«Ho iniziato a frequentare il planetario locale di Bangalore quando andavo a scuola. Cercavamo zone buie, nei dintorni della città, per osservare con i nostri piccoli telescopi pianeti, galassie e nebulose. È stato proprio grazie a queste meravigliose esperienze e all’osservazione dei cieli notturni che è cresciuta in me la passione per l’astronomia e l’astrofisica», ricorda Mary. Una passione che dall’India l’ha portata prima in Germania, dove si è laureata in astronomia, e oggi in Italia, dove sta completando un dottorato su galassie e buchi neri. Una passione che Mary, 27 anni, fa però sempre più fatica a tenere viva: a metterla in crisi è l’ordalia burocratica che si è trovata – e si trova tuttora – ad affrontare nel nostro paese, in particolare per ottenere e rinnovare il permesso di soggiorno. Documento senza il quale la libertà di muoversi – libertà essenziale per chi fa ricerca – è drasticamente limitata.

Così è fatto un permesso di soggiorno (qui con i dati sensibili oscurati e la foto alterata)
«Il permesso deve essere rinnovato ogni anno. La prima volta ci sono voluti più di cinque mesi. Così, durante il periodo natalizio, non sono potuta andare a trovare i miei parenti in Germania. Ho trascorso le feste da sola qui a Roma. E ora, benché io sia già all’ultimo anno di dottorato, sto ancora aspettando il mio secondo permesso. Avevo presentato la domanda a ottobre del 2025, ricevendo l’appuntamento per il rilevamento delle impronte digitali a dicembre. Da allora sono passati più di sette mesi», raccontava lo scorso luglio Mary, che ci ha chiesto di non usare il suo vero nome. Un’attesa con pesanti conseguenze, anche per la carriera scientifica. «Sono stata costretta a perdere un’occasione molto importante e rara a marzo 2026, quando avrei dovuto recarmi in Cile per effettuare osservazioni delle galassie. Là avrei anche avuto l’opportunità di tenere all’Eso – lo European Southern Observatory – un seminario sul mio lavoro. Purtroppo ho dovuto disdire il viaggio, poiché non potevo partire senza il permesso di soggiorno. È stato devastante».
Quello di Mary non è un caso isolato, anzi: fra le ricercatrici e i ricercatori provenienti da paesi extra-Ue è un’esperienza purtroppo abbastanza condivisa, per quanto tutt’altro che uniforme sul territorio nazionale, come evidenzia il sito portalemigranti.it nell’articolo “Permesso di soggiorno in Italia 2026: Tempi di rilascio reali e come verificare lo stato della pratica”, dal quale si evince come a presentare situazioni critiche siano perlopiù alcune grandi città.

Figlio di insegnanti e scienziati, Irdb ha nutrito fin da piccolo un amore speciale per la scienza. Da bambino sognava di seguire le orme della nonna e diventare un funzionario pubblico, così da poter aiutare e rappresentare la sua gente, poi però negli anni del liceo il fascino per l’astrofisica ha finito per prevalere. Crediti: Inaf
«Direi che la sfida maggiore è stata districarmi nel sistema amministrativo, perché le procedure non sono sempre trasparenti e non sempre vengono applicate in modo coerente», racconta Jane Doe – questo il nome non casuale con il quale ci ha chiesto di essere presentata –, ricercatrice nel campo delle atmosfere planetarie ancora in attesa che le arrivi l’agognato permesso. «Ho presentato la domanda poco dopo il mio arrivo in Italia. La procedura prevede il ritiro del kit di richiesta, la preparazione di tutti i documenti, la consegna all’ufficio postale, il pagamento delle tasse, la presentazione in questura per il rilevamento delle impronte digitali e, infine, l’attesa fino al rilascio del permesso. Sulla carta sembra semplice, ma nella pratica può diventare complicato, perché uffici diversi a volte forniscono informazioni o interpretazioni diverse dei requisiti».
