CON UN COMMENTO DI MAURO MESSEROTTI (INAF)

Aurore a ventaglio nella storia del Giappone

Un team interdisciplinare di fisici solari e umanisti giapponesi ha studiato le rappresentazioni iconografiche di un particolare tipo di aurore – a forma di ventaglio – in disegni e fotografie dal Settecento a oggi. I risultati sul Journal of Space Weather and Space Climate

Disegno dell’aurora rossa del 17 settembre 1770, tratta dal testo giapponese “Seikai”. Crediti: Matsusaka city, Mie prefecture

Le parole scelte dai ricercatori giapponesi per descriverle hanno un che di poetico: aurore dall’aspetto di un ventaglio dalle tonalità rossastre, la cui luce pare dispiegarsi – come lunghe dita bianche – dall’orizzonte su verso il cielo. Si tratta di rare aurore bianche e rosse, appunto, osservate nel corso dei secoli sui cieli del Giappone, e descritte ora in uno studio pubblicato sul Journal of Space Weather and Space Climate da un team di ricercatori giapponesi del National Institute of Polar Research e del National Institute of Japanese Literature.

Uno studio multidisciplinare, come suggerisce, appunto, la presenza fra le affiliazioni di un ente umanistico come quello di letteratura giapponese. Cosa c’entri la letteratura con le aurore polari è presto detto: la particolarità dello studio è che è stato condotto – data la rarità del fenomeno – prendendo in esame sia immagini ottenute con strumenti scientifici sia documentazione storiografica. Ecco così che le immagini spettrali odierne hanno potuto confermare l’accuratezza delle raffigurazioni del passato: disegni e descrizioni risalenti al Settecento e microfilm degli anni Cinquanta. Consentendo ai ricercatori di comprendere meglio la natura delle aurore a ventaglio.

«Fenomeni rari ma potenzialmente deleteri per le infrastrutture terrestri, comprese le reti elettriche», ricorda il primo autore dello studio, Ryuho Kataoka, dell’istituto nazionale di ricerca polare giapponese. «Capire i meccanismi di queste aurore potrebbe aiutarci a mitigare le loro possibili conseguenze».

Dal colore delle aurore, per esempio, è possibile stabilire quali particelle hanno dato origine al fenomeno e dove. Il loro movimento, invece, fornisce indizi sull’interazione fra spazio e atmosfera terrestre alle medie latitudini. Informazioni preziose per risalire all’esatta natura delle tempeste magnetiche più importanti.

Una fotografia (a sinistra) e uno schizzo fatto a mano (a destra) delle aurore viste dal Memambetsu Magnetic Observatory l’11 febbraio 1958. Crediti: Japan Meteorological Agency

Tempeste magnetiche come quella registrata 17 settembre del 1770 (vedi disegno in alto), la più grande che abbia mai avuto luogo su Kyoto, in Giappone, ricordano i ricercatori. E infatti è proprio un disegno del 1770 la prima rappresentazione di un’aurora a ventaglio trovata dagli autori dello studio.

«Venendo a epoche più recenti, uno fra gli eventi più intensi di attività solare avvenne nel 1957», dice Kataoka. «Attorno a quel periodo, sul Giappone, si videro numerose aurore». Come accadde l’11 febbraio 1958, quando i meteorologi giapponesi osservarono aurore rosse nel nord del Giappone. Alcuni le ritrassero disegnandole, altri scattando fotografie – le prime mai fatte di aurore a ventaglio. Fotografie nelle quali si intravedono dettagli impossibili da cogliere a occhio nudo, come per esempio alcune sottili colonne di colore verde.

E qui in Italia, di aurore come quelle immortalate sui cieli del Giappone – che è più o meno alle nostre latitudini – se ne sono viste, o se ne potranno vedere? Lo abbiamo chiesto a Mauro Messerotti, fisico solare all’Inaf di Trieste e senior advisor dell’Inaf per lo space weather.  «Le fluorescenze di vari colori dell’atmosfera terrestre avvengono in una fascia di latitudini centrata approssimativamente sui poli magnetici terrestri, chiamata “ovale aurorale”, dove elettroni di origine solare eccitano atomi e molecole che emettono una tenue luce colorata quando si diseccitano. Questo avviene in concomitanza con perturbazioni del campo geomagnetico, come quelle causate dall’arrivo di una coronal mass ejection (Cme) proveniente dal Sole», spiega Messerotti. «Quando l’energia in gioco non è particolarmente elevata, l’ovale aurorale interessa le alte latitudini. Quando però il fenomeno di space weather è molto energetico o addirittura estremo, l’ovale aurorale può estendersi fino a interessare latitudini medie e addirittura basse».

«Questo è avvenuto il 13 marzo 1989», continua il ricercatore, «quando si è verificata una tempesta geomagnetica molto intensa in seguito alla perturbazione causata da una Cme accelerata verso la Terra il 9 marzo, mentre un potente brillamento solare di classe X15 era avvenuto il 6 marzo. Infatti, il 13 marzo di quell’anno intensissime aurore sono state osservate e fotografate in varie parti d’Italia, come ad esempio sui monti del Friuli-Venezia Giulia. Ne sono state osservate addirittura nell’Africa del Nord. Ma dalle immagini disponibili», conclude Messerotti, «non si riscontra la struttura di quelle storiche giapponesi riportate nell’articolo pubblicato».

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