QUEST’ANNO L’ORA X SCATTA ALLE 10:37 DI SABATO 20 MARZO

Fra Natale e Pasqua… c’è sempre un equinozio

Si fa presto a dire primavera... La definizione del giorno d’inizio della nuova stagione è l’occasione per ripercorrere una storia millenaria di aggiustamenti e correzioni, con il calendario convenzionale in perenne inseguimento di quello astronomico. La racconta oggi su Media Inaf il giornalista e divulgatore scientifico Emiliano Ricci

     18/03/2021
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Crediti: Vindhya Chandrasekharan/Pexels

Finalmente ci siamo: sabato 20 marzo 2021, alle 10:37 ora italiana, cade l’equinozio di primavera. In realtà, a voler essere politically correct, dovremmo parlare di “equinozio di marzo”, perché, se è vero che per gli abitanti dell’emisfero boreale questa data segna l’inizio della primavera astronomica, è anche vero che per gli abitanti dell’emisfero australe sabato inizia l’autunno. Per la stessa ragione, quello che noi chiamiamo equinozio di autunno, che quest’anno cade il 22 settembre, dovrebbe essere chiamato “equinozio di settembre”.

Ma che cos’è, dal punto di vista astronomico, un equinozio? Molto semplicemente, è il momento – non un giorno intero, come siamo abituati a pensare, ma un istante ben preciso – in cui il Sole, nel suo percorso annuale lungo l’eclittica, che è il cammino apparente del Sole sulla sfera celeste, attraversa l’equatore celeste, una circonferenza immaginaria che altro non è che la proiezione dell’equatore terrestre sulla sfera celeste. Dal punto di vista geometrico, gli equinozi sono pertanto i due punti di intersezione delle due circonferenze, eclittica ed equatore, che poggiano rispettivamente su due piani inclinati fra loro di 23°27’ (inclinazione che poi è all’origine delle stagioni). Ecco perché ce ne sono due, e non di più.

Sulla Terra, nei due giorni degli equinozi, si osserva che il numero delle ore diurne è identico al numero delle ore notturne, da cui il nome, che deriva dal latino, e che significa appunto “notte uguale” (al giorno, o più propriamente al ). Da questo momento in poi, per gli osservatori boreali, il numero di ore in cui il Sole si trova sopra l’orizzonte supera quello in cui si trova sotto, per culminare al solstizio estivo, e a invertirsi nuovamente all’equinozio di settembre.

Fin qui, abbiamo trattato nozioni di geografia astronomica che si studiano anche a scuola. Meno noto, però, è il fatto che dall’esatta determinazione dell’equinozio di primavera dipende la costruzione del nostro calendario. Vediamo perché.

Tutti sappiamo che stiamo vivendo il ventunesimo anno del terzo millennio dell’era cristiana. La precisazione che il terzo millennio sia dell’era cristiana è tutt’altro che oziosa. Infatti, il 2021 si chiama così perché si calcola che siano trascorsi duemila e ventuno anni dalla nascita di Gesù Cristo. Sarebbe quindi più corretto scrivere 2021 a.D. (anno Domini, in latino anno del Signore), oppure 2021 d.C. (dopo Cristo), come scriverebbe uno storico per non confonderlo con il 2021 a.C. (avanti Cristo, appunto).

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L’idea di contare gli anni a Nativitate Christi – dalla nascita di Cristo, cioè – arrivò solo nel VI secolo grazie agli studi del monaco romano Dionysius Exiguus (Dionigi il Piccolo), il quale stabilì di dividere gli anni in prima di Cristo e dopo Cristo, conteggiandoli, sia in un verso che nell’altro, a partire dall’anno 1. Così l’1 a.C., anno in cui Dionigi attestò la nascita di Gesù (convenzionalmente alla mezzanotte del 25 dicembre dell’anno 1 a.C.), precede non l’anno zero come matematici e logici ci insegnerebbero, ma l’anno 1 d.C., fatto da cui è derivata tutta la confusione sul computo del millennio e lo sfasamento di un anno perché il terzo millennio arrivasse davvero.

Vero è che, nonostante Dionigi abbia commesso anche altri errori di calcolo, un’attenuante forte il monaco ce l’ha a sua difesa: non conosceva lo zero. Non tanto perché fosse ignorante in matematica, quanto perché il concetto di “numero zero” venne introdotto in Europa, assieme alla numerazione posizionale indiana, dal matematico pisano Leonardo Fibonacci soltanto attorno al 1200, importato direttamente dal mondo arabo, che era molto avanti nello studio dell’algebra. Così, per Dionigi, l’anno 754 a.U.c. (ab Urbe condita, ovvero dalla fondazione di Roma), diventò necessariamente l’anno 1 d.C.: d’altra parte non avrebbe saputo fare altrimenti (anche se Mussolini, che tentò di introdurre un nuovo calendario, definì il 1922 anno I dell’era fascista – I EF – e non anno 0, pur conoscendo benissimo questo numero – ma questa è tutta un’altra storia). Ecco quindi spiegato l’inghippo.

