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	<title>MEDIA INAF &#187; Editoriali</title>
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	<description>Il notiziario online dell&#039;Istituto Nazionale di Astrofisica</description>
	<lastBuildDate>Mon, 17 Jun 2013 15:48:42 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Cinque anni di Fermi</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 10:23:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/06/14/cinque-anni-di-fermi/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/06/682px-Main_fermi_logo_HI-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="682px-Main_fermi_logo_HI" /></a>Il satellite della NASA Fermi, a cui partecipano ASI, INAF e INFN, compie cinque anni di operatività, con numeri che la dicono lunga sulle sue funzionalità e su quelle di uno strumento italiano, il LAT. In questo editoriale Patrizia Caraveo, Responsabile della missione Fermi per INAF, fa il punto della situazione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/06/08pd0901-m.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-36199" alt="08pd0901-m" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/06/08pd0901-m-227x340.jpg" width="227" height="340" /></a>Mentre festeggiamo il quinto anniversario del lancio della missione <b>GLAST</b>, ribattezzata <b>Fermi</b> poche settimane dopo, il conteggio dei trigger registrati dal <b>Large Area Telescope</b> sta per toccare quota 300 Miliardi. Lo <b>Instrument Science Operations Center</b> (ISOC) ha usato l’equivalente di  1200 anni di CPU per analizzare 2 Peta Byte di dati, mentre  altri 1700 anni sono stati utilizzati per le simulazioni MonteCarlo che ci permettono di capire a fondo il comportamento dello strumento.</p>
<p>Dai 300 Miliardi di trigger sono stati estratti poco meno di 1,8 Miliardi di eventi , 268 Milioni dei quali sono stati riconosciuti come fotoni gamma. Il resto è dovuto a particelle oppure si tratta di segnali confusi che vengono comunque conservati in un apposito database.</p>
<p>I dati di Fermi sono da subito pubblicamente disponibili e vengono utilizzati da una vasta comunità sparsa in tutto il mondo. Nel corso dei 5 anni di missione 1130 articoli hanno usato dati Fermi oppure hanno discusso e interpretato risultati ottenuti dalla missione Fermi. Dal momento che  “solo” 230 articoli sono direttamente riconducibili a membri della Collaborazioni Fermi LAT, è immediato apprezzare quanto sia vasta la base degli utilizzatori.  Al oggi, i partecipanti al programma  Fermi Guest Observers della NASA sono 1260, ma si tratta per lo più di colleghi americani che ottengono finanziamenti attraverso questo canale. A loro vanno aggiunti i non americani che semplicemente scaricano i dati e li utilizzano, per esempio per preparare Tesi di laurea o di dottorato. Abbiamo contato più di 100 tesi basate sui  dati Fermi.</p>
<p>Tornando ai 230 articoli ufficiali della collaborazione Fermi, i tre più citati sono:</p>
<ul>
<li>la descrizione della missione,</li>
<li>la misura dello spettro degli elettroni e positroni,</li>
<li>il primo catalogo delle sorgenti gamma.</li>
</ul>
<p>Ovviamente la situazione è destinata ad evolvere nel tempo. Mentre l’articolo di descrizione dello strumento rimarrà un punto di riferimento, le misure dello spettro degli elettroni e positroni sono già state raffinate, cercando di usare il campo magnetico della terra per distinguere tra le due particelle, e il primo catalogo è stato sostituito dal secondo.</p>
