SONO ALTRE LE APP DI CUI DOVREMMO PREOCCUPARCI

Immuni e privacy: il parere di un astroinformatico

Negli ultimi giorni l’app Immuni, dopo l’appello del presidente del Consiglio a scaricarla, è di nuovo al centro dell’attenzione. Molti si domandano quanto sia o meno invasiva per la privacy. Media Inaf lo ha chiesto a Riccardo Smareglia, responsabile Ict e Science Data Management dell’Inaf

     08/10/2020
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Farebbe davvero sorridere, se non fosse una cosa tremendamente seria, tutto il clamore che si è sviluppato intorno all’app Immuni. Si urla alla violazione della privacy, al rischio di essere controllati da “poteri forti”, a tutte le più fantasiose idee che ci vengono in mente, spesso degne della fervida immaginazione di illustri scrittori di fantascienza come Isaac Asimov.

Ma andiamo per passi. L’app Immuni viene dichiarata come un elemento sicuro atto ad aiutarci a combattere l’epidemia di Covid-19 tramite il veloce tracciamento di contatti e quindi il precoce isolamento di nuovi focolai. Questo è quando dichiarato sul sito di immuni.italia.it, dove si possono trovare le risposte ufficiali alle domande più comuni.

Ciò non sempre risponde alla domanda che ognuno si fa: quanto è sicura, quanto posso essere controllato? Ricordo i tempi in cui si diceva che l’unico computer sicuro (forse) è un computer spento, staccato dalla rete e chiuso in cassaforte, e sinceramente non penso che la realtà sia molto diversa da allora. Anzi, per quanto riguarda la nostra privacy abbiamo purtroppo ben superato le pessimistiche previsioni di George Orwell in 1984. In ogni caso questo non vuol dire che dobbiamo rassegnarci a essere controllati – e i legislatori europei (e non solo) sono in prima linea su questo fronte – ma vuol dire che, quando parliamo di utilizzare uno strumento come Immuni, dobbiamo prendere in considerazione diversi fattori, e non solo quello tecnologico legato alla singola app.

Immuni concettualmente, con i cambi regolari di codici random, non permette di dire dove una persona era o con chi (nome e cognome), ma tiene traccia di quanto tempo si è rimasti in una zona a rischio con una persona, o meglio con un il suo device.

Ora, il dato di per sé stesso, così come è stato concepito, è inutilizzabile, a meno che non venga cross-correlato con altri dati che magari pensiamo siano meno sensibili e/o per i quali ci facciamo meno problemi (forse) quanto alla loro protezione – tipo l’attivazione della geolocalizzazione, il tracciamento che viene fatto tramite l’uso di carte di credito, tutti i post che si fanno sui canali social, le chat con gli amici, per non parlare di app a cui si sia dato libero accesso alle fotocamere o altro. Per fare un esempio, Google – tramite un comune smartphone, se non viene disattivato il servizio – ti invia mensilmente un simpatico reminder dei luoghi che hai frequentato, e per fare ciò non serve neanche la geolocalizzazione: basta la triangolazione con le celle telefoniche.

Quello che ci dobbiamo chiedere non è dunque se è sicura o meno l’app Immuni –che presa da sola è sufficientemente sicura – ma se siamo disposti ad accettare il rischio che parte della nostra privacy venga messa a repentaglio per un bene comune, che è quello di cercare di ridurre al minimo i focolai Covid-19. Questa domanda sulla sicurezza, però, più che verso la app proposta dal governo italiano e la cui installazione è volontaria (e qui non desidero entrare in discussione sul dovere civico), andrebbe più correttamente rivolta alle molteplici app che oramai usiamo quotidianamente.

Vogliamo garantire in modo assoluto la nostra privacy? Allora buttiamo via computer e smartphone e scriviamo con carta e calamaio una bella lettera ai nostri amici… magari stando attenti che la persona del balcone di fronte non veda che stiamo andando ad imbucarla.