Quella che segue è la trascrizione del primo episodio di Macchine del tempo, un podcast ispirato alla prima grande mostra dell’Istituto nazionale di astrofisica, che parte dalla Terra e incrocia pianeti, stelle e galassie, fino a sfiorare l’origine del cosmo. Ideato, realizzato e condotto da Lucia Bucciarelli, quest’episodio – pubblicato per la prima volta il 15 gennaio 2025 – ci riporta indietro a oltre quattrocento anni fa, al gesto visionario di Galileo che puntò per la prima volta il cannocchiale verso il cielo, e alle sue rivoluzionarie osservazioni della Luna, dei satelliti di Giove e delle stelle che formano la via Lattea. Potete ascoltarlo su Apple Podcasts, su Spotify e su YouTube. Oppure direttamente da qui.
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Lucia Bucciarelli
Sistema Solare, anno 1990.
Le due sonde spaziali del programma Voyager lanciate dalla NASA nel 1977, hanno ormai concluso la parte principale della missione – ovvero osservare e studiare da vicino i due pianeti giganti Giove e Saturno – e proseguono il loro viaggio spaziale. Oltrepassata l’orbita di Nettuno, a una distanza di circa 6 miliardi di chilometri dalla Terra, una delle due sonde, Voyager 1, riceve un ordine inaspettato. La sonda obbedisce al comando, ruota le sue telecamere, e immortala la Terra – un pallido puntino blu – da una prospettiva unica. L’immagine, denominata appunto Pale Blue Dot, rimarrà nella storia come la prima foto del nostro pianeta catturata oltre le orbite di tutti gli altri pianeti, ai confini del Sistema Solare.
È da questo pallido puntino blu, dalla Terra, che inizia il nostro viaggio alla scoperta della mostra “Macchine del tempo”. Una mostra che vuole diffondere la conoscenza acquista grazie agli strumenti sempre più sofisticati dell’astrofisica, raccontando anche gli uomini e le donne “dietro all’oculare”. E parlando di uomini e di strumenti, non potevamo che iniziare da colui che puntò il primo cannocchiale verso la volta celeste: Galileo Galilei.
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Lucia Bucciarelli
Io sono Lucia Bucciarelli e questo è Macchine del Tempo, un podcast ispirato alla prima grande mostra dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.
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Lucia Bucciarelli
In ogni episodio, esploreremo le profondità del cielo in un viaggio che, partendo dalla Terra e incrociando pianeti, stelle e galassie, arriverà a sfiorare i confini dell’universo. Ma ricordate, i protagonisti di questo viaggio siete tutti e tutte voi. Il viaggio nell’universo inizia da te!
Partiamo da una precisazione: Galileo Galilei non ha inventato il cannocchiale. Piuttosto, egli è stato in grado di trasformare i primi esemplari di questo dispositivo, apparso per la prima volta in Olanda agli inizi del Seicento, in un vero e proprio strumento scientifico. Il salto qualitativo dal cannocchiale olandese rispetto a quello galileiano è da ravvisare in primis in un passaggio tecnico. Galileo, raffinato intellettuale e abilissimo artigiano, aveva infatti tutti gli strumenti, concettuali e non, per poter migliorare questo dispositivo a cui proprio lui diede il nome di cannocchiale, ovvero occhiale a forma di cannone. Nel 1611 fu il principe Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei e amico di Galileo, a proporre di denominare “telescopio” – dal greco tele (lontano) e scopeo (vedo) – questo strumento.
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Lucia Bucciarelli
Le conoscenze ottiche di Galileo, unite a una grande curiosità per la sperimentazione, gli permisero di passare dai soli 3 ingrandimenti olandesi a uno strumento da ben 20 ingrandimenti. Certo, raccontata così, la storia sembra semplice e lineare. In realtà per arrivare a quei 20 ingrandimenti Galileo trascorse mesi nelle botteghe dei vetrai veneti, rubandone arte e segreti da usare successivamente per la molatura delle lenti.
Ma come funziona un cannocchiale galileiano? Lo strumento di per sé è piuttosto semplice: esso è composto da un tubo cavo lungo circa un metro alle cui estremità sono posizionate due lenti. La prima lente, detta obiettivo, è collocata in quell’estremità del tubo rivolta verso l’oggetto osservato. L’altra, detta oculare, si trova invece all’estremità opposta del tubo, quella vicina all’occhio dell’osservatore. Il tubo del cannocchiale, inoltre, non è un blocco monolitico, ma è formato da due tubi di diametro leggermente differente inseriti uno nell’altro in modo da permettere lo scorrimento delle due parti. Avvicinare o allontanare tra loro obiettivo e oculare permette di mettere a fuoco l’immagine osservata.