<p>Come abbiamo già avuto modo di notare (vedi news <a href="http://www.media.inaf.it/2013/01/08/le-citazioni-di-fermi/" target="_blank">“Le citazioni di Fermi”</a>), il secondo  catalogo delle sorgenti Fermi LAT è stato l’articolo astronomico più citato tra tutti gli articoli pubblicati nel 2012. Ma anche lui non durerà a lungo, il terzo catalogo è già in preparazione. Allo stesso modo, fervono gli studi multilunghezze d’onda su un gran numero delle 1800 sorgenti gamma del secondo catalogo.  Il Pulsar Search Consortium tiene sotto controllo 700 pulsar radio, 80 dei quali emettono radiazione pulsata in gamma, mentre una vastissima comunità radio, ottica e X segue il <a href="http://www.media.inaf.it/2011/10/13/la-doppia-faccia-degli-agn/" target="_blank">comportamento di  un gran numero di galassie attive</a> , che sono caratterizzate da <a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/06/682px-Main_fermi_logo_HI.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-36200" alt="682px-Main_fermi_logo_HI" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/06/682px-Main_fermi_logo_HI-340x299.jpg" width="340" height="299" /></a>emissione molto variabile.</p>
<p>Il Gamma-Ray Burst Monitor, il secondo strumento a bordo della missione Fermi. ha rivelato 1151 Lampi gamma, 370 lampi terrestri, 522 brillamenti solari e 192 sorgenti  variabili, per lo più collegate alla classe delle magnetar, stelle di neutroni con fortissimo campo magnetico.</p>
<p>Dopo 5 anni la missione è in perfetta salute e, lavorando ininterrottamente, ha spazzolato il cielo per il 96% del tempo, dedicando il resto  a sorgenti particolarmente interessanti. Per esempio, il Sole durante momenti di grande <a href="http://www.media.inaf.it/2012/03/15/le-tempeste-solari-di-fermi/" target="_blank">attività</a>, la nebulosa del Granchio in occasione dei suoi famosi aumenti di <a href="http://www.media.inaf.it/2011/01/06/lunodue-di-agile-e-fermi/" target="_blank">emissione</a> , qualche galassia attiva straordinariamente <a href="http://www.media.inaf.it/2009/12/07/cs-44-09/" target="_blank">variabile</a>, alcuni lampi gamma particolarmente intensi, come l’evento del <a href="http://www.media.inaf.it/2013/05/06/cosi-luminoso-e-cosi-vicino/" target="_blank">27 aprile scorso</a>.<a href="http://www.media.inaf.it/2013/05/06/cosi-luminoso-e-cosi-vicino/"><br />
</a></p>
<p>Non avendo consumabili a bordo, Fermi può continuare la sua attività per molti anni. Considerando la qualità e la quantità dei risultati, difficilmente la NASA taglierà i finanziamenti alla missione.  Tuttavia, meglio non abbassare la guardia: il pericolo può venire da dove meno te lo aspetti. Il 3 aprile 2012 la missione Fermi ha dovuto effettuare una correzione di rotta per evitare il rischio di andarsi a scontrare contro un relitto sovietico in orbita. Il calcolo delle loro orbite aveva predetto che i due oggetti (che sono su orbite completamente diverse) si sarebbero trovati a passare esattamente nello stesso punto a meno di 30 msec l’uno dall’altro. Troppo poco per sentirsi al sicuro.</p>
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		<title>Bilancio positivo per la SAIt</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 09:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Buonanno *</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/05/17/bilancio-positivo-per-la-sait/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="90" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/logo-sait-150x142.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="logo sait" /></a>Ad una settimana dalla conclusione del 57* congresso della SAIt il Presidente della Società Astronomica Italiana tira le somme dei quattro giorni di confronto tenutisi  a Bologna. A Capaccioli e Setti la medaglia Pietro Tacchini]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_35258" class="wp-caption alignleft" style="width: 350px"><img class="size-medium wp-image-35258" alt="Il professor Massimo Capaccioli (a sinistra) mentre riceve la la medaglia “Pietro Tacchini” dal presidente della SAIt Roberto Buonanno (a destra)" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/05/capaccioli-01-340x254.jpg" width="340" height="254" /><p class="wp-caption-text">Il professor Massimo Capaccioli (a sinistra) riceve la medaglia “Pietro Tacchini” dal presidente della SAIt Roberto Buonanno (a destra)</p></div>
<p>Il 57° Congresso della SAIt, che si è svolto a Bologna dal 6 al 10 Maggio, ha visto la partecipazione di 250 fra astronomi professionisti, studenti e docenti.</p>
