I RISULTATI PUBBLICATI SU THE ASTRONOMICAL JOURNAL

Distruzione in diretta di una cometa

Un concerto di osservazioni da terra e dallo spazio ha consentito di catturare, per la prima volta, le immagini di una cometa periodica rocciosa vicina al Sole, mentre si disintegra. A tenere gli occhi puntati su 323P/Soho – questo il nome della cometa – sono stati i telescopi Subaru, Canada France Hawaii, Gemini North, Discovery Telescope di Lowell e, dallo spazio, il telescopio spaziale Hubble

     16/06/2022
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Siamo abituati a pensare al Sistema solare solo in relazione a una serie di pianeti che ordinatamente – seguendo ciascuno il suo tracciato e con un periodo di rivoluzione caratteristico – orbitano attorno al Sole. Ci sono dei corpi, però, che hanno orbite molto diverse e molto meno stabili: le comete, ad esempio. Sono corpi che si sono sottratti all’ordine degli altri corpi orbitanti nel Sistema solare e sono stati “espulsi”, acquisendo talvolta orbite che prevedono dei passaggi molto ravvicinati alla nostra stella, con il rischio di cadervi dentro. Proprio perché quando passano vicino al Sole lo fanno a distanze così piccole, sono difficili da individuare e studiare, e la maggior parte di esse è stata scoperta per caso durante le osservazioni con i telescopi solari. Anche considerando le difficoltà tecniche, comunque, le comete vicine al Sole sono molto meno numerose del previsto, il che indica che qualcosa le distrugge prima che abbiano la possibilità di compiere il tuffo fatale.

La cometa 323P/Soho osservata dal telescopio Subaru il 21 dicembre 2020 (a sinistra) e da Cfht l’11 febbraio 2021 (a destra). 323P/Soho sulla via del perielio è visibile come una sorgente puntiforme al centro dell’immagine di sinistra; dopo il perielio, la cometa ha sviluppato una lunga e stretta coda, come si vede nell’immagine di destra. Crediti: Subaru Telescope/Cfht/Man-To Hui/David Tholen

Per comprendere meglio questi oggetti, un gruppo di astronomi ha deciso di cominciare da una cometa vicino al Sole chiamata 323P/Soho e di osservarla con diversi telescopi, da terra e dallo spazio. Fra questi, il Subaru Telescope, il Canada France Hawaii Telescope (Cfht), il telescopio Gemini North, il Discovery Telescope di Lowell e il telescopio spaziale Hubble. Grazie all’ampio campo visivo del telescopio Subaru è stato possibile trovare la cometa mentre si avvicinava al Sole (la sua orbita, infatti, non era nota con precisione, e gli astronomi non sapevano esattamente dove cercarla). Avendone circoscritto l’orbita, quindi, è stato possibile puntare gli altri telescopi in attesa che 323P/Soho iniziasse ad allontanarsi di nuovo dal Sole.

Quando l’hanno riosservata, però, la cometa era cambiata moltissimo: mentre nei dati del Subaru Telescope era solo un puntino, nei dati presi successivamente era seguita da una lunga coda di polvere espulsa: sarebbe il risultato, secondo gli esperti, dell’intensa radiazione del Sole, che avrebbe causato una frattura termica che ha rotto alcune parti della cometa, facendole perdere massa. Lo stesso meccanismo che potrebbe spiegare cosa succede alle comete vicine al Sole e perché ne sono rimaste così poche.

In particolare, secondo la ricostruzione dei ricercatori la coda sarebbe stata prodotta subito dopo il passaggio al perielio e sarebbe composta da polveri di dimensioni almeno millimetriche. Durante il passaggio, il nucleo potrebbe aver perso fino al 10 per cento della propria massa a causa dello stress termico e di una perturbazione rotazionale (una sorta di calcio rotazionale). All’inizio di marzo 2021, poi, il telescopio spaziale Hubble è riuscito a vedere due frammenti di circa 20 metri di diametro che si staccavano dal corpo principale, che secondo i calcoli sarebbe di circa 86 metri di diametro e di forma ellittica. Anche il colore della cometa cambiava molto velocemente nel tempo e in un modo mai osservato in precedenza. Infine, a un’osservazione più dettagliata, infatti, i ricercatori hanno scoperto che 323P/Soho ruota rapidamente, impiegando poco più di mezz’ora per ogni rivoluzione.

Questo risultato, insomma, ha sollevato più domande che regalato risposte. Al momento non si conoscono altre comete con queste caratteristiche, e i ricercatori stanno pianificando nuove osservazioni per capirlo. Questo primo tassello, comunque, è la storia di come la coordinazione e collaborazione di più strumenti scientifici possa portare a scoperte nuove e inattese.

«Non avremmo potuto fare questa scoperta senza le osservazioni dei telescopi di Mauna Kea, rese possibili dall’Università delle Hawaii», commenta infatti Man-To Hui, professore associato l’Università di scienza e tecnologia di Macao e primo autore dello studio pubblicato su The Astronomical Journal che riporta i risultati. «Le osservazioni del Subaru Telescope sono state il punto di partenza, perché hanno ridotto le incertezze dell’orbita e reso possibili le osservazioni successive. Il Cfht ha fornito i dati di copertura migliori dal punto di vista fotometrico e Gemini ha fornito le osservazioni più dense a livello di copertura temporale».

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