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Il 21 agosto del 1609, Galileo mostrò con grande successo la prima realizzazione del suo strumento a senatori e notabili veneziani. Dal campanile di San Marco, i pochi spettatori che assistevano a quello straordinario evento potevano osservare da vicino la basilica padovana di Santa Giustina, le case di Marghera, addirittura i volti delle persone che salivano e scendevano dalle gondole attraccate a Murano.
Il successo veneziano, tuttavia, sarebbe stato effimero se Galileo non avesse subito compreso che le potenzialità di quello strumento non erano limitate alla dimensione terreste. La trasformazione del cannocchiale in uno strumento scientifico va infatti rintracciata nella straordinaria intuizione di puntare il cannocchiale verso la volta celeste. Un’intuizione che vale la pena di ascoltare direttamente dalle parole di Galileo.
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[Lettura dal Sidereus Nuncius di Galileo] “Quanti e quali siano i vantaggi di questo strumento, così per terra come per mare, sarebbe del tutto superfluo enumerare. Ma io, lasciando le cose terrene, mi rivolsi alle speculazioni delle celesti; e prima mirai la Luna così da vicino, come se distasse appena due semidiametri terrestri. Dopo questa, osservai più volte con incredibile godimento dell’animo le stelle, tanto fisse che erranti; e vedendole tanto fitte, cominciai a pensare sul modo con cui potessi misurare le loro distanze, e finalmente lo trovai.”
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Il cannocchiale galileiano puntato verso il cielo aprì una nuova finestra sull’universo. La superficie della Luna, che secondo la fisica e la cosmologia tradizionali doveva essere liscia e perfetta, appariva ora aspera et inaequali (cioè, “scabra e disuguale”), con crateri e rilievi di diverse altezze che non erano poi tanto diversi da alcuni monti terrestri. La Via Lattea presentava alla vista “un’ingente folla di Stelle”, un chiaro indizio che l’universo era ben più ampio di quanto creduto fino ad allora. L’osservazione di Giove, infine, rivelava la presenza di quattro satelliti che Galileo, in omaggio a Cosimo II dei Medici, denominò Astri Medicei. L’esistenza di questi corpi con un centro di rotazione diverso da quello della Terra costituiva un pesantissimo argomento a favore della teoria eliocentrica, secondo cui tutti i corpi celesti ruotano intorno al Sole.
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Con il cannocchiale, il senso dell’osservazione assunse una nuova veste. La centralità che Galileo attribuiva all’azione del vedere veniva restituita benissimo dal testo del Sidereus Nuncius, l’opera pubblicata nel 1610 per annunciare al mondo le straordinarie scoperte astronomiche realizzate con il cannocchiale.
A esaltare la maestria galileiana nell’utilizzo delle parole fu, tra gli altri, Italo Calvino, che in varie occasioni tra il 1967 e il 1968 definì Galileo “il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo”. Secondo Calvino, nel Sidereus Nuncius Galileo usava il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione espressiva, immaginativa, addirittura lirica.
[Lettura da un’intervista a Italo Calvino] “Leggendo Galileo, mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione: ci s’innalza in un’incantata sospensione.”
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L’aspetto della vista nell’opera galileiana non viene esaltato soltanto dall’uso delle parole, ma viene sollecitato anche dalle figure che vengono proposte nel libretto come illustrazioni. Nei bellissimi acquerelli dipinti dallo stesso Galileo, la Luna presentava un realismo senza precedenti. Questo aspetto non tardò ad essere recepito nel mondo dell’arte: l’artista rinascimentale Ludovico Cardi detto il Cigoli rappresentò più volte la Luna descritta da Galileo e ormai visibile a tutti col cannocchiale, dando un formidabile contributo all’affermazione della nuova visione dei cieli e, in definitiva, della nuova scienza nel Seicento. Ne è uno straordinario esempio l’affresco realizzato nel 1611, solo un anno dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius, nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Roma, in cui il Cigoli rappresentava la figura della Vergine su una Luna piena di crateri e ombre. Una Luna galileiana, appunto.
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Il cannocchiale galileiano è il primo vero strumento scientifico inteso in senso moderno, un apparato in grado di estendere i nostri sensi al fine di superare i limiti che la natura ci impone. Nel tempo, tuttavia, esso è diventato anche un’icona della scoperta e dell’innovazione umana. Ha ispirato generazioni di astronomi e curiosi, dimostrando il potere dell’osservazione nella nostra continua ricerca di comprendere l’universo che ci circonda.