<p>Il titolo del Congresso “L’Astronomia Italiana verso Horizon 2020” individuava i temi da discutere: lo stato della Ricerca in Astrofisica in Italia, le sue prospettive e, infine, il rapporto fra la Ricerca, la Didattica e la Divulgazione.</p>
<p>Il programma europeo Horizon 2020, in particolare, prospetta un cambiamento profondo del rapporto che deve esistere fra Ricerca e Società. In questo campo Horizon 2020 assegna ai Ricercatori non  tanto (o, non solo) il compito di informare l’opinione pubblica sui risultati che essi ottengono nella loro attività ma, piuttosto,  la missione di elevare la qualità della richiesta culturale che da quella proviene.</p>
<p>Le affollate sessioni parallele sulla didattica e sulla divulgazione hanno mostrato l’interesse della comunità astronomica a discutere di queste tematiche.</p>
<p>Di Didattica e Formazione, da un lato, e di Comunicazione, dall’altro,  si è discusso anche in sessioni plenarie facendo emergere i rapporti che su questi temi legano il mondo universitario e scolastico con quello della Ricerca.</p>
<p>Le relazioni scientifiche hanno riguardato tutte le attività nelle quali è impegnata la comunità italiana. Sono stati presentati sia i programmi maturi che quelli in sviluppo. Per le missioni spaziali ampio spazio è stato dato a GAIA, Planck, Herschel, Bepi Colombo, CHEOPS, Solar Orbiter, Euclid, JUICE, per i progetti a terra ci sono stati interessanti aggiornamenti su VST, TNG, LBT, Strumenti di VLT, ALMA, SKA, SRT e CTA/ASTRI.</p>
<p>Sono da segnalare le sessioni Astro-Fit e INAF-Highlights che hanno messo in luce un gruppo di giovani astronomi che rappresentano lo spaccato di una vasta platea di giovani ricercatori di valore.</p>
<p>E’ da evidenziare l’intervento di apertura in sostegno della ricostruzione della “Città della Scienza” di Napoli e quello su “SETI: Search for Extra-Terrestrial Intelligence”. Molto seguite sono state le due conferenze pubbliche, una di Massimo Capaccioli e l’altra di Nanni Bignami.</p>
<p>A conclusione del Congresso il Presidente Bignami ha delineato lo stato e le prospettive dell’INAf mettendo in luce in particolare il ruolo che l’Istituto ha avuto per il definitivo avvio dei progetti EELT, SKA, CTA/ASTRI.</p>
<p>Sono convinto che l’ottima intesa che già esiste con l’INAF può svilupparsi con la collaborazione nella attuazione delle tradizionali scuole della SAIt con il supporto delle Sezioni della Sait che sono diffuse in molte Regioni italiane. Per non subire gli effetti di scelte politiche poco attente alle necessità specifiche della Ricerca, l’Astrofisica in Italia deve dotarsi di una strategia di lunghissimo respiro. Questa strategia è stata indicata dal Congresso di Bologna e si basa sui grandi progetti dell’astrofisica e il loro patrimonio di dati. Utilizzando questa miniera di risorse disponibili per la didattica, i professionisti possono far sì che gli studenti e gli appassionati si trasformino in ambasciatori della Astrofisica in Italia, creando –nei tempi lunghi- una opinione pubblica favorevole al finanziamento della Ricerca.</p>
<p>E vorrei concludere ricordando come la SAIt abbia voluto celebrare il contributo all&#8217;astronomia a due protagonisti come Massimo Capaccioli e Giancarlo Setti, insigniti con la massima onoreficenza della Società, la medaglia “Pietro Tacchini”.</p>
<p><em>* Presidente SAIt</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>La rivincita dell&#8217;epopea sovietica</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 06:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Bignami*</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/04/16/la-rivincita-dellepopea-sovietica/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/iow85-b-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="Confronto tra le immagini e gli schizzi dei pezzi di Mars3 identificati da Vitaliy. Dall&#039;alto: il lander, il retrorazzo, lo scudo termico e infine il paracadute solo parzialmente aperto. Crediti: NASA / JPL / UA / Vitaliy Egorov" /></a>La NASA scopre che l'Unione Sovietica