DA GIOVEDÌ 26 OTTOBRE IN LIBRERIA

Tutta la scienza più IgNobel che c’è

Luca Perri firma per i tipi di Sironi “La pazza scienza. Risultati serissimi di ricerche stravaganti”. Illustrato da Angelo Adamo, il libro è in vendita da questa settimana e verrà presentato al Festival della scienza di Genova il 4 novembre. Media Inaf ha intervistato l’autore

     24/10/2017

Astrofisico, astro nascente della divulgazione scientifica – sui social, alla radio, sui giornali, in tv, finanche su Media Inaf – e consumatore incallito di cedrata Tassoni, l’infaticabile Luca Perri ora si è messo pure a scrivere libri. E parte col botto, firmando insieme ad Angelo Adamoaltra firma già nota ai lettori di Media Inaf e in questo caso autore dei disegni – un volume in uscita per Sironi il prossimo 26 ottobre: La pazza scienza. Risultati serissimi di ricerche stravaganti. La presentazione del libro sarà anche l’evento di chiusura del Festival della scienza di Genova, la sera del 4 novembre a Palazzo Ducale, con Perri protagonista d’una conferenza-spettacolo dal titolo “Scienza da… IgNobel!“. Lo abbiamo intervistato.

Partiamo dal titolo: chi è il più pazzo, tu o Angelo? O magari Sironi che vi pubblica?

«È una lotta durissima, ma credo che la follia maggiore la faccia Sironi: in fondo è l’unica dei tre ad avere ancora una reputazione ed una serietà da difendere. Ad ogni modo l’altro giorno, discutendo con il collega Stefano Covino (assurto agli onori della cronaca una settimana fa), dicevo che il target del libro è evidentemente composto da gente che ancora non conosce me e Angelo».

Il vostro è un libro che si occupa d’IgNobel: i premi che vengono dati ogni anno a dieci ricerche che “prima fanno ridere e poi danno da pensare”, dice il comitato di Harvard del Mit. Corriamo questo brutto rischio anche con voi, o possiamo leggervi sapendo che rideremo spensierati fino all’ultima pagina?

«Purtroppo ci siamo fatti prendere la mano con l’entusiasmo e l’autostima immotivata, dunque abbiamo deciso di condurre il lettore a spunti di riflessione sulla ricerca scientifica e sulla scienza in generale. Detta così sembra che abbiamo ben riflettuto su ciò che facevamo e che il risultato possa essere davvero un libro serio. Però state tranquilli, siamo io ed Angelo: non riusciamo mica a stare seri per più di mezza pagina».

Diamo per scontato che sia un libro che chiunque vorrà acquistare, se non altro per regalarlo: ma c’è qualcuno a cui invece ti senti di sconsigliarne caldamente la lettura?

«Direi chi non ha autoironia, non sa stare al gioco ed è permaloso, chi è un ingegnere e chi spezza gli spaghetti per cuocerli più in fretta. E anche chi non ha visto Star Wars, ma questo non tanto per il libro in sé, quanto più per ghettizzarlo in generale (come anche gli ingegneri)».

Luca Perri “al lavoro” sui telescopi Magic a La Palma, Isole Canarie

Torniamo all’argomento della vostra opera. L’Italia, almeno negli ultimi tempi, con i Nobel non se la passa benissimo. E i pochi che l’hanno vinto sono quasi tutti italiani praticamente solo di nascita… Gli IgNobel ci stanno regalando qualche soddisfazione in più?

«Proprio nel 2017 quattro italiani hanno vinto l’IgNobel per le scienze cognitive, per aver dimostrato che gemelli monozigoti non sanno distinguersi fra loro in foto. E tre su quattro lavorano in Italia. In tutto 16 italiani e un istituto (l’Istat) hanno vinto 7 premi IgNobel dal 1991 ad oggi. La percentuale di IgNobel italiani è del 2,5 per cento. E solo tre dei premiati non lavorano nel nostro paese, quindi in tutti e 7 i premi c’è un italiano che lavora in Italia. Con i Nobel, invece, ci sono stati 19 premi italiani (il ventesimo, Bovet, era in realtà svizzero naturalizzato italiano), con una percentuale sul totale del 3,2 per cento. Il problema è che, degli 12 premi Nobel “scientifici”, 11 sono stati costretti ad emigrare all’estero per proseguire le proprie ricerche, per motivi economici, scientifici bellici o razziali. La percentuale di Nobel di italiani non emigrati, quindi, scende drasticamente».

