A PREMERE "ON" È UNA COLLISIONE FRA GALASSIE

Istruzioni per attivare un buco nero

A far battere il cuore degli AGN, le galassie con il nucleo attivo, sono i buchi neri supermassicci. E questo lo si sapeva. Ma cosa li "accenda" non è affatto chiaro. Una ricerca del Max-Planck punta ora il dito sulle collisioni fra galassie. Ed è firmata, fra gli altri, da quattro astrofisici italiani.

La fusione fra galassie (quello qui rappresentato è il sistema NGC 2207, nella costellazione del Cane Maggiore) pare essere la causa più probabile per spiegare l’attivazione dei buchi neri all’interno degli AGN. Crediti: ESO

«It takes two to tango», recita un vecchio adagio. Ebbene, pare che occorra essere in due anche per dar vita a un AGN, ovvero a un nucleo galattico attivo. A premere l’interruttore che accende il buco nero supermassiccio al suo interno, infatti, potrebbe essere una collisione fra galassie. Questa la conclusione, pubblicata su The Astrophysical Journal, alla quale è giunto il team internazionale di astrofisici guidato da Nico Cappelluti, del Max-Planck-Institut für extraterrestrische Physik (Garching, Germania).

«Abbiamo selezionato 199 galassie in base alla loro emissione nei raggi X “duri”, avvalendoci della survey a tutto cielo dello strumento BAT a bordo del satellite Swift», ha spiegato Nico Cappelluti, «in grado di fornire una profondità e una caratterizzazione delle proprietà di queste sorgenti senza confronti. Studiando come si distribuisco nell’Universo locale, siamo riusciti a confrontare le nostre osservazioni con quello che i modelli di “accensione” di questi buchi neri predicono. E abbiamo verificato che, tendenzialmente, la loro distribuzione sembra favorire l’ipotesi chi si “accendano” quando due galassie s’incontrano».

Dalle stime dei ricercatori, i buchi neri che rendono attivi gli AGN da loro presi in considerazione hanno una massa pari a circa 300 milioni di volte la massa del Sole. Le galassie che li ospitano viaggiano a loro volta su dimensioni ragguardevoli, qualcosa come 200 miliardi di masse solari. E risiedono in enormi bolle di materia oscura, cento volte più “massicce” della nostra galassia.

Quantità di materia spaventose, insomma, eppure insufficienti a placare l’appetito di questi buchi neri monstre. «Non mangiano all’infinito», conferma Cappelluti, «ma per un periodo limitato, che va da 700 milioni a circa un miliardo di anni. Abbiamo anche notato che sono molto più attivi subito dopo l’incontro fra galassie che nelle fasi finali». Insomma, alla fine è come se morissero di fame: esaurita la riserva di gas che li tiene in vita, si spengono.

Anche la nostra galassia, la Via Lattea, ospita al suo interno un buco nero supermassiccio. Ma la sua massa è inferiore a quella degli oggetti studiati da Cappelluti e colleghi: appena 4 milioni di masse solari. Per ora non è attivo, e non è detto che possa essere sufficiente l’incontro fra la Via Lattea e Andromeda—fra le grandi galassie, quella a noi più vicina—per farlo entrare in azione.

Oltre a Nico Cappelluti, ci sono altri tre italiani nel gruppo di ricercatori che ha firmato la ricerca: Marco Ajello, Davide Burlon e Silvia Bonoli. Tutti e quattro lavorano all’estero.

Qui puoi ascoltare l’intervista integrale a Nico Cappelluti:

[audio:http://www.media.inaf.it/audio/20100615-nico-cappelluti.mp3|titles=Intervista a Nico Cappelluti]