aveva ragione, come su Luna e Venere anche su Marte arrivarono per primi. A scoprirlo la sonda americana, MRO. Pubblichiamo l'editoriale di Giovanni Bignami che appare oggi sul quotidiano La Stampa]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_34102" class="wp-caption alignleft" style="width: 142px"><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/iow85-b.jpg"><img class="size-medium wp-image-34102" alt="Confronto tra le immagini e gli schizzi dei pezzi di Mars3 identificati da Vitaliy. Dall'alto: il lander, il retrorazzo, lo scudo termico e infine il paracadute solo parzialmente aperto. Crediti: NASA / JPL / UA / Vitaliy Egorov " src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/iow85-b-132x340.jpg" width="132" height="340" /></a><p class="wp-caption-text">Confronto tra le immagini e gli schizzi dei pezzi di Mars3 identificati da Vitaliy. Dall&#8217;alto: il lander, il retrorazzo, lo scudo termico e infine il paracadute solo parzialmente aperto. Crediti: NASA / JPL / UA / Vitaliy Egorov</p></div>
<p>Era tutto vero: i compagni sovietici di ieri furono i primi ad atterrare su Marte, nel lontano 1971. Ce lo dicono, con simpatico entusiasmo, proprio gli scienziati americani di oggi, analizzando le foto ad alta risoluzione prese dall’orbita marziana con la sonda NASA <strong>Mars Reconnaisance Orbiter</strong>.</p>
<p>Nel punto sulla superficie dove i russi avevano detto (alquanto non creduti) di essere atterrati, si vedono abbastanza bene la vecchia sonda <strong>Mars 3</strong> e i suoi retrorazzi, necessari per un atterraggio morbido, e ancora meglio si vede il paracadute, una macchia bianca larga 8 metri. La eccezionale risoluzione (25 cm) della camera su MRO non lascia dubbi. Anzi, confrontando due immagini del 2007 e del 2013 si vede bene che il vento ha spazzato un po’ delle rosse sabbie marziane (quelle di Ray Bradbury, per intenderci) che stavano parzialmente ricoprendo  la stoffa bianca <i>made in USSR</i>.</p>
<p>Dopo il primo “allunaggio” morbido, cioè controllato, nel 1966, quando per la prima volta un oggetto fatto dall’uomo si posò dolcemente su di una superficie extraterrestre, i sovietici erano anche stati i primi ad atterrare su Venere, nel 1970, al settimo tentativo. Grazie alla scuola di <strong>Serghiei Karaliov</strong> e di <strong>Roald Sagdeev</strong>, che furono gli artefici scientifici, tecnici e politici delle imprese planetarie, i russi in cinque anni avevano conquistato con le loro sonde, rozze ma efficaci, i tre corpi celesti più vicini alla Terra. Negli stessi anni, naturalmente, avevano perso, ma non per molto, la più spettacolare corsa al primo uomo sulla Luna, vinta dagli USA nel 1969.</p>
<p>Mezzo secolo dopo, anche per i resti delle missioni Apollo sulla superficie lunare è venuto il momento di passare alla storia, fotografati in dettaglio fino alle impronte dei <i>moon boots</i>, dalle moderne camere delle sonde in orbita lunare bassa. Alla faccia dei dietrologi che pensavano che Apollo fosse un film girato su un set in Arizona… E ora la stessa cosa si ripete con la prima sonda russa su Marte, mille volte più lontano della Luna. Ma anche se La Stampa, nel dicembre 1971, aveva dato bene la notizia dell’atterraggio di Mars 3, tutti ci eravamo dimenticati del suo primato. Per l’ottima ragione che la sonda funzionò per 14 secondi, e poi smise di trasmettere. Forse era atterrata male, finita contro un sasso, chissà. Certo, allora qualcuno pensò che i marziani l’avessero subito spenta…forse gli stessi che oggi diranno che la macchia bianca non è un paracadute ma un ombrellone per pallidi omini verdi in vacanza.</p>
<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/lastampa16apr.doc">L&#8217;editoriale di Giovanni Bignami su La Stampa</a></p>
