TERREMOTI EXTRATERRESTRI

Anche le stelle tremano

Le vibrazioni sismiche delle stelle possono rivelare preziose informazioni sulla loro età, dimensione e dinamica interna. Il telescopio Kepler della NASA, dedicato specificatamente alla ricerca di pianeti extrasolari, sta schedando così 100.000 soli.

In inglese li chiamano “starquake”, terremoti stellari (o forse sarebbe più corretto chiamarli “stellemoti”?). Sono vibrazioni che scuotono la superficie delle stelle, dalla cui analisi è possibile scoprire molto sulla stella stessa: quanti anni ha e quanti gliene restano, com’è fatta la sua struttura, dove si formano le tempeste e le macchie stellari. Proprio come i terremoti sulla Terra rivelano com’è fatta la struttura interna del nostro pianeta, così il modo in cui le stelle oscillano è una spia delle loro caratteristiche nascoste.

Questo concetto, che in sé non ha nulla di particolarmente originale,  ora ha la possibilità di essere messo all’opera su grande scala  grazie alla missione Kepler della NASA. Il programma Kepler Asteroseismic Investigation mira a monitorare le vibrazioni superficiali di migliaia di stelle per scoprire di più sul loro conto.

Sebbene la sua principale missione resti dare la caccia ai pianeti extrasolari simili alla Terra, le capacità tecniche del telescopio spaziale permettono di ottenere, come si suol dire, due piccioni con una fava. Infatti il meccanismo con cui Kepler individua esopianeti è lo stesso che permette di rilevare le vibrazioni stellari. Grazie all’avanzatissima tecnologia, riesce a cogliere le impercettibili variazioni di luminosità di una stella quando un pianeta (un microbo al confronto) gli orbita davanti. Anche le oscillazioni sismiche alterano l’area del disco, producendo sensibili cambiamenti nella luminosità della stella. Così Kepler sta collezionando informazioni segrete su 100.000 stelle.

Le onde sismiche nelle stelle sono il risultato di turbolenti moti convettivi all’interno. Quando le onde colpiscono la superficie, questa si mette a vibrare come una campana. Poiché la velocità di propagazione delle onde dipende dalla sua struttura interna, ecco che gli scienziati riescono a dedurre quanto idrogeno c’è ancora nella stella (è il combustibile delle reazioni di fusione termonucleare), stimando da quanto tempo brilla e quanto tempo potrà andare avanti, prima di spegnersi. Una datazione celeste utile per raffinare i modelli di evoluzione stellare. E soprattutto per conoscere da vicino le vicine galattiche.