DALL’EFFETTO COVID AI SATELLITI SPIA

Clima, il 2020 ha molto da insegnarci

Non esiste un vaccino per salvare il pianeta, scrive in questo editoriale sul cambiamento climatico – pubblicato domenica sul Sole24Ore, qui riproposto con il consenso dell’autrice – l’astrofisica Patrizia Caraveo, ricordando anche il contributo di Linda Zall, esperta di osservazioni della Terra dallo spazio

     09/02/2021
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Crediti: Markus Spiske/Pexels

Oltre a passare alla storia come l’anno della pandemia, il 2020 verrà ricordato per l’inaspettata riduzione dell’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera. Con il mondo chiuso in casa per mesi, sono diminuite in modo significativo le emissioni di gas serra, in special modo quelle legate alla mobilità. Benché con la fine del confinamento le emissioni abbiano ricominciato a crescere, il 2020 si è chiuso con una riduzione di oltre il 6 per cento rispetto al 2019. Un chiaro segnale di quanto le nostre abitudini siano importanti e di quanto tangibile sia il nostro impatto sul pianeta. Ridurre le emissioni è un obiettivo di fondamentale importanza nella battaglia al cambiamento climatico, tuttavia quello che vediamo non è il risultato di azioni coordinate volte al taglio delle emissioni. La riduzione registrata nel 2020, pur importante, è assolutamente involontaria, dovuta a cause di forza maggiore, e verrà dimenticata quando la pandemia sarà superata.

Quando non dovremo più preoccuparci per il Covid e riprenderemo a viaggiare, cosa succederà? Non esiste un vaccino per l’emergenza climatica che, secondo un grande sondaggio realizzato per conto dell’ufficio per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, è al primo posto nelle preoccupazioni di oltre il 60 per cento degli intervistati, sparsi in tutte le nazioni del globo. Gli effetti del riscaldamento globale sono sotto gli occhi di tutti, ed è chiaro che servono azioni concrete per tagliare in modo duraturo le emissioni ed evitare di farci travolgere dal cambiamento climatico. Per renderci conto dell’entità del problema, pensiamo che la diminuzione auspicata da uno studio delle Nazioni Unite per la prossima decade è del 7,6 per cento all’anno, più del calo momentaneo dovuto alla pandemia. Questo ci dà un’idea di quanto sarà difficile raggiungere gli obiettivi che i leader di 194 stati si sono posti firmando gli accordi di Parigi cinque anni fa. La strada verso un’economia più verde e più rispettosa del pianeta deve essere intrapresa con decisione ben sapendo che bisognerà percorrerla per un lungo periodo prima di vedere dei risultati. Purtroppo, i gas serra sono una presenza persistente nella nostra atmosfera, ci vorranno decenni prima di sentire gli effetti benefici delle nostre azioni sul clima. Cali momentanei delle emissioni, come quello registrato l’anno scorso, non possono avere effetti immediati sull’emergenza climatica che è, e rimane, una realtà. E il 2020 ci ricorda che la temperatura media della Terra continua a crescere. L’analisi dei dati su scala globale lo ha fatto emergere come uno degli anni più caldi, grossomodo alla pari col 2016. Quello che ci dovrebbe fare riflettere è la constatazione che gli ultimi 6 anni sono stati i più caldi da quando sono iniziate le registrazioni, un secolo e mezzo fa. Purtroppo il 2020 verrà ricordato anche per una impressionante serie di catastrofi ambientali causate da eventi climatici estremi. Il caldo senza precedenti e la siccità hanno fatto bruciare l’Australia per lunghissime settimane e, purtroppo, la stessa cosa è avvenuta in California, che non aveva mai visto un fronte di fuoco così esteso e devastante. Gli incendi hanno incenerito anche la foresta siberiana, uno dei luoghi che registra il più veloce aumento della temperatura.

Ma caldo e siccità sono solo una parte del problema. I climatologi sono preoccupati per lo stato degli oceani che, nel 2020, hanno raggiunto temperature record, mai toccate prima, con il tasso di crescita annuale che continua ad aumentare. Nell’oceano Pacifico si è registrata un’ondata di caldo estremo che ha decimato tutte le specie che hanno bisogno di acque più fredde. Le correnti calde dell’Atlantico si sono spinte fino all’oceano Artico, causando lo scioglimento dei ghiacci, la cui estensione ha toccato uno dei livelli più bassi mai registrati. Questo si riflette nell’innalzamento del livello del mare, che procede al ritmo di 4,8 mm all’anno e anche qui si assiste a un’accelerazione.

Crediti: Nasa’s Scientific Visualization Studio

Acque più calde, significa più energia disponibile e questo fa aumentare il numero e l’intensità degli uragani e delle inondazioni dovute a piogge torrenziali. Negli Stati Uniti, il 2020 ha visto raddoppiare il numero di eventi che hanno causato danni superiori a 1 miliardo di dollari, con un conto totale che si avvicina pericolosamente ai 2 trilioni di dollari. Una cifra spaventosa che dovrebbe fare capire quanto sia pericolosa l’emergenza climatica. Non è un caso che, già nel 2008, la Cia avesse creato il Center on Climate Change and National Security, conferendo al cambiamento climatico una valenza importante nell’ambito della sicurezza nazionale. In effetti, l’agenzia voleva capitalizzare sulle informazioni raccolte dai suoi satelliti spia per aiutare i politici a capire come i cambiamenti ambientali avrebbero potuto rappresentare un pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti.

La Cia non era nuova a questa problematica, già nel 1992 era filtrato un rapporto sull’utilizzo dei dati da satellite per gli studi ambientali. Forse era una conseguenza della caduta dell’Unione Sovietica che aveva spinto l’agenzia a trovare un nuovo utilizzo per i dati raccolti dai suoi numerosi, e costosi, satelliti spia. La coordinazione di questo sforzo era stata affidata a Linda Zall, un’esperta di osservazioni della Terra che ha lavorato trent’anni nella Cia. Il suo nome e il suo compito sono sempre stati coperti dal segreto e solo oggi, ad anni dal pensionamento, ha potuto raccontare parte della sua storia. Resasi conto che gli archivi fotografici dei satelliti spia avevano un’enorme valenza per gli studi del clima, Linda Zall formò un gruppo di esperti che decise di chiamare “Medea” forse perché bisognava avere una carattere forte per sopravvivere nell’ambiente dei servizi segreti o forse per fare il paio con l’influente gruppo “Jason”, che oltre a essere attivo in ambito militare, aveva fatto studi sul cambiamento climatico. Le sorti del gruppo Medea hanno seguito il succedersi dei presidenti, dopo la spinta della presidenza Clinton (e del vicepresidente Al Gore), venne la stasi con l’amministrazione G.W. Bush, poco sensibile ai temi ambientali, ma le cose cambiarono con l’arrivo di Obama. Il gruppo Medea, però, non è sopravvissuto al pensionamento di Linda ed è stato sciolto nel 2015, proprio quando sarebbe stato più necessario, considerando l’idiosincrasia di Trump ai temi ambientali.

Per fortuna, la nuova Amministrazione, da poco insediata alla Casa Bianca, ha un atteggiamento completamente diverso. La decisione di aderire nuovamente agli accordi di Parigi è diventata subito una realtà e questo fa ben sperare.