L'EDITORIALE DI GIOVANNI BIGNAMI

Le vie per l’Europa non sono finite

A Monaco la serata di Gala per i 50 anni dell'ESO. Il ministro Profumo e il Presidente Bignami, un momento di confronto, posizioni diverse, anche opposte, partendo da considerazioni condivisibili. Ma le strade per giungere a medesimi obiettivi possono essere molto diverse

Il caso ha voluto che giovedì sera fossi seduto di fianco al Ministro ad un astronomico pranzo di gala. Abbiamo parlato quasi tutta sera, anzi, è stato lui a parlarmi ancora lungamente della sua idea di riforma degli Enti.

Scrivo queste note a botta calda, per condividere quello che ho capito e, naturalmente, dire le mie opinioni e controproposte. Va senza dirlo che scrivo cose delle quali mi assumo la responsabilità, non coinvolgendo nessun altro e volendo, semplicemente, aprire un dibattito.

Dico subito che di scritto io, come voi, credo, non ho visto niente e riferisco solo cose dette, con ancora molte parti non chiare. Di scritto c’è solo l’articolo del Sole, non so quanto esatto, ma non smentito.

Il punto del Ministro, come si sa, parte soprattutto dalla nostra incapacità di portare a casa fondi europei, provata dai fatti. Tale situazione, secondo lui, peggiorerà nel 2014, quando i fondi europei per la ricerca (pagati anche dall’Italia) saranno ancora più importanti. Il Ministro pensa, e lo ha ripetuto a lungo, che solo un Ente monocratico (un Presidente, un piccolo CdA) potranno usare “bastone e carota” (poche carote…) per farci riuscire in Europa. Il Ministro cita il modello tedesco, ma devo dire che ieri sera ho anche parlato con la ministra tedesca che mi ha confermato che la realtà del modello tedesco è molto diversa, come sa anche chi, come me e molti altri, da anni lavora spalla a spalla con i ‘camerati’ germanici…

Il Ministro vede anche, e lo ha ripetuto abbondantemente, una urgente necessità di mettere a fattor comune degli “overheads” (che io chiamerei spese generali), tipo biblioteche e facilities informatiche, cosa sulla quale siamo tutti d’accordo. Infine, ha molto insistito che solo mettendo questa norma (tipo Sole24ore) nella legge di stabilità lui potrà raggiungere il risultato, sostenendo che non c’è più tempo per un vero dibattito né parlamentare né, tanto meno, con la comunità scientifica/lavoratori della ricerca (cioè quelli riformati). Infatti, ha aggiunto che se non si fa così, né questo parlamento né il prossimo né il prossimo governo arriveranno a fare una simile riforma.

Insomma, la legge di stabilità sembra l’ultimo ed unico treno possibile per fare un’altra riforma degli EPR (Enti Per la Ricerca). Questo è il punto critico, sul quale non si può che essere in disaccordo, politicamente ed operativamente. Politicamente, perché una legge di stabilità deve fare urgenti interventi di politica economica, magari con inevitabili risvolti sociali, ma non può fare una profonda riforma ordinamentale come è quella proposta, che non ha, tra l’altro, né carattere di risparmio (anzi, costa di più) né carattere di urgenza. Gli Enti, si noti, hanno appena fatto la spending review. Era un esercizio inutile?

L’altra questione politica grave è la supposta incapacità di questo parlamento di portare a termine in tempi utili un dibattito parlamentare (commissioni). Se fosse così, vorrebbe dire solo che bisognava pensarci prima e cominciare in tempo. Non giustifica l’uso di una corsia preferenziale come la legge di stabilità, dove non è possibile entrare nel vero merito del problema, e cioè cosa davvero ci sia da fare (anche perché, al di là delle parole, un testo non c’è e si conoscerà solo quando sarà già ufficiale, cioè troppo tardi per un dibattito). Sul piano politico, quindi, si presenta una operazione non difendibile. Anche un “governo tecnico” (che oggi è il governo del nostro paese) deve favorire il dialogo con una componente della nazione, i ricercatori, che anche il Presidente della Repubblica sembra considerare brava gente, in fondo capace di pensare.