Non è andata meglio a Irdb, 27 anni appena compiuti, ricercatore nel campo dell’astrofisica delle altissime energie. Il nome con il quale ci ha chiesto di essere identificato è l’acronimo di International Researchers Deserve Better – i ricercatori internazionali meritano di meglio. E come dargli torto? Durante una delle tante visite tra un ufficio e l’altro per ottenere il permesso di soggiorno, racconta, gli è addirittura capitato di essere spinto via in malo modo. «Un episodio che ha avuto un impatto duraturo sul mio benessere psicologico. Per chi arriva in Italia pieno di entusiasmo e con ambiziosi obiettivi di ricerca, esperienze come questa possono risultare profondamente scoraggianti».
Nell’attesa, una ricevuta compilata a mano
E durante la lunga attesa del permesso di soggiorno, quale documento si ha in mano? «La ricevuta che rilascia l’ufficio postale alla consegna del kit per la richiesta del permesso. È una ricevuta in parte stampata e in parte scritta a mano. Finché il permesso vero e proprio non è pronto, è l’unico “documento” che ci consente di viaggiare», dice Hemanth, 32 anni, ricercatore specializzato nella strumentazione per l’astrofisica. Documento fra virgolette: la ricevuta rilasciata alle Poste ha infatti numerosi limiti. «Purtroppo, non consente di recarsi in altri paesi dell’Unione Europea, ma permette solo viaggi diretti di andata e ritorno verso il proprio paese d’origine».

Ecco un esempio di ricevuta postale (qui con i dati sensibili oscurati), il documento “sostitutivo” in attesa – a volte anche per parecchi mesi – che arrivi il permesso di soggiorno
Detto altrimenti, se Hemanth, il cui lavoro lo porta a far parte di grandi collaborazioni internazionali, viene invitato a un meeting all’Agenzia spaziale europea in Francia, o nei Paesi Bassi, o in qualunque altro paese dell’area Schengen, deve dire di no. Finché non gli arriva il famigerato permesso – per quanto la sua posizione sia regolarissima, in fondo è solo in attesa – non gli è consentito. Un danno per lui, che si ritrova a vedersi negate importanti opportunità di carriera, ma ancor più per il nostro paese, che per entrare a far parte di quelle collaborazioni internazionali ha investito moltissimo.
«È chiaro come tutto questo guazzabuglio comporti non pochi grattacapi a chi, come ricercatore, ha necessità di viaggiare, anche spesso, e non solo per partecipare a conferenze o a meeting di progetti, ma anche per condurre esperimenti in altre strutture di ricerca, e non necessariamente in paesi Ue», osservava già nel 2022 Liberato Manna in un articolo su Scienza in rete intitolato significativamente “Ricercatore straniero? Favorisca i documenti”.
Desiderati e respinti
Una situazione paradossale, a ben pensarci. Ricercatrici e ricercatori di alto livello come Mary, Joan Doe, Irdb ed Hemanth, arrivati qui in Italia carichi di competenze ed entusiasmo, dovremmo fare carte false per tenerceli ben stretti. Basta dare una rapida occhiata alle statistiche rese pubbliche giusto oggi dallo European Research Council sui destinatari degli starting grant appena assegnati, per rendersene conto. I giovani scienziati che hanno visto il proprio progetto selezionato sono 421, per un totale di 705 milioni di euro. Con 50 italiani fra i vincitori, l’Italia è seconda, dietro alla Germania, per nazionalità delle ricercatrici e dei ricercatori che si sono aggiudicati l’ambito finanziamento. Ma è soltanto sesta, superata anche da Svizzera e Paesi Bassi, come paese di destinazione: solo 22 dei 421 vincitori hanno scelto di condurre la propria attività di ricerca qui da noi. E poiché ogni ricercatore porta il finanziamento all’istituzione che lo ospiterà, ciò significa che stiamo “regalando” decine di milioni di euro ad altri paesi.

Alcuni dati relativi ai 421 vincitori degli Erc Starting Grants 2026. Ben 50 sono di nazionalità italiana (grafico in basso), ma solo 22 (grafico in alto) hanno scelto di venire nel nostro paese per realizzare il loro progetto. Fonte Erc
È così da parecchi anni, seppur fra alti e bassi. L’anomalia – si sottolinea ogni volta – non sono certo i tanti italiani che scelgono di andare all’estero, bensì i pochi stranieri che scelgono di venire in Italia. Ascoltando storie come quelle di Mary, Joan Doe, Irdb ed Hemanth non c’è troppo da stupirsene. Per rimanere all’esempio degli Erc: una parte significativa del finanziamento – parliamo di circa un milione e mezzo di euro per ogni singolo starting grant, da usare in cinque anni – è destinata a consentire ai vincitori di “costruirsi il proprio team di ricerca”, si legge nel bando, “così da poter affermare la propria indipendenza in una fase cruciale della carriera”. Team di ricerca di qualunque nazionalità. Scegliere un’istituzione di un paese come il nostro, burocraticamente così ostile ai ricercatori extra-Ue, significa dunque essere penalizzati già in partenza, nel momento critico di costruzione del proprio team. Ed è solo un esempio fra tanti, questo degli Erc.