Ma quanto dura veramente un anno? Dal punto di vista astronomico, l’anno si calcola traguardando il Sole in due passaggi successivi all’equinozio di primavera. La lunghezza media dell’anno tropico così determinata, da equinozio a equinozio, risulta quindi essere di 365,2422 giorni, ovvero 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Conoscere con esattezza la lunghezza dell’anno tropico fu di fondamentale importanza per costruire il calendario gregoriano, ovvero quello attualmente in vigore in Italia e in gran parte dei paesi del mondo. Infatti, essendo legato alle stagioni, esso è calcolato proprio sulla distanza media esistente tra due equinozi.

Ora, il calendario gregoriano, così chiamato in onore di Papa Gregorio XIII, che istituì la riforma del calendario, è in vigore solo dal 1582. Prima di allora il tempo era scandito dal calendario giuliano, introdotto nel 46 a.C. da Giulio Cesare in sostituzione dell’antico calendario romano. Il calendario di Cesare considerava l’anno tropico lungo 365,25 giorni, ovvero 365 giorni e 6 ore, con una differenza rispetto alla durata reale di 11 minuti e 14 secondi annui: era pertanto molto preciso per l’epoca, ma, negli oltre 1600 anni in cui rimase in vigore, comportò comunque un errore rispetto alle stagioni di oltre 10 giorni.

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Il calendario giuliano prevedeva infatti tre anni di 365 giorni suddivisi in dodici mesi della durata uguale agli attuali e, ogni quattro anni a febbraio, un giorno aggiunto che diede origine all’anno bisestile. La parola bisestile deriva da bis sextus, in quanto il giorno aggiunto (bis) fu inserito immediatamente dopo il “sesto giorno prima delle calende di marzo” (l’attuale 23 febbraio), divenendo quindi “due volte sesto” (bisesto, appunto). Le calende (da calare, chiamare a raccolta) segnavano l’inizio del mese, giorno in cui si pagavano gli interessi ed il libro degli interessi era appunto il calendarium.

Quando Papa Gregorio XIII introdusse la riforma, decisa in attuazione di una delibera del Concilio di Trento (1545), i dieci giorni accumulati di ritardo furono recuperati tutti assieme e, come stabilito nella bolla Inter gravissimas, emanata il 24 febbraio 1582, si passò, in una notte, da giovedì 4 ottobre 1582 a venerdì 15 ottobre 1582. I giorni intermedi non sono mai esistiti! Naturalmente non tutti i paesi accolsero subito la riforma, a parte quelli governati da sovrani cattolici. Ecco perché, per esempio, in Unione Sovietica, la presa del Palazzo d’Inverno di Pietrogrado, avvenuta il 25 ottobre 1917, veniva celebrata il 7 novembre: semplicemente, perché nella Russia zarista non era stata ancora introdotta la riforma gregoriana, e il 25 ottobre si riferisce al calendario giuliano.

Oltre al recupero dei giorni, la riforma gregoriana riformulò il conteggio per gli anni bisestili (agli anni divisibili per quattro si aggiunge il 29 febbraio), ma definì non bisestili gli anni secolari, a eccezione di quelli divisibili per 400, che rimangono perciò bisestili. Così, il 1700, il 1800 e il 1900, pur divisibili per quattro, non sono stati bisestili, mentre il 1600 e il 2000 sì. Ricalcolando la lunghezza media dell’anno del calendario su questa base si trova un valore di 365,2425 giorni, con uno scarto di appena 26 secondi rispetto alla lunghezza reale (pertanto si commette un errore di tre giorni ogni diecimila anni circa).

Il motivo principale per cui Papa Gregorio XIII decise la riforma è connesso alla data della Pasqua. Per motivi legati alla lettura della Bibbia, al Concilio di Nicea (325 d.C.) era infatti stato deciso di far cadere l’equinozio di primavera sempre il 21 di marzo, dovendo di conseguenza celebrare la Pasqua la domenica successiva al primo plenilunio che segue tale data (o coincide con essa). Ma con il calendario giuliano, per il quale l’anno medio durava significativamente di più dell’anno astronomico, la data d’inizio delle stagioni si stava lentamente spostando all’indietro (si perdeva un giorno ogni 128 anni circa), mentre la Pasqua si sarebbe nel tempo spostata verso l’estate, andando in contraddizione con le Sacre Scritture. Ecco perché ci volle un Papa – e fior di astronomi dell’epoca a contribuire, come Luigi Lilio, Cristoforo Clavio, Ignazio Danti – per stabilire come si dovevano contare i giorni.


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