Immaginate di vivere in una città in cui, dopo il tramonto, non si accende alcuna luce per strada. Nessun lampione, nessuna luce nei negozi, nessuna luminaria. Probabilmente non uscireste volentieri a fare una passeggiata, a correre, o semplicemente a fare una commissione. E anche girare in auto vi metterebbe un po’ a disagio, accompagnati da quella sensazione di pericolo che il buio, fin da bambini, suscita. Sarà per questo che non ci sembra strano pensare che una strada illuminata sia anche più sicura? Forse. Un pensiero del tutto ingenuo e irrazionale, direbbe Luca Invernizzi, giornalista, astrofilo e autore di una monografia sul rapporto fra criminalità e illuminazione notturna artificiale, tema di cui ha parlato anche qualche settimana fa al primo convegno nazionale sull’inquinamento luminoso, a Roma. L’abbiamo intervistato.

Luca Invernizzi, astronomo dilettante, giornalista e autore di una monografia sul rapporto fra criminalità e illuminazione notturna
Da dove nasce la convinzione comune che esista una correlazione fra sicurezza e illuminazione pubblica?
«Da quando l’illuminazione artificiale è stata introdotta in modo massivo nelle nostre città e nelle aree suburbane coloro che frequentano le strade, e i luoghi dove trascorrono del tempo, ne hanno tratto un oggettivo vantaggio. Non mi riferisco solo in termini di possibilità di socializzare all’aperto e nelle piazze ma anche di muoversi in sicurezza come pedoni. Penso che le ragioni alla base dell’associazione tra sicurezza e illuminazione artificiale siano molteplici e che non prescindano da una comunicazione giornalistica e istituzionale, non sempre corretta e spesso ingiustificatamente o eccessivamente allarmistica, riguardante il numero dei crimini. Ci sono poi ragioni culturali e legate anche fenomeni commerciali: dall’inizio del Novecento si è sviluppato il fenomeno, definito da Vanni Codeluppi (e prima di lui da Georg Simmel) noto come “vetrinizzazione sociale”. Ciò ha reso necessaria un’illuminazione praticamente costante nelle città, dapprima solo negli spazi di vendita e di consumo e successivamente estesa a tutti gli spazi sociali, per incrementarne la fruizione indipendentemente dai ritmi circadiani. Allontanandosi dalle ragioni sociali, c’è poi un elemento chiave che ha a che fare più con la fisiologia umana alla base delle continue richieste di luce da parte dei cittadini».
Di che si tratta?
«Parlo della desensibilizzazione di cui soffrono gli individui in seguito alle variazioni sensoriali. Incrementando di un determinato valore percentuale il flusso luminoso stradale di una zona poco illuminata, si sortisce un effetto decisamente più apprezzato rispetto a ciò che accade in un viale già illuminato correttamente. In quest’ultimo caso, la sovrailluminazione viene percepita, ma in misura inferiore rispetto alla quantità di luce presente in partenza. Ciò si manifesta perché molte sensazioni come quelle prodotte dalla luce, ma anche dal suono o da altre quantità fisiche, crescono con il logaritmo dell’intensità dello stimolo. Occorre quindi considerare il rapporto tra intensità percepita e la risposta fisiologica allo stimolo, e basarsi unicamente sui valori misurati oggettivamente. Questo è uno degli aspetti cruciali da presidiare in ambito illuminotecnico e legislativo, al fine di evitare una rincorsa continua verso un eccesso di illuminazione. Infine, in richiamo agli studi sociologici di Robert K. Merton sulla profezia che si autoavvera, si può osservare come timori percepiti, ma non oggettivamente fondati, possano indurre le persone a modificare i propri comportamenti fino a determinare il verificarsi dell’evento temuto. Questo potrebbe tradursi nella convinzione che la maggiore illuminazione renda persino le aree ad alto tasso di criminalità più sicure, indipendentemente da altri fattori. Percezione che potrebbe alimentare un senso di sicurezza errato e indurre comportamenti imprudenti. Un esempio: passeggiare più frequentemente nei cosiddetti criminal hot spots solo perché è stato installato qualche lampione in più, quando invece esistono riscontri oggettivi che l’unico modo di ridurre il crimine in queste zone sia l’incremento dei controlli formali, attraverso il pattugliamento capillare e costante delle forze dell’ordine nel tempo».
A proposito di normativa, com’è cambiata, nel nostro paese, negli ultimi anni?