Va detto che negli anni molti passi avanti sono stati fatti – e con risultati tangibili – per rendere l’Italia più attraente per i ricercatori che arrivano dall’estero, dalle agevolazioni fiscali all’istituzione di corsi di laurea e dottorato in lingua inglese. Rispetto al passato, l’internazionalizzazione è indubbiamente assai migliorata, in particolare per gli studenti dei corsi di laurea triennali e magistrali, per i quali il saldo fra stranieri in ingresso e italiani in uscita negli ultimi anni è addirittura diventato positivo, come riporta l’Anvur nel suo Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca 2026. È dunque a maggior ragione un vero peccato che questo notevole impegno venga in parte vanificato da lentezze procedurali e farraginosità burocratiche. Lentezze e farraginosità che nell’ottenimento del permesso di soggiorno raggiungono l’apice, come emerge anche da una survey condotta nel 2025 fra il personale straniero dell’Inaf, ma che non sono certo limitate a questo.
Non è ovunque così
«Ottenere il permesso di soggiorno è solo una delle fasi del processo di insediamento in Italia. I ricercatori internazionali», ricorda Jane Doe, «devono espletare diverse altre procedure amministrative, come l’ottenimento della tessera sanitaria, che può comportare visite all’Asl e, a seconda della situazione, all’Agenzia delle Entrate per aggiornare o verificare i dati relativi al codice fiscale. Queste procedure sono interconnesse, ed eventuali ritardi o informazioni contrastanti presso un ufficio possono ripercuotersi sugli altri». Difficoltà che i cittadini italiani possono immaginare senza troppa fatica, se non altro per averle vissute sulla propria pelle. Ciò non significa però che debba essere per forza così, o che sia ovunque così. «Parlando con alcuni amici ricercatori che vivono in paesi come Germania, Svezia e Austria ho chiesto se avessero affrontato difficoltà simili. Da quanto mi hanno raccontato», continua la ricercatrice, «le loro procedure amministrative sembravano essere molto più semplici e facili da gestire rispetto a quelle che ho sperimentato in Italia. Naturalmente si tratta delle loro esperienze personali, non delle mie, ma mi ha fatto capire che anche qui c’è margine per rendere il processo più accessibile ai ricercatori internazionali».
«Molti miei amici, alcuni miei parenti e attualmente anche mia moglie vivono in altri paesi dell’Unione Europea. Sebbene debbano affrontare le tipiche difficoltà degli immigrati, non devono sopportare difficoltà quotidiane, come avviene qui, per soddisfare bisogni primari e mantenere la libertà di circolazione», sottolinea Hemanth.
Mary, di vita da ricercatrice altrove, ha esperienza diretta. «Ho vissuto in Germania per tre anni», racconta, «e lì non ho avuto assolutamente alcun problema con viaggi e documenti. Quando il mio permesso era scaduto, mi sono recata all’ufficio immigrazione – senza appuntamento – e ne ho richiesto uno temporaneo: me lo hanno rilasciato lo stesso giorno. Il personale dell’ufficio sembrava prendere la questione molto sul serio, valutando ogni singolo caso e assicurandosi che non avessimo ulteriori problemi a causa dei loro ritardi – qualora ce ne fossero stati».
