IL 9 FEBBRAIO ALLA MAISON MUSIQUE DI RIVOLI (TO)

Giovannino e il buco nero

Immagini, danza, parole e scienza sul palco, tenute insieme da musiche per armonica e pianoforte. Musiche che danno voce e personalità anche a personaggi come un padre e il viaggio, la materia oscura e la nostalgia. È lo spettacolo “Geometrie cosmiche, esalogia per corpi stellari” di Angelo Adamo. Media Inaf lo ha intervistato

09.02.2019, ore 21:00

Angelo Adamo, artista e astrofisico

C’era una volta… l’astrofisica. È una favola particolare, quella che racconterà Angelo Adamo sabato 9 febbraio a Rivoli, in provincia di Torino. È una favola in musica, immagini, parole e balletto. Ad accompagnare l’armonica e il racconto dell’artista e astrofisico – autore delle musiche, dei testi e voce narrante – ci saranno infatti Marco Dalpane al pianoforte e i danzatori del Btt, il Balletto Teatro di Torino. Una favola dal titolo complicato – “Geometrie cosmiche, esalogia per corpi stellari” – ma adatta a tutti, promette Adamo, anche ai bambini. Come dev’essere una favola.

Parlare di scienza attraverso la musica e la danza già non è cosa comune. Se per di più il racconto ha la struttura di una fiaba… Che spettacolo sarà, Adamo, quello che metterete in scena sabato prossimo?

«Sarà una favola astronomica. Il tutto ha preso forma seguendo la falsariga di quella che era la favola “Pierino e il lupo” di Prokofiev, per cui le musiche che ho composto sono tante melodie che in qualche modo disegnano musicalmente i vari personaggi. C’è il personaggio Giovannino, che ha una sua musica. C’è la musica relativa al cielo stellato, quella relativa al buco nero, al disco di accrescimento, alla stella che viene mangiata dal buco nero, al pianeta extrasolare, al sistema extrasolare, alla materia oscura… Insomma, ci sono un bel po’ di personaggi. C’è anche la nostalgia, che a un certo punto farà in modo che Giovannino, giunto a destinazione sul pianeta extrasolare, abbia voglia di tornare indietro – da suo padre, colui che gli ha spiegato tutte queste cose, e che lo l’affascina al punto da spingerlo a partire. Lo stesso viaggio è un altro personaggio. Alla fine ci sono questi personaggi un po’ strani – come il viaggio, appunto, o la nostalgia – che, piuttosto che essere mezzi, strumenti per fare qualcosa o motivazioni per fare qualcosa, a un certo punto diventano – o almeno si spera che diventino – personaggi veri e propri».

Ciascuno rappresentato da uno strumento, come in Prokofiev, dunque?

«Non esattamente: non c’erano abbastanza soldi per pagare un’intera orchestra, dunque ho dovuto ridurre molti dei brani che ho già scritto per orchestra a soli due strumenti, pianoforte e armonica. Quindi, non potendo fare quello che ha fatto Prokofiev, ovvero associare ogni personaggio al timbro di uno strumento particolare, il singolo personaggio sarà rappresentato da una diversa melodia. Però ho creato una specie di sinossi durante la quale faccio sentire alcuni estratti dei singoli brani, così da facilitare il riconoscimento man mano che si presenteranno durante lo spettacolo. Saranno poi proiettate anche immagini, ma le parti fondamentali sono essenzialmente la musica, la narrazione e il balletto. Di quest’ultimo si occupa il Btt, il Balletto Teatro di Torino: un gruppo di balletto molto famoso, che lavora su progetti spesso molto importanti – sono lusingato dalla loro presenza».

Qual è stata la genesi – o meglio il big bang, visto il tema?

