INTERVISTA A TOMMASO MACCACARO

Domenica al Salone del Libro la “Storia del dove”

Un volume scritto a quattro mani da un astrofisico e uno storico, Tommaso Maccacaro e Claudio Tartari. Un antidoto colto e scorrevole contro la claustrofobia della mente, per scoprire dove sono e come si muovono i confini. Edito da Bollati Boringhieri, è appena giunto in libreria

     19/05/2017

Fra le 5W hanno scelto quella del where, il dove. E ne hanno scritto la storia. La Storia del dove, dunque. Un libro a quattro mani firmato da un astrofisico e uno storico, Tommaso Maccacaro (presidente dell’Inaf dal 2008 al 2011) e Claudio Tartari. Un libro che ripercorre, in 128 pagine, due milioni di anni di preistoria e storia d’un concetto – quello appunto del dove, della percezione dello spazio, del senso d’un limite da raggiungere, esplorare e oltrepassare – che, dallo sguardo di Homo erectus a quello degli odierni telescopi spaziali, ha sempre viaggiato a braccetto con la curiosità e la sete di conoscere.

Edito da Bollati Boringhieri, la Storia del dove sarà presentato al pubblico del Salone del Libro di Torino domenica prossima, 21 maggio, alle ore 16:30. All’incontro, moderato dal giornalista scientifico Piero Bianucci e animato con disegni dal vivo di Tuono Pettinato (qui in un’intervista a MediaInaf Tv del 2016), saranno presenti i due autori. E proprio all’astrofisico Maccacaro abbiamo rivolto qualche domanda sul libro.

Perché una storia del ‘dove’? E non, per esempio, del ‘quando’? Quale lettura, quale evento, ha innescato il processo?

«Dove va inteso come dove sono i confini. L’idea nasce da una considerazione squisitamente astronomica: che sempre, ogni volta che miglioravano le misure, aumentavano le conoscenze, si assimilavano nuove scoperte, ogni volta che veniva inaugurato e quindi diventava disponibile un nuovo telescopio, il “mondo” – inteso nella sua accezione più generale – si rivelava più ricco, più complesso e soprattutto più grande di quanto avevamo fino ad allora creduto. Questo fatto era ricorrente, nel tempo così come nei più diversi ambiti dell’astronomia. Dalle prime osservazioni di Galileo nel 1609, alla mappatura della Galassia di Herschel del 1785, alla scoperta delle nebulose extragalattiche all’inizio del secolo scorso, al multiverso di questi ultimi anni, passando per la continua espansione del nostro Sistema solare, le nuove astronomie, le migliaia di esopianeti».

E il collega storico come entra in gioco in tutto questo?

«Mi è venuto naturale chiedermi da quanto tempo ciò stesse succedendo. Spostare i confini più in là non è prerogativa esclusiva degli astronomi. Colombo, Vespucci, Magellano e altri grandi esploratori avevano superato, nel loro tempo, gli oceani e scoperto nuovi continenti; prima ancora qualcuno si era avventurato oltre le Colonne d’Ercole. Anche in tutte quelle occasioni il mondo era diventato più ricco, più vario, più grande. Ne ho parlato con un amico di vecchia data: Claudio Tartari. Claudio e io siamo stati compagni di classe alle elementari, poi ci siamo persi di vista e dopo quasi cinquant’anni ci siamo incontrati nuovamente, quasi per caso, riscoprendoci amici con molto in comune, non solo vecchi ricordi ma anche preoccupazioni presenti e speranze future e soprattutto il piacere della dialettica. Ho scoperto che aveva coltivato interessi umanistici, laureandosi in storia e studiando paleografia e aveva dunque competenze molto diverse dalle mie, per certi versi complementari. Un giorno, a Firenze, mentre ci rinfrescavamo con una birra, seduti a chiacchierare amabilmente, gli ho posto il problema. Mi ha spiegato che per delineare il percorso del pensiero umano sulla percezione dell’ambiente che ci circonda si poteva partire addirittura dalla protostoria; che una domanda apparentemente banale come “Dove siamo?” cui è implicitamente associata l’altra domanda “Cosa c’è intorno a noi?” non ha mai avuto una risposta semplice ma richiedeva che il punto di riferimento fosse continuamente rivisto perché succedeva qualcosa che rimetteva l’orizzonte in discussione. E abbiamo cominciato a discuterne…»