Come te lo spieghi?

«Potrei rispondere scherzosamente che siamo un paese che tende a far partire i geni e a tenersi i folli, ma per scoprire se questo sia del tutto vero vi invito a leggere il libro. C’è però da dire che nel caso del Premio Nobel spesso entrano in ballo una serie di meccanismi complessi, compresi quelli di carattere politico. Tali meccanismi, invece, difficilmente sono presenti in un premio meno prestigioso e mediatico quale l’IgNobel».

Senza spoilerare troppo, veniamo alle ricerche affrontate nel libro: chi le ha scelte? E come? Ce n’è qualcuna che da subito vi ha fatto pensare “questa non può mancare”?

«Le ho scelte io, e alle volte ho pure cambiato idea, facendo impazzire Angelo con le vignette. Alcune però, in particolare quelle degli ultimi capitoli, sono state presenti fin da subito in quanto realmente sorprendenti. Confesso poi di aver inserito alcune ricerche anche solo perché meravigliosamente divertenti o perché Angelo aveva in mente delle vignette che chiedevano a gran voce la stampa. Ma la cosa bella dell’IgNobel è che si trova sempre il modo di proporre una chiave di lettura interessante delle ricerche. O meglio, quasi sempre: un’appendice del volume è infatti dedicata ai premi completamente folli, dai quali trovo difficile trarre insegnamenti. Per tutti i premi che purtroppo siamo stati costretti a ignorare, poi, si può sempre sperare in un secondo libro (messaggio subliminale: comprate tante copie di questo!)».

Una “scoperta ignobile” ingiustamente dimenticata da quelli di Boston?

«Nel 2014, dopo 16 anni di lavoro, Thomas Hales dell’Università di Pittsburgh in Pennsylvania ha dimostrato che il modo migliore per impilare o impacchettare le arance al mercato è la piramide, piuttosto che l’esagono, il cubo o il parallelepipedo. Se vi sembra roba da poco, sappiate che il problema (noto come Congettura di Keplero) risaliva alla fine del XVI secolo e riguardava i cumuli di palle di cannone. Possibili ricadute della scoperta sono migliori metodi di impacchettamento dei dati informatici, e una maggiore efficienza nella loro codifica e trasmissione. C’è poi Peter Backus dell’Università di Warwick, che nel 2010 ha pubblicato lo studio “Why I don’t have a girlfriend”, in cui utilizzava l’Equazione di Drake per calcolare la sua probabilità di trovare un’anima gemella a Londra. Il risultato fu di una possibilità su 285mila, probabilmente più alta di quella di ricevere una chiamata da una forma di vita intelligente extraterrestre. Se però vi sembra roba da poco, vuol dire che non sapete quanto può essere problematico per un astrofisico trovare una ragazza capace di sopportarlo».

Già, gli scienziati: sanno ridere di sé stessi, o tendono a prendersi mortalmente sul serio?

«Dipende da scienziato a scienziato. Purtroppo non sempre. E questo, dal punto di vista della comunicazione scientifica, può essere un grosso problema. Soprattutto in Italia, paese in cui il ruolo della comunicazione scientifica non ha l’importanza che meriterebbe. Il rischio è che gli scienziati si chiudano sempre più nella proverbiale torre d’avorio, e la popolazione li percepisca come distanti. Se non addirittura inutili».

Per finire, ti offriamo un’occasione che non ti si ripresenterà mai più per farti bandire a vita dagli osservatori astronomici di tutto il territorio nazionale: devi candidare una ricerca o un progetto Inaf per l’IgNobel della Fisica 2018. Quale nomini?

«Giusto per evitare l’ostracismo futuro, mettendo da parte la modestia, candido la scoperta compiuta da me e dal collega astrofisico Om Sharan Salafia, in cui mostriamo un’innegabile corrispondenza fra il tasso di tentati suicidi in 28 nazioni e la messa in onda televisiva di Grey’s Anatomy. Trovando persino una morale. Purtroppo al momento non è stata ancora notata da chi di dovere, ma teniamo le dita incrociate».


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