ERC STARTING GRANTS, L’ITALIA NON È UN PAESE PER GIOVANI RICERCATORI

Sara Buson, un’astrofisica da 1.5 milioni di euro

Studia la relazione tra i fotoni e i neutrini cosmici dei blazar. Il suo progetto sull’astronomia multimessaggera, MessMap, è uno dei 436 selezionati dallo European Research Council per uno Starting grant. E come la maggior parte dei 53 vincitori italiani di quest’anno lo svilupperà all’estero, in un’università tedesca. Media Inaf l’ha intervistata

     07/09/2020
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Nel pannello in alto, genere e nazionalità dei principal investigator dei 436 progetti vincitori. In basso, il paese in cui hanno scelto di sviluppare il proprio progetto. Fonte: European Research Council

La settimana scorsa lo European Research Council (Erc) ha pubblicato l’elenco dei 436 progetti che quest’anno si sono aggiudicati gli ambitissimi Starting grants: finanziamenti fino a circa un milione e mezzo di euro ciascuno – per un totale di 677 milioni di euro – destinati ai più promettenti fra i giovani scienziati per garantire loro cinque anni di ricerca in piena autonomia. Ambitissimi dai ricercatori, che possono così avere la libertà di crearsi un team di loro scelta per realizzare dove vogliono il proprio progetto di ricerca – dunque un trampolino di lancio straordinario per la carriera scientifica. Ma ambitissimi anche dagli stati europei (e non) che partecipano al programma, e che fanno di tutto per attrarre i vincitori di questi finanziamenti nelle proprie università ed enti di ricerca. Ognuno di loro porta infatti in dote molto più degli euro che si è aggiudicato: porta idee competitive e posti di lavoro innovativi, di elevata qualità. Ciò di cui – oggi più che mai – ogni paese avanzato ha disperatamente bisogno.

Ebbene, com’è andata, per l’Italia? Come da molti anni a questa parte, è stato un risultato agrodolce. Ottimo per numero di ricercatrici e ricercatori di nazionalità italiana che si sono visti assegnato il finanziamento – ben 53, secondi solo alla Germania, seppur con ampio distacco. Tragico, invece, se si vanno a contare i progetti che verranno realizzati in Italia: solo 20 giovani scienziati – fra italiani e stranieri – hanno scelto di venire o restare nel Belpaese, facendoci così scivolare al decimo posto per attrattività – fanalino di coda fra i grandi stati europei e preceduti da stati assai più piccoli del nostro quali i Paesi bassi, la Svizzera, Israele e il Belgio. Una storia che si ripete. E che quest’anno proviamo a decifrare con l’aiuto di una delle scienziate italiane vincitrici del grant, l’astrofisica Sara Buson. Nata a Pernumia, in provincia di Padova, sempre a Padova Buson si è laureata e ha conseguito, nel 2013, il dottorato. Ma il suo progetto lo svilupperà in Germania.

MessMap, questo il nome del suo progetto, è uno dei 436 selezionati quest’anno dallo European Research Council fra i 3272 in gara. Di cosa si tratta?

«Come l’acronimo lascia immaginare, il progetto riguarda i “messaggeri celesti” che oggi possiamo utilizzare come potente mezzo per esplorare il nostro universo. MessMapp si pone l’obiettivo di studiare la relazione tra fotoni e neutrini cosmici che si pensa vengano prodotti e accelerati a energie elevate nei nuclei galattici attivi. In un articolo che è apparso recentemente sulla rivista Science, insieme a collaboratori abbiamo riportato la scoperta di una probabile sorgente extragalattica di neutrini cosmici. Per la prima volta siamo riusciti a osservare raggi gamma e neutrini provenienti dalla stessa direzione di cielo, e con una buona probabilità (3 sigma post-trial) di originare dalla stessa sorgente astrofisica: il blazar Txs 0506+056. MessMapp approfondirà questa promettente linea di ricerca».

Cosa comporta, nel suo caso, la selezione? A quanto ammonta il  finanziamento che ha ottenuto? Come e dove pensa di utilizzarlo?

«È un onore essere tra i poco più di quattrocento giovani ricercatori selezionati, che riceveranno questa competitiva borsa europea. Il mio progetto, MessMapp, riceverà un finanziamento di un milione e mezzo di euro dallo European Research Council e si svilupperà nei prossimi cinque anni. Come principal investigator del progetto avrò la possibilità di formare un team e, soprattutto, questo grant mi permetterà di continuare a fare ricerca di alto interesse e in modo indipendente qui, dove inizialmente il progetto è stato pensato: all’Università di Würzburg, dove dal 2018 ricopro la posizione di junior professor presso la Chair for Astronomy».

Sara Buson, nata nel 1979, ha studiato astrofisica all’Università di Padova, dove ha conseguito anche il dottorato. Nel 2015 ha ricevuto una borsa di studio post-dottorato dalla Nasa. Si è trasferita negli Usa ed è entrata a far parte del Goddard Space Flight Center della Nasa a Greenbelt, Maryland. Nel 2018 si è trasferita alla Julius-Maximilians-Universität di Würzburg, in Germania, dove ha conseguito una cattedra di astrofisica ad alta energia al Dipartimento di astronomia. Crediti: Elisa Mortin

Ha già deciso come sarà composto il suo team?

