diletta, di quando in quando, a produrre quelli che potremmo definire degli editoriali di politica della ricerca, pur sottomessi alla trafila della pubblicazione su rivista scientifica.

Avi Loeb intervistato dalla BBC (dal sito della Harvard University)

Avi Loeb intervistato dalla BBC (dal sito della Harvard University)

Lo scorso maggio il ricercatore sosteneva come per rendere più efficiente il processo di ricerca vi fosse la necessità di dedicare una percentuale del prezioso tempo di osservazione dei telescopi a “esplorazioni rischiose”, quelle con presupposti giudicati al momento meno ortodossi (vedi Anche gli astronomi prendono abbagli).

Ora Loeb torna con un paio di paginette, al momento solo depositate nell’archivio arXiv, dedicate a un tema adiacente: la selezione delle nuove leve di ricercatori, in particolare di quelle figure da cui i selezionatori si aspettano un significativo salto di qualità nella produzione scientifica nel loro istituto di ricerca.

Il punto da cui parte Loeb è che anche università molto prestigiose, come la sua, sono afflitte dalla sindrome da “ramo secco”, ovvero da un numero abbastanza cospicuo di docenti che al momento dell’assunzione sono stati etichettati come future grandi promesse, ma poi decenni più tardi, valutando il loro lavoro in retrospettiva, è risultato evidente il loro scarso impatto sul progresso della scienza. Nel frattempo, dice Loeb, la “carretta” è stata invece spesso tirata da altri ricercatori coevi, con valutazioni di partenza meno positive. Quale l’origine, si chiede dunque l’autore, di questo fenomeno così diffuso?

Il primo problema, che Loeb ricava dalla sua trentennale esperienza, è che gli scienziati senior tendono a valutare i loro colleghi più giovani in modo statico piuttosto che dinamico. Questo significa, ad esempio, non tenere sufficientemente conto delle particolari condizioni iniziali di ciascun individuo (ad esempio, cultura e condizione socio-economica). Oppure continuare a giudicare un candidato secondo un opinione pregressa, anche per non dovere ammettere la propria mancanza di lungimiranza all’epoca della valutazione originaria.

Errori di valutazione di questo tipo sono, secondo Loeb, talvolta guidati dall’idea sbagliata che il successo scientifico sia principalmente riconducibile al talento puro, per definizione ben riconoscibile in qualunque scorcio di una carriera scientifica. Ma questo presuppone una visione – ancora una volta – statica della scienza stessa, il cui panorama attuale richiede, più che doti innate, competenze che si acquisiscono nel tempo, ad esempio capacità sociali come leadership e buona comunicazione dei risultati.

Il secondo problema rilevato da Loeb è la tendenza degli scienziati senior a promuovere scienziati junior che gli “assomiglino” il più possibile, ovvero che avvalorino una determinata linea di ricerca o competenza specifica detenuta dai senior, per non parlare di discriminazioni vere e proprie in base a sesso, razza o origine etnica.

Lo scritto si chiude con l’esortazione ai colleghi a puntare sulla diversità e sulla varietà per incentivare il progresso della scienza, piuttosto che “replicare noi stessi e preservare un passato statico”. Il rischio di “fare cilecca” in qualche caso sarebbe ampiamente compensato dai passi in avanti possibili grazie ai reali innovatori. “Per coltivare l’innovazione – sintetizza in conclusione Loeb – dobbiamo sempre incoraggiare la creatività oltre i limiti di comfort che stabiliamo per noi stessi”.

Per saperne di più:

  • Il preprint dell’articolo How to collect matches that will catch fire, di Abraham Loeb