SCIENZIATO E CREATIVO ORIGINARIO DI ANDRIA

A Giannandrea Inchingolo il primo premio del Vla

Il video “The Vla shedding light on the origin of the cluster radio relics“, realizzato dall’astrofisico Giannandrea Inchingolo, ha vinto il primo premio del concorso per le migliori rappresentazioni grafiche di fenomeni astronomici organizzato dal National Radio Astronomical Observatory statunitense per celebrare i primi 40 anni del Very Large Array

     09/10/2020
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Giannandrea Inchingolo, ricercatore postdoc al Dipartimento di fisica e astronomia dell’Università di Bologna e associato Inaf

È il radiotelescopio di Contact. Quello alle spalle di Jodie Foster con le cuffie in ascolto di segnali alieni. Si chiama Very Large Array (Vla) e domani – sabato 10 ottobre – compie 40 anni. Fra le tante iniziative messe in campo dall’Nrao – il National Radio Astronomical Observatory statunitense – per celebrare la ricorrenza, c’è anche un concorso per le migliori rappresentazioni grafiche di fenomeni astronomici. E il primo posto è andato a un astrofisico italiano, Giannandrea Inchingolo.

Originario di Andria, in Puglia, Inchingolo è un ricercatore dalle mille passioni. «Amo la cultura e l’arte in tutte le sue forme: film, musica, libri, teatro, fotografia, e così via. E mi piace mischiare tutto assieme, soprattutto quando mi metto a conversare. Inoltre, se potessi scegliere, farei tutto questo immerso nella natura e magari alternando libri e musica a sessioni di yoga». Laurea in fisica dei plasmi a Pisa, dottorato tra Lisbona e il Mit di Boston, oggi Inchingolo è ricercatore postdoc all’Università di Bologna e associato Inaf. «Ad essere sincero, però», confida a Media Inaf, «non mi definisco uno scienziato canonico: da un po’ di tempo ho iniziato ad aggiungerci l’aggettivo “creativo”. Artista non mi permetterei mai di definirmi ad oggi, magari un giorno chissà…». Artista o meno, il suo video sulle “reliquie visibili” delle collisioni fra ammassi di galassie – The Vla shedding light on the origin of the cluster radio relics – ha stregato la giuria del concorso.

Addirittura il primo premio… Se lo aspettava?

«No, a dire il vero non me l’aspettavo. Ero consapevole che con il team di persone con cui ho lavorato per la realizzazione del video avevamo fatto un buon lavoro, ma quando mi è arrivata poi la notizia per mail del primo premio è stata una bella sorpresa!»

Come mai la sua opera sfrutta proprio i dati del Vla? Li ha scelti apposta per questa competizione artistico-scientifica o li ha già usati in passato? 

«In verità, è la prima volta: io vengo dal mondo delle simulazioni, non delle osservazioni. La fortuna di questo video è stata che il mio gruppo di ricerca all’Università di Bologna, il progetto MagCow di Franco Vazza, è composto sia da “numerici” come me, sia da “osservativi”. L’idea del video è la stessa del gruppo, alla fine: mettere assieme osservazioni e simulazioni per cercare di spiegare un determinato fenomeno astrofisico – nello specifico, l’evoluzione degli ammassi di galassie. Io ho solo preso quest’idea e l’ho portata nel video in una veste un po’ più creativa, in collaborazione con il VisitLab del Cineca e alcuni studenti del Dipartimento di matematica dell’Università di Bologna, che mi hanno dato una mano per realizzarla».

Un fotogramma del video “The VLA shedding light on the origin of the cluster radio relics”

A proposito del video: può spiegarcene la “trama” – per una volta, finale compreso? Cosa vediamo, quando premiamo il tasto play?

«Il video ci racconta la storia di come ha origine la luce che forma le “reliquie” osservate con il Vla. Il tutto inizia osservando l’evoluzione dei gas che compongono gli ammassi di galassie, rappresentati con la scala cromatica dal viola meno denso al giallo più denso. Parliamo di alcune delle strutture più grosse dell’universo, di alcuni milioni di anni luce di dimensioni! Durante questa evoluzione, gli ammassi interagiscono con la materia circostante – chiamata mezzo intercluster – nella stessa maniera in cui un veliero lascia il segno del suo passaggio nel mare: increspature, fronti d’onda che si propagano. Queste tracce sono rappresentate dalle zone azzurre nel video. Non dobbiamo dimenticare, però, che questo mezzo intercluster è composto da plasma – particelle elementari cariche, di elettroni e ioni. Sono proprio gli elettroni quelli che vengono rappresentati dalle punte gialle nel video, in cui abbiamo voluto lasciar visibile la loro scia per evidenziarne il cammino. Ed ecco che avviene così la nascita della luce – che molto meno poeticamente si chiama radiazione di sincrotrone: gli elettroni attraversano i fronti d’onda lasciati dal passaggio degli ammassi di galassie e in questo passaggio si “attivano”, diventano azzurri ed emettono luce. Centinaia di milioni di elettroni si comportano così, ricostruendo nel cosmo l’immagine del loro passaggio dal fronte d’onda – quella che noi riusciamo a catturare con il Vla e che chiamiamo, giustamente, “reliquia”: l’unica testimonianza che resta a galla, quasi sacra, di un violento scontro tra vascelli di galassie nell’oceano del mezzo intercluster, dopo che oramai i vascelli sono affondati nella Notte e l’oceano è tornato calmo».

