AVVENTURA CULTURALE – E BUROCRATICA – D’UN RECUPERO D’ECCEZIONE

Da Londra a Catania con un manoscritto nel trolley

Salvo Guglielmino dell’Inaf di Catania ripercorre, insieme a Mariagrazia Condorelli, la storia della recente acquisizione di un manoscritto di Pietro Tacchini, una lettera in francese in cui il celebre astronomo dell’Ottocento dava notizie sugli strumenti e sulle finalità dell’Osservatorio etneo, costituito nel 1878 e portato a compimento pochi anni dopo

Ritratto di Pietro Tacchini. Crediti: Baldelli Reale & Montesi (attivo a Roma), archivio storico dell’Accademia delle scienze / Wikimedia Commons

Esattamente 150 anni fa, la città di Catania si preparava ad accogliere il ritorno in patria delle spoglie mortali di Vincenzo Bellini. Il celebre musicista, che aveva concluso a Parigi la sua intensa ma breve vita (1801-1835), era stato sepolto nel cimitero francese di Père Lachaise, dove rimase per più di quarant’anni. Quando nel settembre del 1876 le sue ceneri furono restituite alla città in cui era nato, i festeggiamenti furono solenni.

Tra le molte cerimonie che si svolsero a Catania, si tenne anche un’assemblea straordinaria dell’Accademia Gioenia, istituzione pubblica cittadina aperta agli studiosi di discipline scientifiche. In quell’occasione, l’astronomo Pietro Tacchini (1838-1905), che da Modena si era trasferito in Sicilia per lavorare alla Specola palermitana, propose la costruzione di un osservatorio astronomico-meteorologico sull’Etna da intitolare a Vincenzo Bellini per onorarne la memoria. Volendo condurre ricerche osservative di carattere astrofisico, Tacchini confidava che l’Etna, con i suoi tremila metri di quota, avrebbe consentito di eliminare una buona parte dell’assorbimento della radiazione luminosa causato dagli strati più bassi dell’atmosfera terrestre. Accolta dall’entusiasmo generale, la proposta diede avvio alla costruzione dell’Osservatorio etneo “Vincenzo Bellini”, costituito nel 1878 e portato a compimento pochi anni dopo.

Questa storia la conoscevamo bene qui all’Osservatorio astrofisico di Catania, struttura dell’Inaf diretta discendente di quel primo Osservatorio etneo. Conserviamo nel nostro archivio storico anche un opuscolo a stampa di quella celebre conferenza di Tacchini tenuta all’Accademia Gioenia, “Della convenienza ed utilità di erigere una stazione sull’Etna”. Non potevamo però immaginare che nel 2026 fosse ancora nascosto a Londra un ulteriore tassello di questa vicenda.

L’anno scorso, infatti, grazie alla rete dei musei, archivi e biblioteche dell’Inaf, Ileana Chinnici, collega Inaf di Palermo, informata a sua volta da un collega Inaf di Milano, Mario Carpino, ci segnalava che un rivenditore di libri antichi londinese aveva messo in vendita alcuni fascicoli di pubblicazioni scientifiche di fine ‘800. Piegato all’interno di uno di essi – guarda caso proprio una copia di “Della convenienza ed utilità di erigere una stazione sull’Etna” – si trovava un manoscritto di Tacchini: una lettera in francese in cui l’astronomo dava notizie al suo interlocutore sugli strumenti e sulle finalità dell’Osservatorio etneo.

L’occasione era troppo ghiotta per lasciarcela scappare e, per saperne di più, io e Mariagrazia Condorelli, nostra funzionaria dell’Ufficio acquisti, abbiamo scritto una prima e-mail a Maurice Stroh, il libraio inglese in possesso del manoscritto, al quale abbiamo richiesto informazioni sul documento. Non sapevamo che da lì ne sarebbero seguiti mesi di interlocuzioni.

Dopo aver constatato l’importanza ed il valore del manoscritto, abbiamo intavolato una trattativa per acquisirlo. La parte difficile, però, doveva ancora arrivare. Non era facile far capire a Maurice che chi acquisiva il bene era un ente pubblico di ricerca dello Stato italiano, e che un semplice scambio di credenziali bancarie non sarebbe stato sufficiente a chiudere la faccenda.

Abbiamo impiegato settimane per spiegare a Maurice come redigere correttamente i documenti necessari, poiché certamente per un antiquario inglese avvezzo ai principi di Common Law le richieste della burocrazia italiana sembravano incomprensibili. Solo dopo l’intervento di un’interprete, che ci ha informato che Maurice era anche un po’ avanti negli anni, abbiamo capito quanto per lui fosse davvero difficile raccapezzarsi con i documenti che gli avevamo inviato, per quanto in versione bilingue.