«La normativa relativa al tema Alan (Artificial Light At Night) ha, nel corso degli anni, adottato approcci diversi per aree geografiche. Oltre al presidio degli aspetti tecnici riguardanti la progettazione, l’implementazione o la sostituzione dei corpi illuminanti nel rispetto delle norme Uni, l’aspetto legislativo ha visto muovere i primi timidi passi sul finire dello scorso secolo con la legge regionale veneta del 1997, successivamente aggiornata nel 2009. Ma forse l’esempio paradigmatico è rappresentato dalla Lombardia, sia perché è stata una delle prime aree a forte industrializzazione a legiferare sul tema, sia e soprattutto perché ha fatto da apripista a tutte quelle leggi emanate successivamente, con regole più rigorose e puntuali, volte alla pianificazione della luce e al controllo di sprechi e inquinamento. Parlo della legge n. 17 del 27 marzo del 2000, che recita testualmente “Misure urgenti in tema di risparmio energetico ad uso illuminazione esterna e di lotta all’inquinamento luminoso”, poi aggiornata con la legge regionale 31/2015. In pochi anni tutte le regioni del nostro paese, con la sola esclusione della Sicilia e della Calabria, hanno approvato apposite leggi volte a ottimizzare e razionalizzare l’uso della luce in ambito pubblico e privato sul territorio di propria competenza, sempre con la duplice finalità di ridurre i consumi energetici e mitigare gli effetti dell’inquinamento luminoso. Sedici delle diciotto attualmente vigenti sono state redatte e promosse grazie alla spinta propulsiva dell’associazione CieloBuio OdV – Coordinamento per la protezione del cielo notturno, che ha saputo trovare, oltre vent’anni fa, le energie necessarie anche in carenza di un allora poco convincente supporto da parte della comunità scientifica nazionale».
E come si è mossa, invece, la statistica sui crimini notturni?
«Secondo le fonti Istat o del Ministero dell’Interno, i delitti in termini assoluti sono in decisa decrescita negli ultimi vent’anni, soprattutto i crimini rientranti nelle categorie dei furti e delle rapine che, con gli omicidi, rappresentano gran parte dei cosiddetti index crimes. Tuttavia, sembra che l’attenzione popolare si stia rivolgendo verso i crimini cosiddetti “minori”: i reati contro il patrimonio, quelli contro la proprietà e l’ordine pubblico, i reati legati a sostanze stupefacenti o alla prostituzione, ma nemmeno queste tipologie rilevano incrementi statistici significativi. Secondo le statistiche, invece, tra i crimini in deciso aumento si rilevano truffe o frodi informatiche, i crimini commessi dai “colletti bianchi”, i crimini ambientali e gli omicidi che avvengono all’interno delle abitazioni, dove quindi è del tutto evidente che la presenza o meno della luce è ininfluente».
Cosa ci dicono, invece, le statistiche riguardo gli incidenti stradali notturni?
«Non si hanno evidenze chiare su quanto sia effettivamente utile l’illuminazione stradale per gli automobilisti e, più in generale, per il traffico viario. In una logica di risorse non illimitate, se i vantaggi sono nulli o contenuti, occorre prendere in considerazione soluzioni diverse che garantiscano un impatto ambientale minore e, al contempo, riflettere e monitorare accuratamente anche gli incidenti stradali diurni: i corpi illuminanti di tipo stradale, infatti, sono comunemente montati su pali ai bordi delle carreggiate e rappresentano un pericolo per ventiquattr’ore al giorno. A tale proposito, da alcune statistiche prodotte dall’Institut Belge pour la Sécurité Routière si evince che, tra i decessi per incidenti stradali durante le ore notturne, solo l’8 per cento è avvenuto su strade non illuminate, ma solo un esiguo 2 per cento del totale è direttamente attribuibile a un’insufficiente o assente illuminazione stradale. Gli altri casi riguardano guasti al veicolo, guida sotto l’effetto di alcol o droghe, colpi di sonno, malori, eccetera. Inoltre, si stima che il 2,6 per cento di tutti i morti, anche di giorno, sia causato proprio dai violenti urti contro i pali che sorreggono i corpi illuminanti a bordo strada. Al di là del caso belga, comunque, una possibile spiegazione è stata fornita dal ricercatore Peter van der Dussen, che ipotizza che l’autista del veicolo, in forza di un maggiore illuminamento della strada, tenda a guidare più velocemente proprio per le condizioni di luce artificiale. Tale affermazione, oltre a essere plausibile, è sostenuta anche da una verifica sperimentale condotta dagli ingegneri del genio civile olandese, che ha messo in evidenza una relazione diretta tra illuminazione e velocità sul tratto dell’autostrada olandese A12 in cui era stato modificato l’impianto di illuminazione».