<p>* <em>Presidente INAF e COSPAR</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Care, vecchie stelle</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 15:37:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Buonanno</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/04/05/care-vecchie-stelle/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/cover_Cassisi-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="cover_Cassisi" /></a>Old Stellar Populations: how to study the fossil record of galaxy formation è il titolo del libro realizzato da due astrofisici italiani, nati alla scuola astronomica teramo-romana. Il volume, edito da Wiley-VCH, L'opera, che si rivolge a studenti studenti universitari e a ricercatori, anche non specialisti nel campo, è recensita per l'occasione da Roberto Buonanno, Presidente della Società Astronomica Italiana e Direttore dell'INAF - Osservatorio Astronomico di Teramo ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/cover_Cassisi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-33944" alt="cover_Cassisi" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/04/cover_Cassisi-241x340.jpg" width="241" height="340" /></a>Questo libro presenta lo stato aggiornato degli studi di evoluzione stellare con particolare riguardo alle stelle di piccola massa.</p>
<p>L’opera, che si rivolge a studenti universitari e a ricercatori, anche non specialisti nel campo,  costituisce l&#8217;ideale continuazione del precedente volume  &#8221;<b>Evolution of Stars and Stellar Populations</b>&#8220;, che è già stato adottato come libro di testo in molti corsi di Evoluzione stellare e Popolazioni stellari in Europa e in America. Da un punto di vista tecnico il libro fornisce una descrizione accurata  dei vari processi fisici che operano all’interno delle stelle di piccola massa, con particolare attenzione alla discussione degli effetti sulle proprietà osservabili di queste stelle.</p>
<p>Si tratta di un’opera particolarmente tempestiva in quanto permette di addentrarsi nello studio di alcune delle più recenti scoperte che hanno rivoluzionato il quadro storico della evoluzione stellare.</p>
<p>In effetti, lo studio dei processi di formazione ed evoluzione delle popolazioni stellari antiche, popolate da stelle di piccola massa, rappresenta da sempre uno degli argomenti di punta della ricerca astrofisica perché queste stelle sono la chiave per comprendere i meccanismi della formazione e della evoluzione della galassie nell&#8217;Universo. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, grazie alla disponibilità di una nuova classe di telescopi, sia da terra che dallo spazio, e alla innovativa strumentazione di piano focale, come gli spettroscopi multi-fibra, è stato rivoluzionato il quadro evolutivo che sembrava stabilizzato.</p>
<p>Un caso particolarmente illuminante è rappresentato dalla scoperta di popolazioni stellari multiple negli ammassi globulari galattici. Una scoperta che ha completamente stravolto la comune nozione che identificava gli <b>Ammassi Globulari</b> con le &#8220;<i>Popolazioni Stellari Semplici</i>&#8220;. Questo risultato ha evidenti conseguenze sull&#8217;uso dei modelli di sintesi di popolazione per lo studio delle popolazioni stellari non risolte delle galassie lontane.</p>
<p>Nello stesso tempo, la possibilità di osservare -con un&#8217;accuratezza impensabile fino a pochi anni fa- le proprietà delle stelle di piccola massa in ammassi stellari e nel campo della Galassia, ha mostrato chiare evidenze di processi fisici, come la levitazione, la rotazione, la presenza di campi magnetici, solitamente ignorati sia nel calcolo dei modelli evolutivi stellari sia nell&#8217;interpretazione delle evidenze osservative raccolte.</p>
<p>Questo libro va a riempire la gap fra i libri di evoluzione stellare classica e i nuovi risultati qui indicati ed è quindi una lettura fondamentale sia per un pubblico specialista che ha l’opportunità di ricavarne una visione organica della ricerca recente che per la comunità interessata a conoscere in maniera non-superficiale gli sviluppi in questo campo.</p>
<p>Gli autori sono due dei ricercatori più conosciuti nel campo dell&#8217;Astrofisica Stellare. <i>Santi Cassisi</i> è Primo Ricercatore dell&#8217;INAF &#8211; Osservatorio Astronomico di Teramo, mentre <i>Maurizio Salaris</i> è Professor  of Stellar Astrophysics alla <b>Liverpool John Moores University</b> e ambedue provengono dalla scuola Teramo-Romana di evoluzione stellare.</p>
