
Roberto Guidetti, professore di zoologia all’Università di Modena e Reggio Emilia, primo autore dello studio pubblicato su “Frontiers in physiology”
Nel 1947, un moscerino della frutta viaggiava a bordo di un razzo V-2 aprendo le porte allo studio degli effetti delle radiazioni e della microgravità sugli organismi viventi. Da allora, i moscerini della frutta sono diventati un modello standard per la ricerca sulla fisiologia e sul comportamento nello spazio. Sono riusciti a completare il loro intero ciclo vitale in microgravità, dalla fecondazione alla crescita fino a diventare insetti adulti in grado di produrre prole. E dopo i moscerini della frutta, è stato il turno di bombi, mosche domestiche, bruchi e formiche. Per molte di queste specie, la microgravità non sembra interferire in modo significativo con il loro sviluppo o comportamento, tanto che l’Agenzia spaziale europea (Esa) ha riunito un team di esperti di alimentazione, biologia e spazio provenienti da tutta Europa per studiare se gli insetti potrebbero diventare parte del menù degli astronauti. Del team fa parte anche Roberto Guidetti, professore di zoologia all’università di Modena e Reggio Emilia e autore di uno studio pubblicato su Frontiers in Physiology che fa il punto su quanto si sa degli effetti della microgravità sugli insetti. L’abbiamo intervistato.
Perché introdurre gli insetti nella dieta degli astronauti?
«Se pensiamo ai lunghi viaggi di esplorazione spaziale o alla colonizzazione di pianeti, le risorse difficilmente trasportabili in grosse quantità o difficilmente reperibili sono sicuramente il cibo, l’acqua e l’ossigeno. Per cui, se si trovasse una fonte di cibo che consumi poca acqua e ossigeno, questa sarebbe sicuramente l’ideale per il nostro futuro nello spazio. Questa fonte di cibo esiste già ed è ricca di proteine complete, acidi grassi essenziali, ferro, zinco e vitamine del gruppo B, tutti elementi fondamentali per la nostra crescita e lo sviluppo. Sono gli insetti».
Infatti, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, gli esseri umani consumano già oltre duemila specie di insetti in tutto il pianeta.
«Esatto. Per il loro valore nutritivo, gli insetti rappresentano già una fonte di cibo per milioni di persone. Grazie alle loro piccole dimensioni, al ciclo di vita breve, alla facilità di allevamento, alla capacità di resistere alla fame e agli stress fisici e chimici, rappresentano i candidati ideali per essere allevati in sistemi di supporto vitale biorigenerativi. Si tratta di sistemi tecnologici rigenerati autoregolanti che forniscono un approvvigionamento alimentare costante e autosufficiente».
Di quali insetti parliamo, esattamente?
«Tra gli insetti commestibili più comuni utilizzati negli esperimenti condotti nello spazio figurano il “grillo domestico” Acheta domesticus e il coleottero detto il “verme della farina” Tenebrio molitor, specie che sono anche approvate dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) per la vendita e il consumo in Europa. Non a caso sono stati mandati diverse volte nello spazio. Di questi insetti, infatti, conosciamo bene le caratteristiche biologiche, la facilità di allevamento e il valore nutrizionale estremamente elevato, paragonabile o a volte superiore a quello della carne, del pesce e dei legumi. Queste caratteristiche, insieme ai dati preliminari sul loro comportamento e crescita in assenza di gravità, hanno fatto di queste due specie i principali candidati per la sperimentazione come fonte di cibo per i viaggi dell’uomo nello spazio».

Da sinistra: contenitore per alimenti con insetti commestibili interi e arrostiti in un mercato di street food in Germania (crediti: Insekten Wirtschaft/Cc-By-4.0); l’astronauta dell’Esa Samantha Cristoforetti, che per la sua missione spaziale nel 2022 ha messo in valigia una barretta di cereali ai mirtilli con farina di grilli (crediti: Esa); snack con vermi della farina allevati in Svezia (crediti: Slu/Åsa Berggren/Cc-By-Sa-3.0)
Come reagiranno secondo lei gli astronauti?