Milano di notte, fotografata dall’astronauta dell’Esa Samantha Cristoforetti a bordo della Stazione spaziale internazionale nel settembre 2022. Crediti: Nasa/Esa/S. Cristoforetti/A. Sánchez de Miguel
Esistono, secondo lei, conseguenze negative nell’illuminare eccessivamente le nostre strade e le nostre città?
«Sì, è possibile che un’illuminazione eccessiva o non progettata correttamente delle città non produca i benefici attesi in termini di sicurezza e, in alcuni casi, possa persino generare effetti indesiderati. La ricerca criminologica e gli studi sul rapporto tra illuminazione e sicurezza urbana mostrano infatti un quadro molto più articolato. In primo luogo, occorre distinguere tra la percezione di sicurezza e la riduzione effettiva dei reati. L’aumento dell’illuminazione può certamente modificare la percezione soggettiva dei cittadini, facendo apparire uno spazio urbano più sicuro anche quando è vero il contrario. Infatti, questo effetto psicologico non implica necessariamente una diminuzione dei fenomeni criminali. Per dirsi realmente efficace, una strategia di prevenzione deve produrre una riduzione dei reati, non soltanto una diminuzione della paura di subirli. Alcuni crimini minori o comportamenti devianti, come il consumo o lo spaccio di droga e la prostituzione in strada, sembrano essere addirittura correlati positivamente all’incremento dell’illuminazione. Le motivazioni sono facilmente intuibili, in quanto legate alla necessità di osservare l’oggetto della compravendita e il denaro contante. In ogni caso, l’illuminazione eccessiva è di per sé un’aberrazione che deve essere evitata. Anche solo per il risparmio energetico e per ridurre le emissioni di gas climalteranti in atmosfera. Illuminare impropriamente determina fenomeni di abbagliamento che possono condurre a situazioni esattamente opposte a quelle ricercate, sia in termini di sicurezza stradale che di mitigazione del fenomeno criminale».
Quale sarebbe, quindi, il giusto equilibrio?
«Il giusto equilibrio ha inizio nel non attribuire all’illuminazione pubblica capacità taumaturgiche che non possiede: incrementare semplicemente la quantità di luce non può, di per sé, essere considerata una strategia efficace di prevenzione del crimine. Le cause dei comportamenti criminali e devianti sono infatti molto più profonde e complesse e richiedono un’analisi attraverso approcci multidisciplinari che coinvolgano criminologi, sociologi, psicologi, statistici e altri esperti. A oggi non esiste un’evidenza scientifica univoca che dimostri che più illuminazione artificiale comporti automaticamente una riduzione dei reati. Per questo motivo, il tema dovrebbe essere affrontato con prudenza: prima di destinare ingenti risorse all’aumento dell’illuminazione urbana, sarebbe opportuno investire in studi indipendenti e metodologicamente ben progettati che chiariscano se esista davvero una relazione causale tra luce e criminalità. La prevenzione efficace richiede, a mio avviso, una combinazione di strumenti: politiche sociali che riducano le disuguaglianze, interventi urbanistici e di qualità dello spazio pubblico, forme di controllo sociale informale, la presenza delle forze dell’ordine e tecnologie di sicurezza. In questo quadro, l’illuminazione potrebbe svolgere un ruolo ancillare, integrandosi tra i molteplici elementi che costituiscono una strategia più ampia, ma mai come soluzione unica e determinante in senso assoluto. Va inoltre considerato che l’aumento dell’illuminazione comporta costi economici e un impatto ambientale potenzialmente devastante sugli ecosistemi, nonché decisamente significativo sulla salute e sui ritmi biologici delle persone. Per questo è importante che le scelte siano guidate da evidenze scientifiche solide e da una valutazione equilibrata tra benefici attesi e conseguenze. Concludo con un’analisi spicciola, allontanandomi dal mio ruolo di attivista ambientale e sostenendo come l’affermazione che vorrebbe la luce capace di impedire i crimini durante le ore di buio, trasformando i delinquenti in persone rette sia del tutto ingenua e irrazionale al pari del suo opposto, ossia che le tenebre trasformerebbero gli individui onesti in spietati criminali».






