LA MERAVIGLIA DEL CIELO

Dalle tracce di maturità all’astronomia culturale

Salvatore Guglielmino e Giangiacomo Gandolfi colgono l’occasione della selezione, fra le tracce d’esame di maturità, dell’articolo della giornalista Wenke Husmann “Funziona a meraviglia” per riflettere sull’immaginario di chi osserva le stelle e presentare le principali realtà che si occupano di astronomia culturale

Esiste una disciplina che scruta il cosmo non per mappare la distanza tra le galassie o per determinare la composizione delle stelle, ma per misurare l’impatto del cielo sulla nostra storia, sul nostro immaginario e sulle nostre civiltà: è l’astronomia culturale. È attraverso questa specifica lente che possiamo unire in un unico, grande affresco eventi apparentemente lontanissimi: dai miti dell’antichità fino ai banchi di scuola di oggi.

Che cosa lega il terrore degli antichi egizi davanti a un cielo tinto di rosso – interpretato come il segno tangibile dell’ira degli dei – alle cronache medievali inglesi, quando sfogliando la Peterborough Chronicle del XII secolo vi troviamo descritte eclissi, comete e “draghi celesti” che squarciano la notte anglosassone, e all’articolo della giornalista tedesca Wenke Husmann, balzato questa settimana agli onori della cronaca per essere stato selezionato come traccia d’italiano dell’esame di maturità 2026?

I bagliori rossi Sar (stable aurora red arches), connessi all’aurora boreale, osservati sull’Etna in occasione dell’intensa tempesta magnetica G5 dell’11 maggio 2024 alle 00:20. Photo credit Giancarlo Tinè

Nulla, a prima vista; in realtà, moltissimo. Il trait d’union è proprio quel sussulto primordiale di awe and wonder – un misto di sbigottimento, timore reverenziale e meraviglia pura – che l’essere umano prova da sempre quando alza gli occhi al cielo e si confronta con qualcosa che eccede la sua esperienza quotidiana. Che si tratti del passaggio di una cometa o del buio improvviso in pieno giorno di un’eclissi solare, o anche solo di una luccicante notte stellata, il firmamento ha sempre costretto l’uomo a ridefinire i confini della propria immaginazione, spingendolo non solo a stupirsi, ma a voler capire.

Nel suo articolo “Funziona a meraviglia”, pubblicato su Internazionale, Husmann prende spunto da un’esperienza personale: l’osservazione di un’aurora boreale insieme alla figlia. Husmann racconta di essersi trovata ad Amburgo, sotto “lunghe strisce infuocate”, e di aver letto lo stupore puro negli occhi di sua figlia bambina. Da questo evento celeste l’autrice si interroga sull’esistenza di una “versione adulta” dell’incanto. Se da bambini la meraviglia davanti all’universo è istintiva, l’uomo contemporaneo, distratto dalla routine, deve compiere un atto intenzionale per riscoprire quello stupore. Grazie all’eredità dell’Illuminismo e dell’indagine scientifico-empirica, oggi sappiamo che l’aurora boreale «non è un messaggio mitologico, ma la collisione tra gli elettroni e gli atomi dell’atmosfera». Eppure, avverte la giornalista, «un mondo dove si può spiegare ogni magia è un mondo terribilmente triste».

La stessa intuizione la ebbe un secolo fa Max Weber, che nel suo La Scienza come professione del 1919 descrisse con un’efficacia tinta dell’angoscia delle guerre mondiali che si andavano gonfiando nell’Europa circostante il cosiddetto “disincanto del mondo”. La scienza occidentale andava producendo, in parallelo alla crisi del Romanticismo e al trionfo del neo-positivismo, un contesto intellettuale razionalizzante e ormai completamente avulso dal mondo magico e religioso che aveva garantito fino ad allora il collante e il motivo unificante dell’esperienza umana.

Il crollo delle credenze, col suo terribile senso di vuoto, non significò necessariamente la fine della meraviglia. La scienza modificò il nostro modo di guardare il cielo, ma aprì anche prospettive prima impensabili all’immaginazione. Lo intuì Walter Benjamin osservando il successo dei primi planetari moderni: strumenti capaci di restituire al pubblico un’esperienza del cielo stellato inedita e coinvolgente. La stessa tensione verso il Sublime (das Erhabene) sarebbe sfociata in pochi decenni nell’esplorazione spaziale e nella costruzione dell’immaginario scientifico del Novecento.