Sono passati poco più di quattrocento anni da quando Galileo ha portato il genere umano a vedere più lontano nello spazio e nel tempo. Il suo contributo è universalmente riconosciuto e la sua straordinaria impresa scientifica viene ancora oggi celebrata con omaggi di ogni genere.
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Alcuni di questi, lo hanno portato vicinissimo proprio a quei corpi celesti che lui stesso aveva scoperto e studiato con il suo cannocchiale. Partendo dalla storia più recente, troviamo una traccia di Galileo nella missione Juice. La sonda, lanciata nello spazio il 14 Aprile 2023, è diretta verso il sistema di Giove per studiare tre delle sue lune ghiacciate – Europa, Ganimede e Callisto – scoperte appunto da Galileo oltre 4 secoli fa. Ebbene, oltre alla strumentazione di bordo, la sonda ha portato in viaggio con sé anche un omaggio al grande scienziato toscano. Agganciata al vettore, infatti, c’è una placca commemorativa che riproduce il frontespizio e le prime due pagine del Sidereus Nuncius, così come appaiono nella copia custodita a Roma presso l’archivio storico dell’Inaf.
Nel 2011 anche la missione Juno, in viaggio alla scoperta di Giove, ha omaggiato Galileo con un tributo spaziale. A bordo della sonda, infatti, una statuina in alluminio realizzata da Lego e raffigurante proprio il matematico toscano viaggiava in compagnia di altre due statuine raffiguranti il dio romano Giove e sua moglie Giunone. I tre personaggi simbolicamente collegati alla missione, hanno raggiunto l’orbita gioviana il 4 luglio del 2016.
Nel 2009, in occasione dell’Anno internazionale dell’astronomia proclamato dall’Unesco su richiesta dell’Italia per celebrare i quattrocento anni dalle osservazioni di Galileo, ad andare nello spazio è stata la replica di uno dei suoi cannocchiali. Gli astronauti della missione STS-125 guidati da Scott Altman, che aveva come obiettivo quello di riparare e potenziare il telescopio spaziale Hubble, una volta nello spazio hanno commemorato il quarto centenario delle scoperte celesti di Galileo puntando verso le stelle il rivoluzionario cannocchiale messo a disposizione dal Museo di Storia della Scienza di Firenze, dove è conservato lo strumento originale.
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Infine, un tributo a Galileo e alla sua straordinaria produzione scientifica può essere individuato nell’esperimento che l’astronauta americano David Scott replicò sulla Luna nel 1971 durante la missione Apollo 15 per testare la legge di accelerazione gravitazionale. L’obiettivo di Scott era quello di dimostrare che, in assenza di resistenza dell’aria, due corpi cadono a terra con la stessa accelerazione, indipendentemente dal loro peso.
[Dalla trasmissione originale della Nasa] “And I guess one of the reasons we got here today was because of a gentleman named Galileo, a long time ago, who made a rather significant discovery about falling objects in gravity fields. And we thought where would be a better place to confirm his findings than on the Moon.”
Lucia Bucciarelli
Di fronte alla telecamera tenuta in mano dall’altro astronauta della missione, James Irwin, Scott prese un martelletto geologico di oltre un chilo e una piuma di falco di circa tre grammi.
[Dalla trasmissione originale della Nasa] “Well, in my left hand I have a feather, in my right hand a hammer.”
Lucia Bucciarelli
Martello e piuma, lasciati cadere a terra, raggiunsero il suolo lunare nello stesso momento, confermando quindi quanto aveva predetto Galileo.
[Dalla trasmissione originale della Nasa] “How about that! How about that! [Applausi a Houston] Which proves that Mr. Galileo was correct in his findings.”
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Lucia Bucciarelli
Con Galileo abbiamo brevemente ripercorso le origini della nostra esplorazione spaziale. La mostra “Macchine del tempo” parte proprio da qui, dal primo cannocchiale e dall’uomo che per primo lo puntò verso la volta celeste.
Nei prossimi episodi racconteremo l’evoluzione di questo strumento che oggi, nelle sue versioni più sofisticate, ci permette di osservare corpi celesti lontanissimi catturando non solo la luce visibile, quella che percepisce l’occhio umano, ma ogni altra forma di radiazione. Resta il fatto che, dopo oltre quattrocento anni, la visione galileiana rimane un faro nel cielo, una guida e un esempio per le generazioni future che esploreranno le meraviglie dell’universo.
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