La prima pagina del manoscritto recuperato, ancora all’interno dell’opuscolo a stampa. Crediti: S. Guglielmino/Inaf

Improvvisamente, a fine 2025, i canali di comunicazione si sono interrotti. In uno degli ultimi messaggi, Maurice ci aveva detto che era un po’ esausto a causa delle lungaggini della vicenda, e noi, preoccupati da questo lungo silenzio, avevamo iniziato a valutare altre opzioni per concludere la trattativa.

Nella primavera di quest’anno il rivenditore, uscito pochi giorni prima da una lunga degenza ospedaliera, si è fatto risentire chiedendoci se avessimo ancora voglia di portare a termine la nostra trattativa, e se lo avremmo potuto aiutare in qualche modo. Dal canto suo Maurice si sarebbe impegnato a procurare la licenza di esportazione del manoscritto dal Regno Unito facendo richiesta alla Camera delle Belle Arti di Londra.

A quel punto, dopo esserci consultati con la nostra Direzione, abbiamo fatto a Maurice una proposta: saremmo andati di persona da lui a Londra a recuperare il manoscritto, aiutandolo a concludere le procedure burocratiche direttamente in loco. L’unica condizione è che ci assicurasse la presenza dell’interprete, per ogni evenienza.

E così, a metà maggio, ci siamo ritrovati a bordo di un aereo diretto a Londra, senza la consueta presentazione da ultimare prima di un congresso, ma portandoci dietro un faldone di documenti da completare. Aggiungiamo pure che eravamo stati previdenti. Qualche settimana prima di partire, avevamo consultato la Soprintendenza archivistica della Sicilia e la Soprintendenza regionale per i Beni Culturali per essere autorizzati all’importazione del manoscritto. Gli unici a non aver risposto alle nostre richieste di informazioni erano gli Uffici dell’Agenzia delle dogane. Trattandosi di un bene che si trovava in area extra-UE, sarebbe stato infatti necessario sdoganarlo al suo ingresso sul territorio nazionale.

Approfittando del lungo scalo a Milano prima del volo per Londra, ci siamo recati all’Ufficio delle dogane dell’aeroporto di Linate per chiedere cosa avremmo dovuto fare una volta rientrati in Italia. Dopo un paio di ore di interlocuzioni, siamo riusciti a ottenere i contatti dello spedizioniere che avrebbe curato la pratica al nostro arrivo, un paio di giorni più tardi.

Il giorno dopo, in una Londra dal mutevole clima primaverile, capace di passare in pochi minuti da una violenta grandinata a un’assolata giornata, abbiamo raggiunto Maurice nella sua residenza per anziani, nel cuore del quartiere ebraico, accolti al nostro arrivo dall’interprete che – sorpresa – era un’assistente siciliana di Palermo, da anni trasferita in Inghilterra, entusiasta di conoscerci di persona in quanto “pubblici ufficiali” dello Stato italiano in missione.

Da sinistra, l’antiquario londinese Maurice Stroh e i due protagonisti del recupero, Salvo Guglielmino e Mariagrazia Condorelli, entrambi dell’Inaf di Catania. Crediti: Inaf

Ci sono volute un paio d’ore per compilare e siglare tutti i documenti, mentre l’Amministrazione e la Direttrice in tempo reale controfirmavano da Catania le scansioni, ma alla fine l’esausto libraio ci ha consegnato il manoscritto, non senza aver rimbrottato un’ultima volta per le lungaggini di questo scambio. La nostra giornata londinese si è conclusa festeggiando la felice conclusione dell’acquisto con l’immancabile fish and chips e uno sticky toffee pudding immerso nella crema inglese come dessert, in un caratteristico pub di Carnaby Street.

Ma non tutto era ancora finito. L’indomani rimaneva l’ultimo step, il rientro in Italia e il passaggio dalla dogana a Linate, per il quale avremmo avuto solo un paio di ore scarse prima dell’imbarco per Catania. E lì non potevano mancare gli imprevisti dell’ultimo minuto: non solo un ritardo dell’aereo all’atterraggio a Milano, ma anche un blocco momentaneo del sistema informatico del portale dell’Agenzia delle dogane. Ricevuto l’ok dal sistema dieci minuti prima della chiusura del volo, grazie alla gentilezza degli operatori doganali che ci hanno accompagnato personalmente, siamo riusciti ad arrivare al gate di imbarco appena in tempo.

L’indomani mattina, ho depositato il manoscritto nel nostro archivio storico. Da quel poco che siamo riusciti a leggere – per non rovinare ulteriormente i fogli prima di un piccolo necessario intervento di restauro – Tacchini racconta come aveva avuto l’idea di far costruire un osservatorio sull’Etna, quali strumenti fossero funzionanti – come il telescopio Merz – e quali fossero le condizioni osservative in cima al vulcano. Il tutto è corredato da alcuni disegni di Tacchini stesso, che presenta uno schizzo dell’Etna in eruzione con la posizione dell’Osservatorio e un’illustrazione del telescopio Merz.

A chi scrive Tacchini? Quando? E perché? Beh, questo sarà il seguito di questa storia, che contiamo di potervi raccontare nei prossimi mesi.