E in effetti l’aurora boreale descritta da Husmann non è solo un fenomeno atmosferico: è il pretesto per un’osservazione culturale su come la meraviglia si riveli una risorsa fondamentale per continuare a comprendere il mondo e su come, ancora nel nostro secolo, l’uomo comune si relazioni al cosmo senza cessare di rivolgere affascinato lo sguardo alle stelle. L’astronomia culturale risponde proprio a questa domanda, esplorando l’impatto dell’osservazione del cielo in ogni sua espressione culturale diversa dalla scienza “esatta”. Ci dimostra, carte alla mano, che il tentativo di spiegare l’universo non ne ha mai davvero cancellato l’incanto, semmai lo ha nutrito.

In fondo, non era il Platone del Teeteto a ricordarci l’origine di questo inestricabile legame tra stupore e pensiero?

Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il meravigliarti. Non vi è altro inizio della filosofia, se non questo, e chi affermò che Iride era figlia di Taumante non fece male la genealogia. (155d)

Iride, il fenomeno celeste (l’arcobaleno), nonché la messaggera degli dèi – simbolo della conoscenza e del sapere – nasce da Taumante, la meraviglia. È da quel naso all’insù che, da millenni, nascono scienza, mito e filosofia.

Questa indagine sull’elemento umano nell’osservazione del cielo ci costringe a rivedere i nostri stereotipi. Tendiamo a immaginare gli astronomi ingabbiati in cliché, o come romantici solitari persi nella contemplazione all’oculare, o come freddi meccanici computatori di abissi smisurati e cataloghi stellari, ormai insensibili al fascino del cosmo.

Edward Henry Potthast, “Watching of Star Sky” (1918). Crediti: Wikimedia Commons

All’Istituto nazionale di astrofisica non sono oggetto di studio soltanto stelle, pianeti e galassie, ma sotto la lente finiscono anche le donne e gli uomini che, nel corso della storia, hanno osservato il cielo e cercato di interpretarlo. Chi scruta il cielo è intriso della cultura del suo tempo: le sue reazioni, le sue speculazioni nell’oscurità notturna e persino i calcoli più tecnici degli studiosi sono in realtà tra le manifestazioni più varie, eterogenee e stimolanti del pensiero umano. E l’immaginario di chi osserva le stelle e i fenomeni celesti ha un ruolo chiave nella genesi della scienza tanto quanto in quella dell’arte.

Nata in ambito anglosassone e oggi diffusa a livello internazionale, l’astronomia culturale riunisce studiosi provenienti da discipline diverse. A livello internazionale il settore è rappresentato da associazioni scientifiche dedicate (Seac, Isaac) e da una commissione specifica – la C5 – dell’International Astronomical Union, mentre in Italia opera la Società italiana di astronomia culturale (Siaac).

A raccogliere, seguire e studiare queste testimonianze è anche il gruppo di ricerca Asculta (Astronomia culturale in Inaf), coordinato da Angelo Adamo dell’Inaf Ira di Noto e composto da ricercatori e tecnologi dell’Istituto e studiosi di altre istituzioni interessati alla disciplina. Dedicando da anni a queste tematiche convegni, pubblicazioni e interminabili discussioni, Asculta ci ricorda che il cielo non è solo un laboratorio di fisica, ma il più grande, antico e affascinante specchio della nostra cultura.

Tra gli appuntamenti più significativi dei prossimi mesi di questa disciplina, che comprende nel suo eclettico perimetro l’archeoastronomia, l’etnoastronomia e tanti altri campi di indagine che declinano questo rapporto uomo-cosmo nella psiche, nello spazio e nel tempo, figurano la conferenza internazionale Inspiration of Astronomical Phenomena (Insap XIV), dedicata all’ispirazione artistica, dalla letteratura alla musica, dall’architettura alle visual arts, che si terrà a Roma nell’ottobre di quest’anno, e le attività di riscoperta del patrimonio astronomico della capitale collegate alla General Assembly dell’International Astronomical Union, prevista nell’agosto del 2027.

Che si osservi un’aurora boreale dai colori impossibili che scende insolitamente a latitudini mediterranee o si contempli serenamente la luna, l’esperienza dell’osservazione della volta celeste continua ad essere uno spazio aperto all’immaginazione e alla ricerca di senso, sottraendoci al disincanto, come invitava a riflettere i nostri maturandi la traccia del tema.

Vale anche la pena ricordare che la riscoperta della meraviglia di fronte al cielo potremo sperimentarla tutti in modo particolarmente intenso quest’anno dalla Spagna, il 12 agosto, e il 2 agosto del 2027, con le due straordinarie eclissi solari che toccheranno prossimamente il nostro continente. Sarà l’occasione perfetta per congiungere scienza e poesia, facendo nostri gli immortali versi del Poeta:

Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.