Così descritto è tutto molto poetico… Come ha deciso d’intraprendere questa strada, che integra arte e scienza? E dove ha imparato a dar vita e colore ai dati? Voglio dire, non s’insegna al corso di astronomia, no?

«No, non si insegna ai corsi di astronomia, e aggiungerei: purtroppo! Per me unire arte e scienza è stata una necessità: avevo bisogno di trovare una maniera per comunicare il mio lavoro di dottorato ai non addetti ai lavori. Ho avuto sin da piccolo una certa propensione a riconoscere il “bello” (in senso lato), la parte sensoriale ed emotiva in quelle che sono le mie passioni culturali. Ho provato a usare lo stesso approccio anche ai miei studi scientifici (e razionali), e così sono venute fuori le prime immagini e i primi video. Ma mettere insieme arte e scienza significa per me anche mettere assieme diverse competenze e diverse persone, rendendo così il processo creativo un processo trasversale e multidisciplinare. Se da una parte abbiamo la ricerca scientifica, con il supporto del mio gruppo di ricerca a Bologna, dall’altra abbiamo le tecniche di visualizzazione solitamente usate nel mondo del cinema per trasformare i dati della ricerca nel video che avete visto. E questo tipo di approccio vale non solo per le immagini del video, ma anche per la colonna sonora.

Il sintetizzatore di Joe Paradiso. Fonte: Wikimedia Commons

Ecco, la musica: è solo uno tappeto sonoro o ha un significato? E chi è Joe Paradiso, il ricercatore del Massachusetts Institute of Technology che l’ha composta? 

«Joe Paradiso è professore di scienza e arti mediatiche presso il Media Lab del Mit, uno dei posti più creativi in cui mi sia capitato di imbattermi. Ci siamo conosciuti durante una sua installazione musicale mentre ero al Mit per il mio dottorato, e chiacchierando su Pfm e prog italiano siamo arrivati a definire l’idea per la colonna sonora dei miei video. Quello che sentite sono i dati stessi delle mie simulazioni e di quelle del gruppo. Usando il suo massive modular synthesizer, uno dei sintetizzatori analogici più grandi al mondo, abbiamo selezionato alcuni set di dati, tra densità di plasma, campi magnetici, temperatura e tanto altro ancora e li abbiamo associati a circa 150 moduli del sintetizzatore. Ogni suono che sentite corrisponde a un fenomeno fisico, che sia la turbolenza (rumore bianco, come lo chiamano i tecnici) o onde di plasma (suoni puri). Il tutto è regolato dall’evoluzione del campo magnetico, che fa da direttore di orchestra tra i vari moduli, scegliendo come questi debbano suonare assieme per creare una traccia musicale che non sia mai ripetitiva».

Il suo video arriverà presto anche nelle sale italiane, no?

«Sì, questo video fa parte di un progetto più grande che sto realizzando con l’Università di Bologna, l’Inaf e il Cineca che si chiama Into the (un)known: un’esplorazione multisensoriale del cosmo in cui i dati delle ricerche scientifiche sono trasformati in vere e proprie installazioni creative e artistiche, per permettere allo spettatore di immergersi con i propri sensi in alcuni degli scenari più suggestivi dell’universo, come l’evoluzione di galassie e la materia attorno ai buchi neri. Qualche mese fa, il progetto è stato selezionato dal Meet Digital Culture Center di Milano per una cross fertilisation con il mondo delle aziende, andando ad aggiungere al binomio arte e scienza anche le tecnologie espositive e industriali di Sky Italia e Artemide. Il tutto in pieno spirito dell’iniziativa Starts (Science Technology and Arts, ndr) del Consiglio Europeo. E ora finalmente Into the (un)known prende forma in Italia, nelle prossime settimane, con due mostre».

Dove e quando?

«La prima sarà durante il Festival della scienza di Genova di quest’anno, dal 22 ottobre al 1 novembre, in cui avremo l’onore di esporre all’interno della loggia degli Abati del Palazzo Ducale. Assieme alla mostra terremo anche una conferenza, il 23 ottobre, per sviscerare più in dettaglio gli argomenti scientifici che sono oggetto della mostra e una serie di laboratori didattici in cui i più giovani avranno la possibilità di interagire in maniera diretta con il mondo della luce e delle turbolenze astrofisiche. La seconda mostra sarà proprio nelle sale del Meet Digital Culture Center di Milano, il 27 novembre prossimo, con un’installazione interattiva, riuscendo quindi a portare la scienza nel mondo delle arti multimediali nel pieno spirito di mutua contaminazione tra questi settori considerati troppo a lungo distinti».

Una stagione autunnale di grandi soddisfazioni, insomma. Alle quali ora si aggiunge questo premio che, ricordiamo, oltre alla gloria porta con sé anche mille euro. Quali oggetti o progetti spunterà, dalla sua lista dei desideri?

«Onestamente non ci ho ancora pensato. Sicuramente, Covid permettendo, vorrò organizzare qualcosa con tutti quelli che hanno collaborato con me per il video! Il premio è loro quanto mio, quindi mi sembra il minimo condividere almeno una celebrazione assieme».


Per saperne di più:

Guarda il servizio video di MediaInaf Tv: