COLOMBO E GEPPETTO ALLA RICERCA DEGLI ALIENI

Altre forme di vita sono possibili?

Sappiamo troppo poco di come è nata la vita sulla Terra per calcolare quanto è probabile che ce ne siano altre forme su pianeti lontani. Lo sostiene uno studio su PlosBiology.

C’è qualcun altro là fuori? Con il numero di pianeti extrasolari conosciuti ormai prossimo al migliaio e in crescita, l’entusiasmo degli astrobiologi, convinti che potremmo essere a un passo dallo scoprire altre forme di vita, è palpabile. A raffreddarlo arriva Gerald F. Joyce, biologo dello Scripps Research Institute di  La Jolla, in California, con uno studio apparso ieri sulla rivista PLoS Biology. La possibilità che ci siano altre forme di vita sulla Terra o in qualche meandro sperduto dell’Universo potrebbe essere molto più piccola di quanto si è sperato finora. E non lo sapremo per certo finché non avremo la prova che un’altra forma di vita è possibile.

Joyce ha prima di tutto esaminato quali fattori definiscono la vita così come la conosciamo noi. La vita si basa su cellule; è in grado di autoreplicarsi, trasmettendo informazioni alle generazioni successive; si evolve seguendo le leggi della selezione naturale, dando origine a organismi via via più complessi; parte da materie prima ad alta energia e le converte in prodotti a energia più bassa che servono al metabolismo. Se non ci sono tutti questi elementi, non possiamo parlare di un’altra “forma” di vita. E se ci sono, ma la cellula è solo una piccola variante di quelle esistenti (come il famoso batterio artificiale di Craig Venter), tantomeno. Il problema, dice Joyce, è che visto che conosciamo solo un tipo di vita, non c’è nessun modo affidabile di calcolare quanto probabile sia la comparsa di altre forme su altri pianeti.

Per farsi capire, Joyce descrive un sistema chimico creato a tavolino dal suo gruppo in laboratorio (fatto di copie di enzimi in grado di autoreplicarsi). Anche se questo sistema mostra un comportamento “Darwiniano”, con un certo grado di selezione naturale, non ha tutte le altre caratteristiche, e in ogni caso non potrebbe mai generarsi spontaneamente. Non è, insomma, una nuova forma di vita.

Joyce spiega anche le due strade possibili per generare una forma di vita veramente nuova: la chimica e lo biologia. Un essere vivente creato in laboratorio, tramite processi chimici, potrebbe essere considerato nuovo, diverso dalle forme esistenti oggi in natura, se mostrasse tutte quelle proprietà fondamentali ma le ottenesse a partire da “mattoni” chimici diversi da quelli che usiamo noi (il DNA, essenzialmente). Molto più improbabile che una nuova forma di vita si sviluppi a partire da una cellula esistente, differenziandosene progressivamente.

“Penso – sottolinea Joyce – che gli esseri umani si sentano soli e abbiano una gran voglia di scoprire un’altra forma di vita nell’Universo, meglio se intelligente e benevola. Ma non basta esprimere un desiderio per realizzarlo”. Il che non toglie, concede il ricercatore, che una nuova forma di vita possa un giorno essere scoperta da un “Colombo” del futuro, in viaggio verso qualche mondo lontano. O più probabilmente da qualche Geppetto che si diverte a giocare in laboratorio.

IL COMMENTO DI JOHN ROBERT BRUCATO (OA ARCETRI)

“Il 1976 potrebbe essere considerato l’anno di inizio della ricerca di vita nello spazio – dice Brucato, ricercatore presso l’Osservatorio astrofisico INAF di Arcetri -, grazie alle due sonde Viking che la NASA invò sulla superficie di Marte. Da allora sono state sviluppate moltissime tecniche in grado di poter rivelare livelli estremamente bassi di composti organici, abbondanze isotopiche o di molecole chirali”.

E continua: “Molte di queste tecniche non sono ancora pronte per essere ‘spazializzate’ e richiederanno ancora molti anni per essere miniaturizzati ed inviati su sonde spaziali alla ricerca di segni di vita. Ma per poter rivelare la vita bisogna, prima di tutto, chiedersi cos’è la vita? Ad oggi una risposta a questa domanda ancora manca. Allora se vogliamo capire se esiste vita nello spazio, sia sul nostro Sistema Solare o in pianeti che ruotano attorno ad altre stelle, cosa dobbiamo cercare? Cosa vogliamo che i nostri telescopi o strumenti riescano a rivelare? Bisogna fare certamente delle semplificazioni”.

“Una di queste – spiega Brucato – è assumere che la vita sia basata sul carbonio e che dipenda dalla presenza di acqua liquida. Attraverso considerazioni di questo tipo, è possibile definire una fascia di abitabilità attorno alle stelle nella quale un pianeta simile alla Terra possa sostenere la vita. Ma come si può passare da un pianeta abitabile ad una cellula procariota? Come può una miscela di molecole organiche organizzarsi per formare piccoli monomeri,  fare i primi passi metabolici fino a formare il primo polimero in grado di replicarsi e di evolvere attraverso le mutazioni e la selezione naturale? E tra tutte le possibili strade chimiche perché sulla Terra si è giunti ad una sola biologia che funziona in tutti gli organismi viventi”.

“Joyce  nel suo articolo smorza gli entusiasmi. Forse siamo soli nell’Universo. Oggi nessuno conosce qual’è la probabilità che la vita possa emergere da una miscela di molecole organiche. Ed inoltre, ammesso che la vita si sia formata,  come si potrà distinguere tra forme di vita diverse? La risposta potrebbe stare nella capacità che avremo di capire come l’informazione, ovvero i bit come li chiama Joyce, è acquisita da un sistema molecolare, modificata dall’ambiente e trasferita. Nuove forme di vita, dice Joyce, sono quelle che posseggono una soglia ovvero un apparato genetico che contiene più informazioni del numero richiesto per compiere un operazione. Solo superando questa soglia – conclude – si potrà avere una biologia alternativa a quella terrestre”.

Per saperne di più:

  • Ascolta l’intervista di Media Inaf a John Brucato (astrobiologo INAF)
  • Ascolta il podcast su PLoS Biology Podcast, dove Joyce spiega in maniera approfondita come le scoperte degli scienziati porteranno alla creazione di nuove forme di vita
  • Leggi l’articolo completo su PlosBiology