Sul piano operativo, cominciamo col dire che gli EPR non possono vivere in un perenne stato di riforma. Abbiamo si e no assorbito la riforma Gelmini di meno di due anni fa (dopo diverse altre, da Berlinguer a Mussi), come ha ben notato Roberto Battiston nel suo blog su Le Scienze. Sappiamo per esperienza che una riforma degli Enti (nomina vertici, riscrittura statuti, regolamenti, confronto sindacale, etc.) blocca gli Enti stessi per circa un anno, in termini di operatività (quale Piano Triennale potremo mai scrivere? Chi lo scrive? Quali assunzioni e quando? Etc.), soprattutto per quanto riguarda i rapporti con le industrie (quali contratti? Con quale visione internazionale? Portata avanti da chi?).

Veniamo alla parte propositiva sui possibili obbiettivi, giusti, di miglioramento in Europa e nella ottimizzazione spese. Il miglioramento della nostra posizione in Europa richiede, soprattutto e subito, una misura come quella che io ho provato nei miei anni in Francia. Un vero ufficio/sportello del MIUR che faccia da informazione/educazione vera, intensa e capillare presso chi le domande di finanziamento deve farle e nello stesso tempo agisca da stimolo forte per farle. Questo si potrebbe fare in tempi brevi, e soprattutto a costo zero, usando anche personale degli Enti, per esempio partendo da quelli che in Europa hanno avuto successo ed ai quali si potrebbe chiedere un supporto competente. A questo si potrebbe, certo, affiancare una “cabina di regia”, con poteri di bastone e carota. Anche questa, affidata alla struttura MIUR su mandato ministeriale diretto, sarebbe a costo zero e potrebbe essere affiancata da un vero Comitato Scientifico che entri nel merito, utilizzando il “volontariato” di esperti esterni. Questa cabina di regia (resa responsabile dei risultati) potrebbe avere poteri di indirizzo per i finanziamenti degli Enti, accanto, ovviamente, ad una apposita valutazione.

A queste mie obiezioni e proposte su un maggior potenziamento, di regia ed operativo, del MIUR il Ministro è sembrato scettico, non ho ben capito perché. La riduzione delle spese generali (certo cosa buona e giusta) mediante una maggiore condivisione e messa a fattor comune, non giustifica certo una riforma ordinamentale di tutti gli Enti, né sarebbe, secondo me, particolarmente favorita dalla creazione di tre nuove Agenzie (cito Sole 24 ore…)

Parlando delle nuove Agenzie (impossibili da creare a costo zero), non è chiaro quale sarebbero i compiti di quella legata al finanziamento della ricerca. Il MIUR possiede un eccellente Dipartimento ed una eccellente Direzione Generale che fanno proprio quello. Gli Uffici potrebbero essere, ancora una volta, utilmente potenziati da “volontari” esperti ben scelti per i giudizi di merito. Sono anni che lavoro come esperto per la ANR francese (un successo comunque dubbio), ma ricordo che essa si è giustificata perché partiva con “fresh money” da distribuire di 800 milioni all’anno…non mi sembra il nostro caso. Infine, siamo tutti d’accordo su di una Agenzia per il Trasferimento Tecnologico, ed ogni Ente è certo pronto a dare una “libbra di carne”, cioè personale esperto, per popolarla. Difficile, mi sembra, evitare spese di formazione paragonabili a quelle dell’ANVUR, per esempio, ma forse mi sbaglio.

Comunque, ripeto che penso che tutti gli Enti che fanno trasferimento tecnologico sarebbero pronti a contribuire alla sua formazione.

 

Fonte: Media INAF | Scritto da Giovanni Bignami