«Un sondaggio fatto tra gli astronauti ha evidenziato come non vi sia un pregiudizio per l’utilizzo degli insetti come fonte di cibo. La stessa Samantha Cristoforetti ha promosso il consumo di insetti come cibo, sottolineando i loro benefici ambientali e nutrizionali in un video diffuso mentre era comandante della Stazione spaziale internazionale. Probabilmente chi vive la vita in modo pragmatico ed essenziale, come gli astronauti, comprende il vantaggio di questa fonte alimentare. L’entomofagia, cioè l’utilizzo degli insetti come alimento, è praticata da oltre due miliardi di persone in tutto il mondo, e sono note più di 2200 specie di insetti consumate in 128 paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Il problema è quindi solo culturale: la civiltà occidentale sembra aborrire questa pratica, ma in realtà non c’è una grande differenza tra un crostaceo, come la canocchia o l’aragosta, e un insetto: sono tutti artropodi. È che siamo culturalmente più abituati a nutrirci di crostacei che di insetti. In Italia, che si considera la patria del buon cibo, le resistenze sono forse maggiori, ma dobbiamo tenere presente che la nostra attuale tradizione gastronomica è qualcosa di recente e in continua trasformazione. È probabile che problemi di sostenibilità alimentare, e quindi ambientale, ci spingeranno sempre più ad utilizzare gli insetti come fonte di cibo. Cibo che consuma per la sua produzione una quantità molto inferiore di risorse, spazio ed energia (a parità di valore nutrizionale) rispetto a fonti di cibo tradizionali quali carne bovina, suina o avicola».
Come verrebbero portati e utilizzati, quindi, questi insetti nei menu spaziali?
«Il vantaggio degli insetti è che possono resistere a lungo al digiuno e alle basse temperature. Quindi potranno essere facilmente trasportati in notevoli quantità, grazie anche alle loro piccole dimensioni. Il trasporto per lunghi periodi sarà quindi molto agevole riducendo il consumo energetico, per poi avviare gli allevamenti quando le condizioni saranno più opportune, come ad esempio dopo le fasi di lancio o una volta raggiunta una stazione orbitante o planetaria. Potranno essere anche trasportati come embrioni all’interno di uova – decine di migliaia di uova possono essere contenute in un palmo di mano – che verranno poi fatte schiudere nello spazio. Con lo sviluppo di tecnologie che permetteranno di disidratare questi organismi, utilizzando ad esempio molecole provenienti da animali che sono naturalmente in grado di farlo (come i tardigradi), potremo anche renderli molto più resistenti alle radiazioni ionizzanti».

A sinistra, tre moscerini della frutta, utilizzati per la ricerca scientifica sia sulla Terra che nello spazio (crediti: Nasa); a destra, un tardigrado (crediti: Specious Reasons/Flickr, Cc By-Nc 2.0)
Quali sono i prossimi passi per il gruppo di lavoro che si è istituito?
«Il gruppo di scienziati che si sta occupando di sviluppare questo progetto è un gruppo interdisciplinare composto da etologi, nutrizionisti, esperti degli effetti delle radiazioni sugli organismi e ricercatori che hanno effettuato precedenti esperimenti nello spazio. Ricercatori che provengono da Italia, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna e Germania. Il progetto, coordinato da Åsa Berggren, è iniziato attraverso un finanziamento di un “gruppo tematico” da parte dell’Agenzia spaziale europea con lo scopo di aiutare gli scienziati a creare forum incentrati su argomenti specifici, in questo caso su “Potential of insects as nutritional food in spaceflight”. Dopo diversi incontri e visite al centro spaziale di Colonia dell’Esa e dopo l’incontro con altri ricercatori di enti pubblici e aziende private, sono stati pubblicati tre articoli che hanno revisionato la bibliografia esistente sul tema del progetto. Attualmente si stanno elaborando i dati su un esperimento effettuato con fondi dell’Università di Modena e Reggio Emilia sugli effetti delle radiazioni sui cicli vitali e sulle capacità nutrizionali di individui di “grillo domestico” e “verme della farina”. In futuro sono previsti esperimenti sullo sviluppo delle uova di queste due specie di insetti all’interno di uno strumento che mima l’assenza di gravità grazie a finanziamenti dell’Agenzia spaziale svedese e di Esa».
Per saperne di più:
- Leggi su Frontiers in physiology l’articolo “Insects in outer space: assessing the effects of microgravity on edible and model insect species for spaceflight food system“, di Roberto Guidetti, Annette Bruun Jensen, David Copplestone, Martina Heer, Paola Pittia, Lorena Rebecchi e Åsa Berggren