«Il tutto è stato voluto da Andrea Maggiora, che è tra gli organizzatori di questo festival. Da anni si occupa dell’organizzazione di questa di questa manifestazione, e sin dalla prima volta in cui gliene ho parlato ha creduto a questo a questo progetto. Progetto nato da una fascinazione, da un’idea, da un sogno che ho avuto circa dei movimenti da connettere all’idea di buco nero e di disco di accrescimento. Quando gliene ho parlato mi ha detto “io da anni organizzo una stagione di balletto, non sapeva una cosa del genere”. E ha insistito per averlo. Quindi l’ho scritto, nel tempo è cambiato, ho scritto tutte le musiche… Sarò lì a leggere il testo, che ho scritto sempre io, anche le immagini sono mie originali. Ad accompagnarmi ci sarà Marco Dalpane, un pianista dall’immensa esperienza nel campo del balletto, avendo lavorato accompagnando scuole di danza, ma anche e soprattutto nella sonorizzazione di film e spettacoli teatrali».

A quale pubblico vi rivolgete?

«Mi aspetto che sia apprezzato non solo da un pubblico di bambini ma anche dagli adulti. Le musiche strizzano l’occhio a una certa cultura musicale del Novecento. Di solito, quando vogliamo pensare a musiche che possono attirare l’attenzione ai bambini, tendiamo a sceglierle in chiave più mozartiana, o comunque in chiave semplice. In questo spettacolo ci sono invece suggestioni tipiche del Novecento, come dicevo, che si rifanno appunto a Prokofiev, al jazz e anche ad altri generi – ci sarà persino una milonga. Spero insomma di coinvolgere un po’ tutti, adulti e bambini».

Un progetto per tutti. Artistico ma a contenuto scientifico. Con quali intenti?

«L’intento è sicuramente didattico, divulgativo. Nella storia c’è questo papà che spiega l’astronomia, e che appunto è alla base della suggestione di Giovannino, il quale prende, parte e torna proprio perché ha nostalgia del papà. Perché non sente la nostalgia della mamma, ci si potrebbe chiedere?»

Chiediamocelo: perché?

«Perché ormai siamo imbevuti di una retorica pluridecennale, se non di più, che parla di quanto si possa sentire la nostalgia della mamma – sono state scritte canzoni, spettacoli, libri.. Secondo me, visto quanto le cose sono mutate negli ultimi decenni, forse è il caso di iniziare a parlare anche di questa dimensione della paternità, vista come capace di dare molto ai figli. Una dimensione per certi versi sovrapponibile ma sicuramente con dei caratteri totalmente differenti da quelli della maternità: il padre è portatore di contenuti, di consigli, di un universo emotivo e pedagogico totalmente differente da quello della madre. Una dimensione che val la pena di recuperare, questa dell’essere padre. Dell’essere si spera un buon padre che si sforza di dare quanto di meglio può dare a suo figlio. È qualcosa da rivalutare, da tenere in considerazione. Quindi è qualcosa che nello spettacolo si vede sì in filigrana, perché non è esattamente il tema portante, però alla fin fine se uno osserva bene c’è, questo tema. C’è la nostalgia del padre, c’è la nostalgia di quello che il padre può dare, come informazioni ma anche e soprattutto come dimensione affettiva».

Uno spettacolo anche per famiglie, dunque?

«Sì, io spero che vengano anche famiglie. Magari non con bambini troppo piccoli, perché la loro attenzione è limitata a pochi minuti, però un bambino di 5 o 6 anni può già seguirlo. Aiutato dalle parole, dalle immagini e dai danzatori, che sono eccezionali».

E il nome del protagonista, Giovannino: c’entra qualcosa il “perdigiorno” di Gianni Rodari?

«No, no, Giovannino è mio figlio. C’è infatti una parte d’un brano, nello spettacolo, un po’ più pesante, forse un po’ più tronfia, o semplicemente un po’ più triste, perché la voce sta redarguendo il figlio: è la parte che riguarda “Babu” – che è il nome con cui mi chiama mio figlio».


Informazioni sull’evento: Geometrie cosmiche