Lo scorso settembre, il rover Perseverance della Nasa aveva trovato potenziali tracce di biofirme in un campione di rocce marziane nella formazione Bright Angel, un antico alveo fluviale che confluisce nel lago fossile di Jezero. Un team internazionale di scienziati, analizzando due delle rocce raccolte da Perseverance, ha confermato la presenza di carbonio macromolecolare (Mmc) sulla superficie di Marte. Ora un nuovo studio, pubblicato la settimana scorsa su Science Advances, conferma in modo inequivocabile la presenza di carbonio organico, uno degli elementi fondamentali della vita, nelle stesse due rocce marziane della formazione Bright Angel. Condotto attraverso lo spettrometro Raman a bordo del rover e firmato, fra gli altri, dalla ricercatrice dell’Inaf Teresa Fornaro, il nuovo lavoro descrive in modo più dettagliato cosa possiamo affermare con certezza riguardo a tale materia organica – molecole che si trovano comunemente nelle rocce terrestri e nelle meteoriti e la cui origine può essere di natura biotica o abiotica.

Il rover Perseverance su Marte esamina la roccia Cheyava Falls, situata nel cratere Jezero, utilizzando lo spettrometro montato sul suo braccio robotico. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech
La storia geologica della zona in cui sono stati raccolti i campioni suggerisce che il deposito di materia organica possa essersi verificato in due o più eventi. Miliardi di anni fa, infatti, un alveo fluviale trasportava acqua e sedimenti nel cratere Jezero; i sedimenti a grana fine si depositarono sul fondo prima di indurirsi, formando le rocce argillose analizzate dal team. L’Mmc è stato rilevato in associazione con questi sedimenti a grana fine, ma anche con minerali carbonatici e solfati formatisi successivamente durante l’alterazione acquosa.
«È estremamente difficile dire se il carbonio macromolecolare rinvenuto a Bright Angel su Marte sia di origine biotica», dice Fornaro, «in quanto sia materia abiotica che biotica, esposta per miliardi di anni alle condizioni estreme marziane, può trasformarsi in questo tipo di materiale organico complesso. Tuttavia, la presenza di materia organica, insieme ad evidenze mineralogiche come le macchie di leopardo che nelle rocce terrestri spesso derivano da processi biologici, in una roccia formatasi in un ambiente acquoso abitabile nel passato di Marte, possono rappresentare molteplici evidenze di biogenicità».
«Sebbene il meccanismo specifico di formazione dell’Mmc rilevato nelle argilliti di Bright Angel rimanga sconosciuto, questa rimane comunque una delle scoperte finora più entusiasmanti», aggiunge Ashley Murphy, coautrice dello studio e ricercatrice al Planetary Science Institute.

Una vista a 360 gradi della formazione Bright Angel, dove miliardi di anni fa scorreva un antico fiume. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech/Asu/Msss
Un altro aspetto interessante è la collocazione delle molecole organiche osservate: a soli pochi micron sotto la superficie marziana, uno spessore inferiore a quello di un foglio di carta. Si tratta del rilevamento di Mmc a minore profondità mai avvenuto su Marte. È degno di nota che molecole organiche complesse siano state individuate così vicino alla superficie, in un ambiente ostile come quello marziano, dove è noto che la luce solare e altri fattori ambientali distruggono le sostanze organiche.
«L’ambiente superficiale marziano è caratterizzato da radiazioni e ossidanti chimici che sono distruttivi per le sostanze organiche, e simulazioni di laboratorio terrestri hanno dimostrato che il tempo di sopravvivenza delle sostanze organiche in condizioni simili a quelle marziane – specialmente in superficie o in prossimità di essa – dipende da fattori quali il tipo di molecola organica e i minerali circostanti», spiega Murphy. «L’Mmc rilevato nelle argilliti di Bright Angel è resistente alla degradazione e/o è stato sufficientemente protetto da altri minerali, quali argille o suolo marziano ricco di ferro». Inoltre, il campione è stato raccolto a più di tremila chilometri di distanza dai rilevamenti di sostanze organiche effettuati dal rover Curiosity della Nasa nel cratere Gale.
«È un dato incoraggiante per l’abitabilità di Marte», conclude Murphy. «Ciò indica che miliardi di anni fa le sostanze organiche potrebbero essere state presenti non solo localmente, ma anche più ampiamente diffuse negli antichi laghi e fiumi di Marte».
Per saperne di più:
- Leggi su Science Advances l’articolo “Spatially distributed complex organic matter detected in an ancient river valley in Jezero crater, Mars” di Ashley E. Murphy, Kyle Uckert, Kevin P. Hand, Rohit Bhartia, Sergei V. Bykov, Keyron Hickman-Lewis, Ryan S. Jakubek, Carina Lee, Francis M. McCubbin, Michelle E. Minitti, Alyssa Pascuzzo, Sandra Siljeström, Sunanda Sharma, Andrew Steele, Kenneth H. Williford, William Abbey, Sanford A. Asher, Robert Barnes, Parker A. Barr, James F. Bell III, Olivier Beyssac, Tanja Bosak, Michael S. Bramble, Adrian Brown, Adrian P. Broz, Denise Buckner, Emily L. Cardarelli, Joseph L. Carsten, Andrea Corpolongo, Andrew Czaja, Scott G. C. Edgington, Bethany L. Ehlmann, Kenneth A. Farley, Teresa Fornaro, Marc Fries, Roxana González-Burgos, Sanjeev Gupta, Nikole C. Haney, William Hug, Joshua Huggett, Joel A. Hurowitz, Samara Imbeah, Joanna Clark, Alexander J. Jones, Linda C. Kah, Megan R. Kennedy, Steven W. Lee, Justin Maki, Brian Nixon, Jorge I. Núñez, Jeffrey T. Osterhout, Nicole D. Phelan, Yu Yu Phua, Michael A. Ravine, Joseph Razzell Hollis, Eva Scheller, Mitchell D. Schulte, Mark A. Sephton, Justin I. Simon, Anushree Srivastava, Kathryn M. Stack, Jason Van Beek, Benjamin P. Weiss, Roger Wiens, Amy J. Williams, Brittan V. Wogsland e R. Aileen Yingst






