LO STUDIO SU NATURE ASTRONOMY

Venere, la foschia dalle stelle cadenti

Per decenni la foschia bassa di Venere è rimasta un enigma: uno strato di particelle sospeso al di sotto del grande mantello di nubi acide del pianeta, osservato già dalle sonde degli anni Settanta e mai spiegato in modo convincente. Ora un gruppo di ricerca guidato dalla Tohoku University propone una soluzione: ad alimentarlo sarebbe la polvere cosmica che cade sul pianeta

     27/04/2026

Venere, il secondo pianeta del Sistema solare, è un mondo estremo con temperature superficiali attorno ai 475 °C e piogge di acido solforico. La sua atmosfera è caratterizzata da diversi livelli di nubi, il più basso dei quali arriva a intorno ai 47 km di altitudine. Questa fascia di bassa foschia si trova sotto il principale strato nuvoloso, in una regione dove i modelli atmosferici, finora, avevano lasciato aperta la domanda sulla sua origine. Uno studio del team di ricerca guidato da Hiroki Karyu, Takeshi Kuroda e Naoki Terada della Tohoku University (Giappone), in collaborazione con l’Institut Royal d’Aéronomie Spatiale del Belgio, ha avanzato l’ipotesi che la chiave sia nella polvere cosmica.

«Quando abbiamo ricostruito il ciclo di vita di queste particelle nelle nostre simulazioni, improvvisamente tutto ha trovato una spiegazione», dice Karyu. «La polvere cosmica, che potrebbe sembrare insignificante, si rivela essere l’ingrediente mancante necessario per spiegare la foschia bassa di Venere».

Il meccanismo di formazione della foschia bassa di Venere. La polvere cosmica proveniente dallo spazio viene incorporata nelle nubi di acido solforico. Quando l’acido solforico evapora alla base della nube, le particelle di polvere rimangono e si aggregano formando la foschia bassa. Crediti: Hiroki Karyu et al., Nature Astronomy, 2026

I dati delle missioni che hanno fatto ingresso nell’atmosfera di Venere, come Venera e Pioneer Venus, tra gli anni Settanta e Ottanta avevano mostrato la presenza di particelle submicrometriche in fascia bassa, senza identificarne la sorgente. Secondo il nuovo studio, pubblicato a metà aprile su Nature Astronomy, i residui di meteore – vale a dire, le “stelle cadenti”, in questo caso di Venere (sì, ci sono anche lì), costituite da minuscoli granelli – si riscaldano e si frammentano in alta atmosfera, producendo particelle minerali nanometriche che possono rimanere intrappolate nelle nubi di acido solforico. Scendendo verso gli strati più caldi, l’acido evapora e lascia nuclei solidi che si aggregano fino a formare la foschia osservata dalle sonde.

Il modello microfisico sviluppato dal team riproduce la distribuzione dimensionale delle particelle misurata decenni fa. Questo accordo rafforza l’ipotesi che la foschia inferiore di Venere sia mantenuta in modo continuo dall’apporto esterno di polvere cosmica. Il pianeta, quindi, non starebbe soltanto accumulando polveri dall’esterno, ma le starebbe trasformando in una componente stabile del proprio sistema atmosferico.

Gli autori dello studio suggeriscono che queste particelle favoriscano la formazione di nuove nubi nello strato principale e aumentino la produzione nuvolosa di circa il 20–30 per cento. Inoltre, la presenza di elementi metallici, in particolare il ferro, potrebbe offrire una spiegazione plausibile per il misterioso assorbitore ultravioletto di Venere, una sostanza ancora non identificata che influenza il bilancio energetico del pianeta.

 

Distribuzione calcolata della densità di massa delle nubi. La linea continua rappresenta il modello dello studio, che tiene conto dell’afflusso di polvere cosmica, dimostrando un elevato grado di accuratezza rispetto ai dati della sonda Pioneer Venus (PV) (linea tratteggiata). Crediti: Hiroki Karyu et al., Nature Astronomy, 2026

«Ciò dimostra», conclude Terada, «che il materiale proveniente dallo spazio non è solo un visitatore passivo: può influenzare attivamente l’atmosfera e il clima di un pianeta».

Ed è un risultato che potrebbe non riguardare solo Venere, osservano gli autori dello studio: si pensa che processi simili possano avvenire anche nell’atmosfera dei giganti gassosi del Sistema solare e in quella degli esopianeti. La polvere cosmica, ritenuta precedentemente un ingrediente marginale dell’atmosfera, potrebbe essere addirittura un elemento essenziale nel suo funzionamento.

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature Astronomy l’articolo “A cosmic origin of Venus’ lower haze”, di Hiroki Karyu, Takeshi Kuroda, Anni Määttänen, Arnaud Mahieux, Sébastien Viscardy, Naoki Terada, Séverine Robert, Ann Carine Vandaele e Michel Crucifix