STUDIATI CON I SATELLITI NASA IRIS E SDO

Archi coronali da capo a piedi

Un team di ricercatori guidato da Fabio Reale dell’Università e dell’Inaf di Palermo ha identificato alcune piccole regioni della cromosfera che brillano nella banda ultravioletta con i piedi di archi coronali, riscaldati a temperature fino a quasi 10 milioni di gradi e luminosi per qualche decina di minuti. Lo studio è pubblicato su ApJ

     18/09/2019

Il brillamento su cui si basa lo studio, osservato il 12 novembre 2015

La corona solare è ben visibile nelle bande ad alta energia come costituita da archi magnetici riempiti di plasma a milioni di gradi, particolarmente luminosi nelle cosiddette regioni attive. Nonostante sia chiaro che il campo magnetico giochi un ruolo importante, la corona rimane un ambiente molto complesso, in cui avvengono fenomeni anche molto violenti, come i brillamenti. In questi eventi avviene il rilascio di una grande quantità di energia magnetica in brevissimo tempo, tanto breve che risulta difficile da studiare. Allora diventa molto utile studiare eventi simili ma con energia minore, molto più semplici da osservare. È questo il caso in alcuni sistemi di archi coronali osservati nelle regioni attive.

A questo riguardo, il satellite Nasa Iris (Interface Region Imaging Spectrograph) ha rilevato la presenza di piccole regioni nella sottostante cromosfera che brillano per qualche minuto nella banda Uv. Un team di ricercatori guidato da Fabio Reale (Università di Palermo e Inaf-Osservatorio astronomico di Palermo) ha identificato tali punti luminosi con i piedi di questi archi ancorati in cromosfera, che vengono riscaldati a temperature fino a quasi 10 milioni di gradi e rimangono luminosi per qualche decina di minuti.

In uno studio recentemente pubblicato dalla rivista The Astrophysical Journal, gli autori analizzano osservazioni ottenute con il satellite Nasa Sdo (Solar Dynamics Observatory), e mostrano come in tutti questi sistemi di archi coronali gli archi stessi non siano paralleli tra di loro, ma appaiono intrecciarsi o intersecarsi tra loro. La naturale spiegazione che ne viene fuori è che sia proprio l’interazione tra le diverse strutture magnetiche guidata dai moti fotosferici a determinare il rilascio impulsivo di energia attraverso meccanismi come la riconnessione magnetica. Questi meccanismi potrebbero essere in comune sia con i brillamenti, sia con archi più freddi, ma qui l’interazione magnetica appare in modo molto chiaro e offre un’interpretazione più semplice.

«Siamo partiti con un gruppo di studio sulle osservazioni Iris descritte da Paola Testa su Science nel 2014», dice Reale a Media Inaf. «È veramente interessante vedere che tutti questi archi coronali abbiano interazioni magnetiche così evidenti, e sarà ancora più interessante farne dei modelli nel prossimo futuro».

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