«Il progetto richiede un team di larghe competenze, con expertise che ricadono sia nell’ambito dell’astronomia/astrofisica osservativa che nell’ambito teorico. Conosco molti colleghi sia giovani che più esperti che potrebbero contribuire in modo significavo allo sviluppo del progetto. Per quanto possibile punterò a comporre un team competitivo, eterogeneo e internazionale».

Lei è una fra i 53 scienziati italiani – 20 dei quali donne – che quest’anno sono risultati vincitori del grant. Ma svilupperà il suo progetto – ci diceva – all’Università di Würzburg, in Germania. Cosa l’ha portata a questa scelta?

«La mia formazione accademica è avvenuta principalmente all’Università Padova, nel dipartimento di fisica e astronomia, che ritengo sia tra i migliori in Italia. Tuttavia già durante il dottorato ho avuto la possibilità di collaborare con istituti internazionali. Ad esempio ho trascorso vari periodi negli Usa, presso l’Università di Stanford, dove si trovava il co-supervisor della mia tesi di dottorato, e presso collaboratori al Berkeley Space Science Laboratory, nella Bay Area. Queste esperienze mi hanno permesso di apprezzare l’importanza di confrontarsi con idee, metodologie e approcci alla ricerca diversi. E così, una volta ottenuto il dottorato di ricerca, mi è sembrato naturale integrare la mia formazione in centri di ricerca internazionali. Ho vinto una post-doc fellowship della Nasa e ho deciso di lavorare per circa quattro anni al Gsfc della Nasa – il Goddard Space Flight Center di Greenbelt, in Maryland. Mi è poi parso chiaro che difficilmente al Gsfc avrei potuto costruire un mio gruppo di ricerca. Altra cosa è invece un ambiente universitario dove, per definizione, si è a stretto contatto con giovani studenti. Ho perciò inviato domande per posizioni in varie università internazionali, tra cui anche italiane. La posizione di junior professor, che ricopro attualmente a Würzburg dal 2018, ha presentato l’opportunità migliore per combinare ricerca e condividere entusiasmo e idee anche con giovani studenti».

Non è la sola ad aver scelto l’estero, anzi: su 53 vincitori, siete almeno 33, dunque un’ampia maggioranza. E pochissimi sono gli stranieri che verranno in Italia. Pare proprio che il nostro non sia un paese per ricercatori, ed è ovvio che ci sono alcune cose che non vanno, qui in Italia. Quali sono le prime che occorrerebbe affrontare, e come, dal suo punto di vista?

«Ogni storia è diversa. Nel mio caso, in passato, non ho avuto l’occasione di dover scegliere tra estero e Italia perché, pur avendo fatto domande per posizioni in enti di ricerca e università a livello internazionale, ho ricevuto riscontri positivi solo da istituti stranieri. In realtà la criticità non consiste tanto in questi 33 ricercatori di origine italiana che andranno a contribuire e rendere più competitivi centri di ricerca stranieri, quanto nella minore attrattività del sistema italiano rispetto a quelli esteri. Come ha fatto notare il direttore di Le Scienze, Marco Cattaneo, il problema è che con ogni probabilità nessuno straniero verrà a portare i suoi progetti in Italia. Questo di fatto comporta uno svantaggio netto per la ricerca italiana che riceverà meno finanziamenti europei e ci saranno meno “idee nuove”, giudicate eccellenti dall’Erc, che verranno sviluppate tra le sue fila. Simili riflessioni si ripetono purtroppo da molti anni e questa cronicità probabilmente suggerisce di aprire una discussione su vari fronti. Per quanto ho visto dalla mia esperienza personale, è importante incoraggiare i giovani ricercatori italiani a fare esperienze all’estero – come ad esempio io ho complementato la mia formazione in centri di ricerca e università all’estero; dall’altro lato, incentivare ricercatori anche stranieri, che hanno dimostrato capacità ed eccellenza a livello internazionale, a trasferirsi in Italia per portare avanti la loro ricerca».

Già, ma come?

«Bisogna dare atto che qualche piccolo passo per invertire la tendenza è stato fatto. Ad esempio, per quanto riguarda l’Erc, il ministero e alcuni rettori di università incentivano lo svolgimento del progetto Erc in Italia offrendo una posizione a lungo termine – o permanente – al principal investigator. Sta di fatto che però moltissimi istituti stranieri offrono posizioni professionalmente simili a queste, ma con salari, prospettive di carriera e possibilità di futuri finanziamenti molto più accattivanti. Questi e altri divari pesano ancora in modo sostanziale sulla concreta competitività italiana di attrarre talenti dall’estero. Il sistema italiano potrebbe dimostrare di essere più ambizioso e lungimirante nel supportare e incoraggiare i talenti emergenti a livello internazionale. Guardando le statistiche pubblicate dall’Erc, nel 2020 i giovani italiani vincitori di Erc sono, come numero, secondi solo a quelli della Germania. A riprova del fatto che la formazione e la ricerca italiana rimane tra le migliori al mondo».