ARTE E ASTRONOMIA

Omaggio a Raffaello Sanzio, il principe delle arti

Lunedì prossimo, 6 aprile 2020, ricorre il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio. Per l’occasione, Frida Paolella e Roberto Della Ceca ripercorrono la fortissima connessione tra arte e scienza – e in particolare l’astronomia – in alcuni capolavori del grande artista, al quale è stato dedicato anche un modulo della Stazione spaziale internazionale

06.04.2020

In alto, “La Scuola di Atene” (1509-1511 ca). In basso,  due dettagli dell’affresco: Ipazia (a sx) e Zoroastro (a dx)

Il 6 aprile 2020, purtroppo in un momento storico in cui il mondo è con il fiato sospeso a causa del Covid-19 e attende di tornare alla normalità, ricorre il cinquecentenario dalla morte di Raffaello Sanzio, il principe delle arti, nato e cresciuto a Urbino, che da secoli incanta intere generazioni per la perfezione, delicatezza e purezza delle sue opere. Egli morendo, secondo il Vasari, di Venerdì Santo per una “febbre continua ed acuta”, fu rapito al mondo nel fiore degli anni, lasciando un’offerta pittorica prodigiosa che trova nella Stanza della Segnatura dei Musei Vaticani una travolgente creatività senza tempo e la testimonianza di una fortissima connessione tra arte e scienza e, in particolare, con l’astronomia.

Infatti, nell’affresco “La Scuola di Atene”, un’opera che segna la storia dell’arte universale, l’artista urbinate posiziona il suo autoritratto tra gli scienziati ai quali la sua epoca si ispirava: Zoroastro con in mano una sfera celeste e Tolomeo con il globo terracqueo. Non dimentica neanche il contributo delle donne alle materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), concetto a cui lo stesso Raffaello affida nella “Scuola di Atene” un ruolo di primo piano attraverso la figura che molti identificano come Ipazia, speculare rispetto al suo autoritratto posizionato tra gli scienziati: la matematica, astronoma, simbolo di scienza e del libero pensiero che guarda attenta verso l’osservatore di ogni tempo. E d’obbligo ricordarla in un anno, il 2020, che ha visto il 24 febbraio scorso la scomparsa di Katherine Johnson, talento della matematica, colei che calcolò la traiettoria per la missione dello sbarco sulla Luna dell’Apollo 11 del 1969, Luna che lo stesso Raffaello ha reso protagonista ai Musei Vaticani nella scena in notturna, capolavoro di ogni tempo, in “La Liberazione di San Pietro”.

Con il “Primo Moto” Raffaello riserva inoltre un ruolo di primo piano all’astronomia, a significare l’origine delle cose: con questa opera avviò la decorazione della volta delle Stanze Vaticane. L’artista ne celebra la potenza della meccanica celeste, affidandole un compito decorativo accanto alla figura allegorica della filosofia.

Raffaello, “Primo moto” (1508)

Proprio quest’ultima, la filosofia, prima dell’autonomia della scienza realizzatasi nel Seicento, doveva cercare spiegazioni ai fenomeni del mondo fisico. Raffaello lo sottolinea inserendo nell’affresco anche l’iscrizione Causarum cognitio, consegnando così al mondo il messaggio dell’importanza di conoscere la causa delle cose come dovere primario dell’uomo. Non è forse questo che muove gli scienziati a spingersi sempre più avanti nella conoscenza e a motivare le loro imprese estreme?

In quell’esposizione della sapienza umana che è “La Scuola di Atene”, avvolta da un palcoscenico classico di mirabile bellezza e perfezione prospettica, sono rappresentate numerose figure, diverse per origine e cultura, riunite in una comunità di pensiero, trasmettendo un messaggio straordinario sul libero confronto di idee, lucidità e modernità di visione, ricongiungendo così il tempo con il sapere umano in un’unità tra passato, presente e futuro. Non è forse quello che prova a fare la comunità scientifica di ogni tempo, impegnata nella ricerca della comprensione di quello che ci circonda, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande?

Arte e scienza, un connubio senza tempo reso perpetuo dallo stesso Raffaello nella scelta di posizionare il suo autoritratto tra gli scienziati. Una relazione che arriva a trovare persino nella Costituzione italiana un riferimento importante. L’art. 9 trova ispirazione proprio in una lettera di Raffaello, indirizzata a papa Leone X e scritta con Baldassarre Castiglione, che per primo parla dell’importanza della tutela e della promozione del patrimonio culturale.

Il modulo Raffaello collegato alla stazione durante la missione STS-114

Come in passato Raffaello comunicava, attraverso l’arte, il suo messaggio universale senza tempo sull’importanza della conoscenza, così oggi le grandi imprese scientifiche internazionali rappresentano quel messaggio riunendo attorno a loro scienziati di tutte le nazioni; esempi come Lhc, Ligo, Cta, Ska o la Stazione spaziale internazionale (Iss) ne sono chiaramente la prova provata. Comunità scientifica che oggi trova nella Iss l’avamposto orbitale come punta più avanzata del progresso umano, raggiunto attraverso la scienza, la tecnologia, le contaminazioni di professionalità diverse in ricerche pionieristiche con il comune obiettivo di ampliare i confini del sapere umano.

A pochi giorni dalla Giornata mondiale del volo dell’uomo nello spazio, che ricorre il 12 aprile (quest’anno cade nel giorno di Pasqua), è dunque evocativo pensare che Raffaello, attraverso il modulo della Stazione spaziale internazionale che porta il suo nome e che ha “visitato” più volte la stazione spaziale stessa (la prima volta, nel 2001, portato da Umberto Guidoni – primo astronauta europeo a visitare la Iss e unico astrofisico tra gli astronauti italiani), abbia osservato da lassù la volta celeste, verso cui si innalzano le divine proporzioni delle sue opere, le sue prospettive, i suoi cieli luminosi.

È d’obbligo ricordare che la Giornata mondiale del volo dell’uomo nello spazio commemora il volo Jurij Alekseevič Gagarin, che con un volo orbitale di un’ora e 48 minuti il 12 aprile 1961 diventa il primo cosmonauta della storia, viaggiando a una velocità di 27000 km/ora – velocità mai raggiunta prima da un uomo, chiaramente un’impresa estrema… ma questa è un’altra storia.

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