DEFINIZIONE DOPPIA RISPETTO A HUBBLE

Record di nitidezza con tecnologia italiana

Le migliori immagini astronomiche di sempre? Non arrivano dallo spazio, bensì da un telescopio terrestre con ottica adattiva. Una tecnologia in gran parte made in Italy, che permette una risoluzione senza precedenti.

Tre dettagli della nebulosa di Orione rilevati grazie al sistema MagAO (crediti: Laird Close e Ya-Lin Wu)

Tre dettagli della nebulosa di Orione rilevati grazie al sistema MagAO (crediti: Laird Close e Ya-Lin Wu)

Per dimostrare che funziona sono andati in capo al mondo, in Cile. Ma per ideare l’ottica più sbalorditiva che mai abbia equipaggiato un telescopio sono partiti dalla terra di Galileo. Sono i ricercatori dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri dell’INAF: insieme a un team di astronomi dell’Università dell’Arizona e del Carnegie Observatory, sono riusciti a scattare le fotografie astronomiche più nitide di sempre.

Un successo tecnologico straordinario, che ha già portato a ben tre risultati scientifici pubblicati sul numero odierno di The Astrophysical Journal. Un successo reso possibile da un sistema ottico d’avanguardia ideato e realizzato in gran parte in Italia, nei laboratori dell’INAF e di due PMI d’eccellenza: la Microgate di Bolzano e l’ADS International di Lecco.

Si chiama MagAO, il sistema che ha permesso di ottenere da Terra una risoluzione doppia rispetto a quella raggiunta nello spazio dal telescopio spaziale Hubble. Dove “Mag” sta per Magellan, uno dei due telescopi gemelli da 6.5 metri situati all’Osservatorio di Las Campanas, sulle Ande cilene, a circa 2400 metri d’altezza. E “AO” sta per Adaptive Optics, in italiano “ottica adattiva”: una tecnologia in grado di annullare – o quasi – le distorsioni introdotte dalla turbolenza atmosferica, consentendo così ai telescopi terrestri di avvicinarsi al loro potere risolutivo teorico.

L’effetto lo si può ammirare nella sequenza di tre immagini qui sotto. Quella più a sinistra mostra la stella binaria Theta 1 Ori C osservata senza ottica adattiva. Al centro e a destra, lo stesso sistema binario con l’ottica adattiva in funzione: il miglioramento in termini di nitidezza è impressionante.

Crediti: Laird Close/UA

Crediti: Laird Close/UA

A rendere “adattiva” l’ottica, nel caso del Magellan Telescope così come per il Large Binocular Telescope (LBT), è un sistema integrato formato, da una parte, da sensori che valutano in continuazione – e puntualmente – la turbolenza atmosferica misurando il fronte d’onda di sorgenti luminose. E dall’altra da uno specchio secondario “danzante”: uno specchio in grado di modificare la propria forma un migliaio di volte al secondo, grazie a centinaia di attuatori (585 per il Magellan Telescope, ancora di più per LBT), così da compensare le distorsioni.

Questo del Magellan Telescope non è certo il primo successo dell’ottica adattiva, ma è la prima volta che questa tecnologia porta a risultati scientifici rilevanti in banda visibile. «Quando nel 2008 ci chiesero di sviluppare un sistema di ottica adattiva simile a quello che già avevamo messo a punto per LBT ma orientato, questa volta, alle osservazioni nel visibile», ricorda Simone Esposito, dell’INAF di Arcetri, fra gli autori degli articoli usciti su ApJ e fra i leader nello sviluppo di questa tecnologia, «ancora nessuno ci aveva mai provato. C’era grande scetticismo sulla possibilità di poter ottenere buoni risultati nel visibile con sistemi adattivi. Nel 2010, però, con LBT abbiamo mostrato che si poteva fare. E l’anno successivo, dopo averlo provato ad Arcetri come quello di LBT, è terminata l’installazione del sistema al Magellan, in Cile. Ora sono arrivati anche i risultati astronomici». E che risultati: orientando il telescopio verso la Nebulosa d’Orione, grazie all’ottica adattiva le immagini hanno mostrato al di là di ogni dubbio come Theta 1 Ori C sia effettivamente un sistema binario.

Per saperne di più:

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina