Sabato 28 marzo 2026 è venuto a mancare l’astrofisico e cosmologo Alfonso Cavaliere. Professore straordinario di cosmologia all’Università di Padova (dal 1976 al 1979), poi ordinario di astrofisica prima alla Sapienza (dal 1979 al 1983) e successivamente all’Università di Roma Tor Vergata (dal 1984 al 2008), Cavaliere è stato anche direttore dell’Osservatorio astronomico di Roma (dal 1986 al 1992) e socio dell’Accademia nazionale dei Lincei. Fondamentale il suo contributo, sin dagli anni Settanta, all’astrofisica delle alte energie. Lo ricordano oggi su Media Inaf i suoi studenti di un tempo, amici e colleghi.

Foto di gruppo al workshop del 2003 organizzato per celebrare i 70 anni di Alfonso Cavaliere, qui al centro con la cravatta rossa. Crediti: A. Fontana
Ho condiviso con Alfonso un lungo periodo della mia vita professionale, prima da studente e allievo e successivamente come suo collaboratore per alcuni anni.
Ho avuto la fortuna di frequentare il suo primo corso di cosmologia presso il dipartimento di Fisica della Sapienza alla fine degli anni ’70, rimanendo subito colpito dal modo chiaro e approfondito con cui utilizzava i concetti di fisica moderna per spiegare i vari fenomeni astronomici.
Era inoltre affascinante ascoltare aneddoti e racconti di chi in prima persona aveva vissuto scoperte scientifiche di grande rilievo nel periodo trascorso al MIT nei primi anni ’70, quando diede importanti contributi allo sviluppo dell’astrofisica delle alte energie in collaborazione con i più grandi fisici dell’epoca.
Al di là dell’emozione personale mi consola la consapevolezza di quanto Alfonso abbia contribuito efficacemente alla crescita scientifica di un numero significativo di giovani (all’epoca..) ricercatori i quali hanno poi cercato di trasmettere, seppur nei loro limiti, i suoi insegnamenti metodologici alle generazioni successive.
Emanuele Giallongo
Ho frequentato il corso di Cosmologia di Alfonso Cavaliere, presso l’Università di Tor Vergata, alla fine degli anni Ottanta. Erano quelli i primissimi anni in cui si aprivano i corsi avanzati per i laureandi in Fisica, poiché l’università era ancora molto giovane. Di conseguenza eravamo in pochissimi, tre o quattro mi pare, a seguire il corso di cosmologia. Nonostante la “platea” ridotta, Alfonso condusse il corso con grandissima serietà e dedizione, una cosa che non poteva non colpire anche noi, benché ancora ragazzi. Mi colpiva, in particolare, l’attenzione scrupolosa con la quale preparava ogni lezione: veniva in aula con i “lucidi” – allora non si parlava di PowerPoint – già pronti, minuziosamente scritti, che mostrava sul proiettore mentre spiegava. Quei lucidi poi, ce li consegnava in copia, per agevolarci nello studio. Era serio ma sempre rispettoso della dignità di ogni studente, che seguiva con grande attenzione. Ricordo almeno una lezione in cui è capitato ci fossi solo io. Avrei assolutamente capito, in tale circostanza, se avesse preferito rimandare la lezione. Invece mi ha chiamato vicino, e con grande pazienza, professionalità e direi anche rispetto per un “semplice studente” quale io ero, mi ha esposto tutto il materiale della lezione, esattamente come se, in quel momento, fossimo decine nell’aula. Non sempre e non tutti i docenti – benché non facessero tecnicamente nulla di improprio – ti facevano sentire che tu hai una dignità. Lui, con semplice episodi come questo, mi ha insegnato ben più delle nozioni di cosmologia previste per quella lezione: mi ha insegnato – come altri grandi “maestri” di umanità (per esempio Bruno Caccin) – che si può coniugare la giusta consapevolezza dei ruoli con il preciso rispetto della dignità anche del più confuso e disorganizzato studente che si possa avere davanti. Per questo mi mancherà sempre, come mi mancano quei non moltissimi che ho incontrato, nella mia vita di studente, che hanno sempre agito così. Buon viaggio Alfonso: il cosmo che hai tanto indagato e raccontato, ora ti accoglie.
Marco Castellani
Altri ricorderanno la formidabile opera scientifica di Alfonso Cavaliere. A me, che sono stato il successore immediato come Direttore dell’Osservatorio di Roma, spetta il suo ricordo come Direttore dal 1986 al 1992. Venivamo da anni nei quali l’Italia aveva appena aderito a ESO, non senza difficoltà e resistenze, e gli Osservatori Astronomici erano ancora piccoli Enti autonomi. L’autorità amministrativa riconosceva l’importanza della Ricerca scientifica creando uno specifico Ministero, il MURST, e l’astronomia italiana si era finalmente aperta alle regole e alla mentalità della ricerca internazionale. In questo quadro l’Osservatorio di Roma, a Monte Mario, risentiva enormemente della vicinanza fisica del Ministero vigilante, sia pure regolata dalla supervisione del Consiglio delle Ricerche Astronomiche. Forse per questa vicinanza o forse perché il Direttore si trovava a dover gestire, oltre la sede storica di Monte Mario, anche quella di Monte Porzio Catone, la Stazione di Campo Imperatore e un importante Museo Astronomico, il rapporto fra il numero di ricercatori e quello di personale tecnico e ausiliario era dell’ordine di uno a tre.
È questo il mio ricordo più vivo di Alfonso Cavaliere in questo momento: una persona di cultura e di scienza, interessata a trasmettere ai suoi allievi un’eredità di metodo e molto riservata di carattere che si trova ad affrontare problemi di gestione di personale con l’obbiettivo di trasferire nel secolo successivo la struttura scientifica che gli era stata affidata, avendola cambiata profondamente. Alfonso non si è tirato indietro e ha mostrato un coraggio enorme nell’affrontare il compito. L’Astronomia italiana e l’Osservatorio di Roma in particolare lo ricorderanno con riconoscenza.
Roberto Buonanno
Quando c’era da affrontare un nuovo argomento, Alfonso comunicava sempre molto entusiasmo, era visibilmente elettrizzato dalla possibilità di fare qualche scoperta, di trovare strade inedite. Per noi studenti era allo stesso tempo coinvolgente ma anche faticoso da seguire, perché assumeva sempre punti di vista non convenzionali e innovativi, spesso spiazzandoci rispetto alle conoscenze che piano piano cominciavamo a costruirci. Trasformava tutto in una sfida, e non risparmiava il sarcasmo per chi faceva ricerca macinando continuamente le stesse idee – ricordo che diceva chiaramente che a noi non interessava essere una “cottage factory”…
La sua cura maniacale nello scegliere le parole e nel presentare i risultati mi ha sempre impressionato. Aveva una conoscenza estesa della letteratura scientifica, ma nonostante questo era costantemente preoccupato di dire qualcosa che avevano già detto altri. La sua originalità a tutti i costi era ben nota, e nessuno degli astronomi senior che incontravo ai congressi si sarebbe perso il suo intervento. Anche se poi, al coffee break, li sentivo spesso confessare che non erano riusciti a cogliere tutto quello che Alfonso aveva detto.
Paolo Tozzi
È un grande dolore la notizia della scomparsa del Prof. Cavaliere, con cui ho avuto l’onore di discutere di scienza negli anni in cui lavoravo allo studio degli ammassi di galassie. Porterò sempre con me con affetto il ricordo del modo umile e gentile con cui lui, autorità indiscussa nel campo, amava parlare di scienza anche con chi era poco più che uno studente, trasmettendo preziosi consigli e un amore puro e profondo per la ricerca.
Marco Castellano

Alfonso Cavaliere durante il workshop in suo onore del 2003 intento a illustrare uno dei suoi celebri lucidi. Crediti: A. Fontana
Di fronte a questo luttuoso evento mi vengono in mente alcune tra le sue fondamentali intuizioni, dall’emissione termica dell’emissione X dei cluster alla natura nucleare dei burst X. Ma ci sarà il tempo per scrivere questa storia. Oggi mi viene più da ricordare, con estrema gratitudine, quanto la sua stima e la sua amicizia mi siano stati di incoraggiamento nel lavoro che abbiamo scelto.
Enrico Costa
Ricordo, da borsista laureato da poco, le “incursioni” di Alfonso Cavaliere, attorno al 1970, nei capanni di radioastronomia sul tetto dell’Istituto di Fisica a Bologna, quando veniva a discutere con Giancarlo Setti, coinvolgendo spesso noi più giovani. Stava investendo nell’Astrofisica la sua esperienza di fisico dei plasmi ed era tanto entusiasta e motivato che, come diceva, ci si giocava tutto (in realtà la sua espressione era più colorita … ed efficace).
Il lavoro seminale, con Pacini e Setti, Rotating collapsed object, quasars and supernova remnants, del 1969, é un vero simbolo della transizione “al moderno” dell’Astrofisica italiana, raccogliendo le tre figure che ne furono l’origine e l’elemento propulsore,
Ad esse le generazioni successive, tra cui la mia, devono moltissimo.
Bruno Marano
L’eredità scientifica e umana che ci lascia Alfonso Cavaliere è enorme. La sua vastissima conoscenza lo portava sempre ad affrontare i problemi con uno straordinario mix di intuizione e di rigorosità. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorarci insieme sa quanto questi due aspetti fossero in lui compenetrati.
Oggi piangiamo un grande maestro, sapendo che il suo contributo all’astrofisica italiana ha prodotto molteplici frutti in tutti noi, frutti durevoli, che non saranno da noi mai dimenticati.
Marco Tavani
Negli anni 1965-6, avendo vinto un posto nel ruolo degli Osservatori Astronomici, venni assegnato d’ufficio all’Osservatorio Astronomico di Roma, il cui direttore mi concesse di svolgere la mia attività di ricerca presso il Centro di Astrofisica di Frascati, recentemente attivato dal prof. Livio Gratton dopo il suo rientro dall’Argentina. Questo era ospitato sulla collina di Frascati in un modesto fabbricato, da noi chiamato “la casa del pastore” o qualcosa di simile per via dell’attività del precedente occupante, collocato quasi di fronte, ma dalla parte opposta della strada che portava al “Laboratorio Gas Ionizzati” del CNEN, dove Alfonso svolgeva attività di ricerca. Per gentile concessione gli astrofisici potevano accedere alla mensa del CNEN e fu così che ebbi modo di conoscere Alfonso che stava facendo ricerche sul confinamento magnetico dei plasmi per la fusione nucleare. D’altra parte io mi stavo occupando della stabilità dei bracci spirale della Galassia e del confinamento dei raggi cosmici in presenza di campi magnetici elicoidali. Situazioni fisiche e finalità diverse, ma per vari aspetti simili. Quindi lunghe discussioni.
Gli anni ’60 sono stati anche anni di continue scoperte dell’astronomia sia da terra che dallo spazio, quella che ho già avuto occasione di presentare come decade mirabilis con la scoperta dei quasar e dei pulsar, del fondo cosmico alle microonde, marchio del big bang, delle sorgenti di raggi X e gamma (galattiche ed extragalattiche), ecc..ecc… Frattanto il Centro di Astrofisica si arricchiva di altri giovani ricercatori e fra questi Franco Pacini che si era laureato con Livio Gratton, docente all’Università di Roma “La Sapienza”, e già ben noto per il suo modello di pulsar come stella di neutroni magnetizzata e ruotante. Tutto questo non poteva che affascinare una mente brillante e curiosa come quella di Alfonso. La piena conversione all’astrofisica si ebbe con la prima pubblicazione: “Rotating Collapsed Objects, Quasars and Supernova Remnants” – Cavaliere A., Pacini F. e Setti, G., Astrophysical Letters, Vol. 4, p. 103, 1969.
Ma poi seguirono percorsi diversi, anche se di tanto in tanto ci siamo ritrovati a collaborare su argomenti vari sia scientifici che di organizzazione della ricerca, e ho sempre apprezzato i giudizi e suggerimenti di Alfonso.
Una gravissima perdita per l’astronomia italiana.
Giancarlo Setti
Senza Alfonso – anzi senza il Prof. Cavaliere – oggi non sarei un astrofisico. Gli avevo inizialmente chiesto la tesi, affascinato da alcuni suoi lavori che avevo letto ancora studente. Per vari motivi la cosa non andò in porto, ma fu lui stesso a cercarmi subito dopo la mia discussione di tesi, suggerendomi caldamente di fare il dottorato, aiutandomi a prepararlo e poi indirizzandomi verso quell’Osservatorio di Roma in cui sono rimasto finora. Senza quell’invito la mia storia avrebbe sicuramente preso un’altra strada. Da allora, non ho potuto che ammirare la statura umana e professionale di Alfonso. Aveva una comprensione profonda e al tempo stesso vasta della fisica e dell’astrofisica, e una passione autentica per tutti i suoi aspetti. Ogni incontro con lui era fonte di stimolanti discussioni. Mi hanno sempre colpito la sua originalità di pensiero, la tensione continua per l’eccellenza scientifica, la capacità di individuare i problemi fondamentali, la passione per le risposte che si possono trovare con carta e penna. Ricordo, ad esempio, quando fu tra i primi a rendersi conto della similitudine tra l’evoluzione cosmologica delle popolazioni degli AGN e delle galassie, scoperta negli anni ’90, e a lavorare per trovarne il nesso. Ma anche la lucidità con cui giudicava la trasformazione dell’astronomia italiana in quegli anni di grande crescita. La determinazione con cui ha spinto la trasformazione dell’Osservatorio di Roma dalla sede di Monte Mario a quella di Monte Porzio, vedendone da subito l’immenso potenziale di sviluppo, ne è stato un esempio. L’umorismo tagliente, le simpatiche originalità del suo comportamento e il grande rispetto con cui trattava tutti ne facevano una persona straordinariamente affascinante. Per molti anni non ho potuto che dargli rispettosamente del lei. Quando – dopo molti anni – mi guardò piegando la testa nel suo modo caratteristico e mi disse “Adriano, direi che possiamo darci del tu adesso”, ho capito che – forse – ero finalmente diventato un suo collega.
Adriano Fontana
Correzione del 31/03/2026: in una versione iniziale era stata erroneamente indicata come data di morte il 29 marzo.