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		<title>Ricostruire per un&#8217;Italia diversa</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 13:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigi Berlinguer*</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/03/05/ricostruire-per-unitalia-diversa/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/03/citta-della-scienza-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="citta-della-scienza" /></a>Il Presidente del Comitato per lo Sviluppo della Cultura Scientifica e Tecnologica del MIUR, Luigi Berlinguer, membro della commissione cultura del Parlamento Europeo, nel ricordare il rogo che ha distrutto Città della Scienza, richiama ad una solidarietà e una ricostruzione che promuovano, come ricordato dal capo dello Stato, un'idea di paese diversa, basata sulla formazione, sulla cultura e sull'investimento nella ricerca.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/03/citta-della-scienza.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-33057" alt="citta-della-scienza" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/03/citta-della-scienza.jpg" width="300" height="200" /></a>La Città della Scienza nasce in un luogo simbolo, nell’ex area industriale di Bagnoli. Colpita dalla crisi industriale di fine anni ’80, è stata fatta rinascere grazie all’inventiva e all’impegno di un uomo, Vittorio Silvestrini che ha creato la fondazione IDIS a cui si deve la Città della Scienza. È stata la dimostrazione di come da un’area depressa possa rinascere una realtà vivace nel segno della cultura, in particolare della cultura scientifica. L’idea è nata ai primi anni ’90 e divenuta realtà all’inizio del 2001. Ha così rappresentato uno dei modelli su cui Napoli è cresciuta e si è sviluppata.</p>
<p>Ma soprattutto è stata un luogo che ha fatto della diffusione della cultura scientifica e della formazione dei tanti ragazzi (decine, migliaia, centinaia di migliaia) che hanno attraversato le sale di questa splendida realtà, il principale scopo della propria attività. E che, dicono quanti ci lavorano, resterà tale, perché non si fermeranno. In un paese in cui la cultura scientifica è soffocata dall&#8217;imperante cultura cosiddetta umanistica (come se questa distinzione avesse senso), la Fondazione IDIS e la sua Città della Scienza sono stati modello ispiratore anche per altre importante realtà, come il Festival della Scienza di Genova o Bergamoscienza, realtà nate anch’esse all’inizio degli anni 2000.</p>
<p>Il rogo di questa notte, però, piaga un’istituzione che negli ultimi tempi, colpevole la crisi e un più generale disinteresse per la cultura, riusciva ad andare avanti prevalentemente grazie all’impegno dei molti che si sono dedicati a questo progetto divenuto realtà. È ora il momento non solo della solidarietà, come da più parti del mondo scientifico e della divulgazione scientifica si è chiesto, ma anche del rilancio di un’idea di paese che sembra essersi smarrita. Come ha giustamente sottolineato il Presidente Napolitano, bisogna rimettere al primo posto dell’agenda Italia l’educazione, la diffusione della cultura, l&#8217;investimento nella ricerca.</p>
<p><strong><em>* Presidente del Comitato per lo Sviluppo della Cultura Scientifica e Tecnologica del MIUR</em></strong></p>
