I RISULTATI DELL’ESPERIMENTO PUBBLICATI DALL’ESA

Sopravvivere su Marte bevendo kombucha

Una delle bevande più antiche del mondo potrebbe nascondere la soluzione per la sopravvivenza nello spazio. I microrganismi presenti all’interno del kombucha, infatti, non solo sono sopravvissuti alle radiazioni cosmiche per diciotto mesi, ma sono anche stati in grado di riparare il loro Dna danneggiato e continuare la divisione cellulare

     19/10/2023

Reel pubblicato sul profilo Instagram dell’Esa in cui si spiegano i risultati degli studi condotti sul Kombucha. Cliccare sull’immagine per vedere il reel su Instagram

Il kombucha è una bevanda con una tradizione millenaria in Cina e Giappone, dove veniva considerato un elisir di lunga vita e utilizzato come bevanda energetica dai Samurai. Come molti altri cibi e bevande della tradizione orientale, si è diffuso in Europa e negli Stati Uniti proprio in virtù delle proprietà benefiche cui viene associato: è un antiossidante, svolge un’azione antibatterica e, soprattutto, aiuta la digestione e nutre la flora intestinale, grazie ai probiotici che contiene. Qui, forse non servirà ai Samurai ma potrebbe far gioco agli astronauti: uno studio dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha dimostrato che i microrganismi presenti nel kombucha sono resistenti all’ambiente spaziale, poiché si proteggono dai raggi cosmici creando un biofilm e, molto probabilmente, sopravvivrebbero a un lungo viaggio non protetto nello spazio.

Questo superdrink rientra nella categoria degli alimenti fermentati e – così come crauti, miso, tempeh, kimchi e kefir – fa bene all’intestino e all’organismo in generale in quanto, appunto, ricco di probiotici. Il kombucha altro non è che un fermentato del tè, e la sua preparazione più semplice può tranquillamente essere fatta da chiunque in casa: basta unire una tazza di tè, zucchero, acqua fredda, un po’ di kombucha già pronto (un po’ come quando si fa il lievito madre o lo yogurt in casa) e infine il cosiddetto Scoby, una cultura simbiotica di batteri e lieviti. Dopo una fermentazione aerobica di almeno una settimana, ne risulterà una bevanda leggermente frizzantina e dal sapore tra il dolce e l’acidulo (tipo sidro di mela), a seconda dell’intensità che le si vuole dare.

Sulla Terra è stato dimostrato che i microrganismi presenti nel kombucha sono particolarmente resistenti: quando vengono sottoposti a condizioni difficili per la loro sopravvivenza, sono in grado di proteggersi creando uno strato protettivo viscido, chiamato in gergo biofilm. Per questo, gli scienziati hanno deciso di verificare la resistenza di questi batteri all’ambiente spaziale. Li hanno spediti sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) dove, grazie alla piattaforma Expose, da anni gli astronauti conducono esperimenti sulla sopravvivenza di microbi e batteri in ambiente spaziale non protetto. I batteri del kombucha sono stati esposti alle radiazioni cosmiche dello spazio, senza protezione, per circa 18 mesi.

Dopo averli riportati sulla Terra, li hanno analizzati e hanno trovato che molti microbi sono sopravvissuti. I cianobatteri, in particolare, sono stati persino in grado di riparare il proprio Dna danneggiato dai raggi cosmici e di continuare la divisione cellulare anche dopo essere stati esposti alla radiazione.

«Esperimenti come questi», spiega un reel pubblicato ieri su Instagram dall’Esa, «possono aiutarci a comprendere come i biofilm possano proteggere da radiazioni cosmiche e temperature estreme. Forse, un giorno, potranno essere usati per schermare organismi in lunghi viaggi spaziali».