Un brutto biglietto da visita per il nostro paese
Quando proviamo a chiedere a Mary se consiglierebbe agli amici di Bangalore – quegli stessi amici che da ragazzi si erano emozionati con lei al planetario e al telescopio, al punto di scegliere l’astrofisica come lavoro – di venire a fare ricerca in Italia, c’è dunque poco da sorprendersi se in modo perentorio risponde: «assolutamente no! Meglio andare in un altro paese piuttosto che soffrire, qui, come se fossi un peso per il sistema. I miei tre anni in Italia sono stati un’esperienza stressante, solitaria e cronicamente devastante. Soprattutto a causa della burocrazia, delle procedure, della loro efficienza e dell’impatto di tutto ciò sulla mia vita professionale e personale». È un no senza appello anche quello di Hemanth. «Ogni volta che parlo con colleghi scienziati del mio paese, li scoraggio vivamente dal venire in Italia per motivi di ricerca, a causa degli ostacoli burocratici che incidono sulle condizioni di vita di base. Li incoraggio però tutti a venire come turisti», puntualizza sorridendo.

Copertina del report del 2025 “Welcome to INAF? Beyond Research: The Realities of Being a Foreign Scientist at INAF”, di Stella Boula, Jesús Maldonado Prado, Emilio Molinari e Danae Polychroni
L’unica che, nonostante tutto, continua a consigliare ai colleghi il nostro paese è Joan Doe. «Dal punto di vista scientifico, la mia esperienza all’Inaf Iaps di Roma è stata molto positiva. L’ambiente di ricerca è collaborativo, la qualità scientifica è eccellente e ho ricevuto un sostegno straordinario dal mio supervisore. Allo stesso tempo», aggiunge però, «vorrei rivolgere un avvertimento a chiunque provenga dall’estero. Le procedure amministrative possono rivelarsi impegnative, oltre che emotivamente logoranti, soprattutto nei primi mesi. Spesso richiedono una pazienza e uno sforzo straordinari. Con un maggiore sostegno istituzionale ai ricercatori internazionali, credo che la transizione sarebbe molto più agevole, consentendo ai nuovi arrivati di concentrarsi sulla propria ricerca e rendendo l’Italia un luogo più piacevole in cui vivere».
Il giudizio più sfaccettato è quello di Irdb. «Dopo due anni e mezzo in Italia, faccio fatica a dare una risposta semplice, un sì o un no», dice. «La comunità scientifica qui è eccezionale e la qualità della ricerca è al tempo stesso stimolante e gratificante. Ma le difficoltà burocratiche possono diventare così opprimenti da far sembrare la ricerca un’attività secondaria, mentre districarsi tra le procedure amministrative diventa l’obiettivo principale, soprattutto quando il sostegno istituzionale è limitato. Ho avuto la fortuna di avere un supervisore che mi ha aiutato attivamente a superare molte di queste difficoltà, rendendo la mia esperienza notevolmente più agevole di quanto sarebbe stata altrimenti. Per questo motivo, consiglierei l’Italia solo ai ricercatori che sanno di poter contare su un forte sostegno da parte del proprio gruppo di ricerca o dell’istituzione di appartenenza».
Su questo punto, ovvero il fatto che un forte sostegno da parte dei gruppi di ricerca e delle istituzioni ospiti può fare la differenza, insiste una delle tutor dei dottorandi extra-Ue, Martina Cardillo dell’Inaf Iaps di Roma. «Non possiamo certo cambiare la burocrazia italiana con uno schiocco di dita, ma se le università e gli enti di ricerca chiedessero e ottenessero un canale diretto per gestire queste situazioni», suggerisce, «sarebbe un passo avanti importante. Intendiamoci, non si tratta di ottenere privilegi per ricercatori e ricercatrici rispetto a tutte le altre migliaia di persone che richiedono il permesso di soggiorno. Ma è un fatto che questi ragazzi e ragazze arrivano in Italia con una borsa di studio o un contratto italiano, quindi sono letteralmente invitati da noi a fare ricerca nel nostro paese. Dopodiché, arrivano qui e si ritrovano totalmente abbandonati. Non possiamo far finta di nulla, se vogliamo davvero che i nostri istituti di ricerca siano internazionali: la ricerca è mondiale, chiudersi – o anche non far niente di più del minimo necessario per aprirsi – significa perdere menti brillanti».
Per saperne di più:
- Leggi il report del 2025 “Welcome to INAF? Beyond Research: The Realities of Being a Foreign Scientist at INAF”, di Stella Boula, Jesús Maldonado Prado, Emilio Molinari e Danae Polychroni