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		<title>Un brillante ping pong</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2013 19:00:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/02/14/un-brillante-ping-pong/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/02/W44_AGILE_new_model_new-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="W44_AGILE_new_model_new" /></a>Il satellite della NASA Fermi ha confermato e arricchito quanto rilevato dal satellite AGILE: l'universo è pieno di acceleratori cosmici. In questo articolo Patrizia Caraveo spiega l'idea del grande fisico italiano che ha permesso di arrivare a questo risultato, e quanto c'è ancora da capire   ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/02/W44.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-32483" alt="W44" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/02/W44-340x220.jpg" width="340" height="220" /></a>Da giusto un secolo sappiamo che la Terra è costantemente sottoposta ad una doccia di raggi cosmici. Si tratta di particelle di altissima energia, per lo più protoni, che ci piovono addosso da ogni direzione. Difficile dire da dove vengano perché il debole campo magnetico che pervade la nostra galassia è sufficiente per curvare la loro traiettoria rendendo impossibile ricostruire la loro direzione di origine. Non resta che procedere a ritroso cercando di capire quali condizioni fisiche siano necessarie per accelerare particelle ad energie così alte (anche superiori a quelle raggiungibili dagli acceleratori del CERN).</p>
<p>L’idea brillante venne ad Enrico Fermi che propose un meccanismo tipo ping pong per aumentare la velocità (quindi l’energia cinetica) delle particelle grazie a rimbalzi su strutture in movimento nel mezzo interstellare. Ovviamente le particelle non rimbalzano contro un muro ma interagiscono con una struttura, tipicamente un filamento,  caratterizzata da densità maggiore di quella dell’ambiente circostante, quindi da un campo magnetico più elevato. E’ il campo magnetico che devia la traiettoria delle particelle ridistribuendole in tutte le direzioni. Le particelle che rimangono intrappolate nel campo magnetico del filamento, ad ogni rimbalzo acquistano un po’ di energia a spese del moto del  filamento… e vengono accelerate.</p>
<p>Le strutture in movimento più spettacolari che conosciamo sono i resti di supernova, quindi l’identikit delle possibili sorgenti di raggi è presto fatto: gli oggetti celesti ideali per accelerare i raggi cosmici sono i resti delle esplosioni di supernova.  L’astronomia X, grazie alle osservazioni di Chandra ed XMM-Newton, ci ha fornito prove convincenti che i resti di supernova emettono radiazione di sincrotrone prodotta da elettroni accelerati che interagiscono con il campo magnetico dei filamenti in movimento. E’ un buon inizio, ma non basta.</p>
<p>Noi sappiamo che la maggioranza dei raggi cosmici sono protoni e quello che cerchiamo è la prova della presenza di protoni accelerati. Peccato che i protoni siano più difficili da rivelare degli elettroni. Non emettono sincrotrone (i campi magnetici dei resti di supernova fanno il solletico ai protoni)  e l’unico modo che abbiamo di indovinare la presenza di protoni accelerati è attraverso i prodotti della loro interazione con il mezzo interstellare. Quando un protone dei raggi cosmici colpisce un protone del mezzo interstellare vengono generate diverse particelle, una delle quali, il pione neutro, decade immediatamente in due raggi gamma di alta energia.  Se questi fotoni, che vengono emessi in tutte le direzioni, viaggiano in direzione della Terra hanno una certa probabilità  di essere registrati dai telescopi gamma che operano in orbita terrestre: <b>Agile</b>, della Agenzia Spaziale Italiana, e <b>Fermi </b>della NASA (con una importante partecipazione italiana) . Dal momento che i raggi gamma si propagano in linea retta, possiamo capire da dove vengono. E’ in questo modo che l’astronomia gamma può partecipare da protagonista alla caccia alle sorgenti dei raggi cosmici.</p>
