RISCHIO D’IMPATTO: 0.037 PER CENTO

Bennu, la minaccia si chiama Yarkovsky

Fra i compiti che attendono la missione Osiris-Rex, giunta in orbita attorno all’asteroide lunedì scorso, c’è anche quello di misurare con precisione e “dal vivo”, per la prima volta, l’effetto Yarkovsky. Ottenendo così informazioni cruciali per valutare con precisione la probabilità di un futuro impatto di Bennu con la Terra

Le dimensioni di Bennu a confronto con quelle dell’Empire State Building e della Torre Eiffel. Crediti: Nasa

Che ci andiamo a fare, su Bennu? Perché investire tante energie e denaro per calare una sonda su un asteroide che si trova attualmente a oltre 120 milioni di km da noi? Una missione, fra l’altro, in apparenza del tutto analoga a quella che sta portando a termine Hayabusa2 su Ryugu, altro asteroide dal quale verranno prelevati campioni da riportare a Terra? Mettiamola così: atterrare su Bennu sarà un ottimo investimento per i nostri pronipoti.

Scoperto nel 1999, per tipo di traiettoria e dimensioni Bennu è infatti un asteroide potenzialmente pericoloso per il nostro pianeta. Partiamo dalle dimensioni: mezzo chilometro. Più che sufficienti, nel malaugurato caso d’un impatto, per attraversare l’atmosfera terrestre mantenendo una massa minacciosa al punto da devastare un’ampia regione del nostro pianeta.

E a quanto è data, questa sventurata circostanza? Nell’epoca più a rischio fra quelle del prossimo futuro, ovvero fra il 2175 e il 2196, i calcoli orbitali stimano una probabilità d’impatto di 1 su 2700. Detto altrimenti, al 99.963 per cento l’asteroide non ci colpirà. Percentuale rasserenante? O è bene preoccuparsi? La domanda che gli scienziati si pongono è un’altra: come fare per rendere più preciso e affidabile il calcolo delle future traiettorie di Bennu?

La risposta è tutt’altro che semplice. Benché ogni qual volta l’asteroide passa “vicino” alla Terra – e avviene più o meno ogni sei anni – una schiera di telescopi in banda ottica, infrarossa e radio lo tracci e lo fotografi in lungo e in largo per ricostruirne al meglio traiettoria e comportamento, e nonostante i modelli orbitali dati in pasto ai computer tengano conto di ogni possibile interazione gravitazionale (con il Sole, con la Luna, con i pianeti e con gli altri asteroidi), l’incertezza continua a rimanere elevata.

Un po’ come per il meteo, il problema è con le previsioni a lungo termine. Se infatti conosciamo l’attuale posizione di Bennu con un margine di errore di pochi chilometri, e anche a medio termine la finestra d’errore – 30 km per il passaggio del 2060 – sia più che accettabile, provando a calcolarne la posizione a oltre mezzo secolo da oggi ecco che l’incertezza aumenta vertiginosamente: 14mila km nel 2080, 160mila km (quasi la metà della distanza  fra la Terra e la Luna) nel 2135.

Rappresentazione artistica del “touch and go” di Osiris-Rex su Bennu. Crediti: Nasa Goddard Space Flight Center

«Al momento Bennu, fra quelli presenti nel nostro database, è in assoluto l’asteroide del quale conosciamo meglio l’orbita. Eppure, se guardiamo a dopo il 2135, non abbiamo idea di dove sia diretto», ammette Steven Chesley, ricercatore al Center for Near-Earth Object Studies della Nasa e membro del team di Osiris-Rex, con il compito proprio di prevedere la futura traiettoria di Bennu.

Le ragioni sono più d’una, ma il contributo all’incertezza dei singoli fattori che rendono così difficili le previsioni a lungo termine è in realtà abbastanza contenuto. Tranne che per uno: l’effetto Yarkovsky. Descritto per la prima volta dall’ingegnere polacco Ivan Osipovich Yarkovsky nel 1901, è un effetto dovuto all’azione della luce solare sull’asteroide: scaldandone il lato illuminato, fa sì che successivamente il calore assorbito venga irradiato. Ed è questo irradiamento che ne altera in modo non semplice da prevedere la traiettoria, in base alla direzione e alla velocità di rotazione dell’asteroide stesso. Nel caso di Bennu, parliamo di un’alterazione dell’orbita – a partire al 1999, anno della scoperta – di circa  284 metri all’anno in direzione del Sole.

Un’alterazione apparentemente piccola, ma che si propaga nel tempo. E, soprattutto, assai più imprevedibile di quella dovuta a forze gravitazionali. Questo perché dipende da fattori molteplici – quali l’esatta morfologia e composizione della superficie dell’asteroide – troppo complessi per la messa a punto di modelli adeguati. La speranza degli scienziati è che la conoscenza approfondita che le analisi in situ di Osiris-Rex consentiranno – e successivamente anche quelle qui sulla Terra, grazie ai campioni raccolti – permetterà di migliorare di 60 volte le previsioni della traiettoria di Bennu.