LA TASSA SUI SATELLITI CHE FA VOLARE L’ECONOMIA

Spazio sostenibile? Ci vorrebbe l’Imu…

Fino a 235mila dollari l’anno per i diritti di “uso orbitale”. Una nuova tassa, per ogni singolo satellite lanciato, e che secondo uno studio darebbe una spinta all’intero comparto dell’industria satellitare dagli attuali 600 miliardi di dollari a quasi tremila miliardi. Il commento di Marina Ruggieri, esperta di telecomunicazioni dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

     26/05/2020
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Crediti: Nasa.

Ci vorrebbe una bella imposta diretta di tipo patrimoniale. Non c’è nulla che funzioni bene come una tassa. Ti sei fatto la seconda casa al mare? Devi pagare l’Imu. Sei proprietario di un loft pluriaccessoriato che trasmette e riceve segnali dall’orbita terrestre (volgarmente detto satellite)? Potresti pagare fino a 235 mila dollari l’anno. È il fisco, bellezza.

Questa curiosa proposta di integrazione al sistema tributario non è una boutade, ma il risultato di uno studio appena pubblicato fra i Proceedings of the National Academy of Sciences e che risponde a due esigenze parallele: alleggerire l’orbita terrestre da satelliti dismessi e detriti spaziali che l’affollano, e dare una spinta all’intero comparto dell’industria satellitare. 

Ripulire le orbite per nuove missioni è necessario, soprattutto per ridurre rischi di collisioni e danni alle strumentazioni. Gli scontri avvenuti hanno già generato qualcosa come 20mila frammenti (ma se contiamo quelli sotto i 10 centimetri la stima sale a centinaia di migliaia). Ogni scheggia, anche se misura appena qualche centimetro, può diventare un pericoloso proiettile. Le soluzioni tecnologiche includono la rimozione fisica della spazzatura spaziale con reti, arpioni o laser. Ma i ricercatori stanno lavorando più in generale al ciclo di vita dell’oggetto satellite, includendo nel pacchetto un sistema di rientro per “smaltire” il satellite a fine vita.

Un accordo internazionale che addebiti agli operatori un canone di “uso orbitale” potrebbe invece aumentare il valore dell’industria spaziale dalla cifra stimata in 600 miliardi di dollari a quasi tremila miliardi. Questa sorta di Imu dello spazio caricherebbe direttamente sulle spalle degli operatori satellitari i costi che ogni singolo lancio impone indirettamente agli altri operatori sul mercato. Entro il 2040 potrebbe salire fino a 235 mila dollari l’anno, per ogni singolo satellite lanciato.

Il salto dai 600 miliardi ai tremila miliardi di dollari dipende dalla riduzione delle collisioni e dei costi relativi alle collisioni, come il lancio di satelliti sostitutivi. Per avere una visione più articolata del problema Media Inaf ha raggiunto Marina Ruggieri, ordinario di telecomunicazioni all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e che da tempo si occupa dei vantaggi e i possibili svantaggi che le costellazioni satellitari potrebbero creare nel nostro futuro.

 

Marina Ruggieri, ordinario di telecomunicazioni all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, dipartimento di ingegneria elettronica

Ruggieri, che cosa ne pensa di questo studio che porta la firma dell’Università del Colorado a Boulder e del Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences? Fanno sul serio o è una provocazione?

«Io credo che questo studio rappresenti una seria opportunità di riflessione: sul valore intrinseco delle orbite terrestri e sulla nostra responsabilità nell’occupare lo spazio vicino a noi. L’aspetto che cattura maggiormente la mia attenzione non è tanto l’evidente impatto economico dell’operazione, quanto l’affermazione diretta o indiretta di uno spazio come bene da proteggere. Finalmente si comincia a parlare di sostenibilità dello spazio. Tema, questo, di assoluto rilievo per il futuro e a cui non è stato ancora dedicato uno sforzo concettuale e pratico adeguato».

E una tassa può fare tutto questo?

«Di certo non vedo conseguenze negative a questo genere di provvedimenti. L’assalto all’orbita terrestre di missioni non del tutto motivate, applicazioni non così utili, mercati non troppo definiti, potrebbe godere di un benefico rallentamento grazie alla “tassa orbitale”. Potrebbe funzionare, dunque. E potrebbe anche stimolare lo sviluppo di sistemi spaziali basati sul riciclo, su una reale integrazione fra ciò che è già e ciò che sarà in orbita».

Come si integra questo genere di provvedimento con il futuro dello spazio “vicino”?

«Serve uno stimolo nuovo a chi concepisce missioni e sistemi spaziali. Lavorare sempre più sui software per costruire satelliti intelligenti, capaci di reinventarsi, adattarsi e integrarsi. Solo così possiamo razionalizzare il popolamento dell’orbita terrestre, senza ridurre l’enorme potenzialità e impatto che lo spazio ha e continuerà ad avere nella vita delle persone. La pandemia ci ha dimostrato ancora una volta quanto sia centrale il tema della connettività e della comunicazione. Sviluppare la connettività in modo sostenibile per il nostro pianeta, e per lo spazio che lo circonda, accende di nuova e necessaria speranza il nostro futuro».


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