Quale concezione dello spazio avevate – un astrofisico e uno storico – quando avete intrapreso questo progetto? Simile? Diversa? È cambiata, scrivendo insieme?

«È stato interessante confrontare le nostre idee e conoscenze, che inizialmente sembravano due compartimenti stagni, anche per via dei diversi periodi storici e ambiti scientifici su cui avevamo maggiori competenze. Poi siamo andati man mano contaminandoci e integrandoci reciprocamente intervenendo insieme su alcuni episodi sui quali avevamo entrambi contributi da dare. Ora che abbiamo concluso quello che era iniziato come un divertissement e che si è sorprendentemente trasformato in un libro che ha trovato un editore interessato a pubblicarlo, possiamo dire di aver allargato i nostri orizzonti e di aver avuto, ancora una volta, conferma che, là fuori, c’è sempre un po’ di più di quel che si crede».

La storia – il passato e il presente del ‘dove’ – la racconta il vostro libro. Il futuro, invece, come lo vede? Qual è la tendenza? Cosa accadrà alla nostra percezione dello spazio? Si restringerà, diventerà più angusto, tra voli low cost, migrazioni e globalizzazione galoppante? O continuerà a espandersi come l’universo?

«La nostra conoscenza dello spazio, del ‘dove’, del ‘cosa c’è intorno a noi?’, non può che continuare a crescere, e le revisioni saranno ancora al rialzo. Anche l’antroposfera continuerà a crescere. Parallelamente diventerà sempre più evidente la nostra collocazione periferica, marginale, e la nostra insignificanza cosmica, fino a quando perderemo l’ultima unicità che ci è rimasta. Prima o poi, ne sono convinto, troveremo evidenze di vita aliena. L’Universo diventerà enormemente più ricco. Sarà un’altra rivoluzione».

Venendo al ‘dove’ di noi appassionati di astronomia: non trova che il desiderio, il sogno, di conoscere altri mondi – diversamente da quanto accadeva, per esempio, per gli esploratori del passato – sia compromesso alla base dai limiti di velocità, ultimo quello invalicabile della luce, incompatibili con la durata delle nostre esistenze individuali?

«La velocità della luce è indubbiamente un limite. Non solo, ma a quella velocità sappiamo far viaggiare solamente l’informazione; con oggetti macroscopici non ci andiamo nemmeno vicino. Tuttavia mi piace ricordare che Auguste Comte, filosofo positivista, nel 1835 disse che non avremmo mai potuto in alcun modo studiare la composizione chimica delle stelle poiché non ne potevamo portare un pezzo in laboratorio. Nel 1895 il fisico William Thomson, meglio noto come Lord Kelvin, sostenne che macchine volanti più pesanti dell’aria erano impossibili. Pur nel rispetto dei limiti di velocità, incluso quello della luce, credo che il futuro ci riserverà molte sorprese, soprattutto per quanto riguarda i pianeti extrasolari, abitabili o meno. È terreno fertile, tutto da esplorare».

Torniamo al libro: da ‘dove’ viene il titolo, e quando lo potremo trovare in libreria?

«Originariamente avevamo pensato a “Dalle colonne d’Ercole agli Universi paralleli”. Il titolo attuale, “Storia del dove”, nasce da una felice intuizione di Michele Luzzatto, editor di Bollati Boringhieri, che abbiamo accolto con entusiasmo. In libreria dovrebbe esserci già, da metà maggio, e credo sia disponibile anche in versione ebook».