NUOVI STUDI SUL SAMARIO-146

Le lancette del Sole girano più veloci

Un gruppo di ricercatori ha scoperto che il Sistema solare potrebbe essersi sviluppato più rapidamente rispetto a quanto stimato fino ad oggi. A suggerire questa ipotesi sono nuovi studi su uno degli isotopi utilizzati nella datazione dei processi astrofisici, che abbassano il suo tempo di dimezzamento di circa il 34 per cento rispetto a quanto ritenuto finora.

Il nostro buon vecchio Sistema solare ha ormai 4,5 miliardi di anni, ma è difficile sapere quanto tempo ha impiegato per formarsi completamente. La sua evoluzione potrebbe essere avvenuta in un periodo di tempo minore rispetto a quello stabilito fino ad oggi.

Un team di ricercatori formato da Michael Paul (Università Ebraica di Gerusalemme) e altri provenienti dall’Università di Notre Dame, dal Laboratorio Nazionale Argonne (Illinois – USA) e da due università giapponesi, hanno esaminato l’attività di uno degli “orologi nucleari” utilizzati per stabilire l’età o le evoluzioni cronologiche di eventi passati. Parliamo del nucleo di samario-146 (da ora in poi 146Sm).

Dalla ricerca apparsa su Science Journal si apprende che il tempo di dimezzamento di 146Sm, che finora si riteneva di 103 milioni di anni, è stato corretto attestandosi attorno a 68 milioni di anni. Quindi una differenza del 34%, il che non è poco.

146Sm è un isotopo del samario, un elemento chimico molto raro in natura, presente nel Sole e nel nostro Sistema solare al momento della sua nascita. Questo isotopo, dato il suo lunghissimo periodo di dimezzamento, è uno dei principali strumenti utilizzati dagli astrofisici per determinare la cronologia degli eventi avvenuti nel passato del Sistema solare e, quindi, anche la sua velocità di formazione.

La nuova stima del tempo di dimezzamento del 146sm sembrerebbe mostrare, quindi, che le lancette di questo particolare “orologio” naturale girerebbero ad una velocità maggiore e che il nostro sistema planetario potrebbe essersi sviluppato più velocemente di quanto ritenuto finora. Lo studio è stato possibile, nel corso degli anni, grazie all’impiego dell’acceleratore di particelle ATLAS.

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