SONO SEI, 20 CM DI LATO PER 8 KG CIASCUNO

Satelliti a cubetti

Presentata oggi a Vancouver, la missione BRITE è un’impresa congiunta di Canada, Austria e Polonia: una costellazione di nanosatelliti – due per ciascun paese – pensati per studiare le stelle variabili più luminose. La prima coppia è già in orbita.

brite-schemaIl formato è mignon, ma le ambizioni sono all’altezza d’un vero telescopio spaziale. Anzi, di sei, perché di questo si tratta: una costellazione di sei nanosatelliti equipaggiati di tutto punto per misurare fotometricamente le oscillazioni e le variazioni in temperatura delle stelle più luminose, quelle con magnitudine apparente inferiore a 4, visibili dunque anche a occhio nudo. Da qui il nome della missione, realizzata in parti uguali – un terzo a testa, ovvero due satelliti per ciascun paese – da Austria, Canada e Polonia: BRITE, acronimo per BRIght Target Explorer.

Piccoli, dicevamo, ma dannatamente agguerriti, anche sotto il profilo del marketing. A partire dallo schema su cartoncino, da stampare e ritagliare per costruirsi in casa il modellino in 3D, giù giù fino al claim della missione: “i più piccoli telescopi della storia dell’era spaziale per svelare i segreti delle più grandi stelle della storia dell’universo”. Nulla da invidiare, insomma, alle strategie di promozione di satelliti ben più blasonati.

Massa e dimensioni sono grosso modo quelle d’una batteria per auto: ogni satellite BRITE è infatti un cubetto da 20 cm di lato per 8 kg di peso. Ciò nonostante non si fanno mancare nulla, come si può evincere dall’esploso con la lista dei componenti d’uno di questi gioielli, dove figurano celle fotovoltaiche, antenne UHF e S-band, l’immancabile computer di bordo e tutto il necessario per un controllo d’assetto come si deve: magnetometro, star tracker, sensori solari, tre giroscopi e via dicendo.

Oltre, ovviamente, agli strumenti scientifici veri e propri: per ogni satellite, un mini-telescopio a cinque lenti, con un’apertura di 3 cm, accoppiato a un filtro e a un sensore CCD da 4008 x 2672 pixel. Occhi minuscoli, dunque, ma sufficienti a cogliere e misurare le variazioni di luminosità delle stelle bersaglio. Variazioni che possono essere dovute a fenomeni di astrosismologia, dunque vere e proprie pulsazioni originate nella struttura interna delle stelle. O alle macchie presenti in superficie, come quelle ben note legate ai cicli del nostro Sole. O ancora a eruzioni superficiali. A volte, poi, all’origine d’una variazione di luminosità può esserci un’eclissi, causata dal transito d’un esopianeta.

La costellazione di satelliti BRITE, una volta interamente dispiegata (al momento è in orbita la coppia austriaca, si prevede che sarà raggiunta dagli altri quattro entro la fine del 2014), promette di riuscire a catturare tutti questi mutamenti qualora avvenissero in una delle centinaia di stelle – quelle con magnitudine inferiore a 4 sono 513 – presenti nel suo paniere. Non male, per una flotta spaziale quasi tascabile.