<p>Basta puntare Agile e Fermi verso un resto di supernova per avere la prova dell’accelerazione dei raggi cosmici?  Non è così semplice. Oltre ai protoni accelerati ci vogliono dei protoni bersaglio, quindi non basta guardare un bel resto di supernova, occorre selezionare un resto che si stia espandendo contro una nube interstellare. Per di più, i resti non devono essere troppo giovani per evitare un contributo troppo importante da parte dei sempre presenti elettroni, che sono anche capaci di produrre raggi gamma con un meccanismo che i fisici chiamano <i>Compton</i> inverso. Questo restringe la scelta a un numero esiguo di oggetti. I più promettenti sono noti come <b>IC443</b> nell’anticentro della nostra galassia, più o meno a metà strada tra la nebulosa del <b>Granchio</b> e <b>Geminga</b>, e <b>W44</b> immerso nel piano della nostra galassia. Entrambi sono stati studiati in dettaglio da Agile e Fermi e i risultati concordano nel mostrare la firma della presenza di protoni accelerati. Entrambi sono rivelati come sorgenti estese e la forma vista in gamma è compatibile con quella tracciata sulla base dei dati radio. Non è la forma del resto di supernova che ci mostra i protoni bensì lo spettro. E’ lì che si può trovare la prova che i raggi gamma sono stati prodotti dall’interazione dei protoni dei raggi cosmici con i protoni del mezzo interstellare.</p>
<p>Il pione neutro, quando decade, dà origine a due raggi gamma che ereditano sia la sua energia di massa, sia la sua energia cinetica. La massa del p<sup>0</sup> è 135 MeV, quindi i due gamma possono contare su una eredità di massa di poco meno di 70 MeV ciascuno oltre all’energia cinetica della particella originale. I gamma prodotti dall’interazioni tra protoni accelerati e protoni bersaglio hanno una firma spettrale ben precisa e inconfondibile:  un bump intorno ai 100 MeV. E’ questo che è stato visto prima da Agile e adesso da Fermi, che pubblica su Science il grafico cumulativo dei dati gamma disponibili per W44 (vedi figura in alto).</p>
<p>Nel frattempo, Agile ha accumulato più dati e lo spettro (che Marco Tavani ha fornito in anteprima) ha una gobba ancora più pronunciata (figura a destra).<a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/02/W44_AGILE_new_model_new.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-32482" alt="W44_AGILE_new_model_new" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/02/W44_AGILE_new_model_new-340x238.jpg" width="340" height="238" /></a></p>
<p>E’ la fine del mistero? Solo in parte. Grazie ad Agile e a Fermi adesso sappiamo dove vengono accelerati i raggi cosmici che ci piovono addosso continuamente, non sappiamo ancora in dettaglio come ciò avvenga.</p>
<p><iframe width="500" height="281" src="http://www.youtube.com/embed/1xI5DMK3AtY?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>UAI e INAF insieme per l&#8217;astronomia</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2013 12:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emilio Sassone Corsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/02/08/uai-e-inaf-insieme-per-lastronomia/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/130122112439-large-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="Crediti: ESA/Hubble &amp; NASA" /></a>Il rapporto tra astronomi e astrofili, nel nostro paese, non è sempre stato idilliaco. Da una parte la "diffidenza" dei professionisti e dall'altro l'eccesso di "protagonismo" dei dilettanti. Una contrapposizione che, come dimostrato all'estero, non ha ragione di essere, al contrario una collaborazione non può che far bene alla divulgazione dell'astronomia. L'opinione di Emilio Sassone Corsi]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_31787" class="wp-caption alignleft" style="width: 339px"><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/130122112439-large.jpg"><img class="size-medium wp-image-31787" alt="Crediti: ESA/Hubble &amp; NASA" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/130122112439-large-329x340.jpg" width="329" height="340" /></a><p class="wp-caption-text">Crediti: ESA/Hubble &amp; NASA</p></div>
<p>È stata recentemente firmata una convenzione tra l’INAF e l’Unione Astrofili Italiani (UAI – www.uai.it) che stabilisce un rapporto strutturato tra l’Istituto che in Italia sovrintende al coordinamento delle attività di ricerca in Astrofisica e l’Associazione nazionale che coordina il rapporto tra tutti gli appassionati di Astronomia. Questa convenzione, fortemente voluta dagli amici Giovanni Bignami e Mario Di Sora, rispettivamente presidenti dell’INAF e dell’UAI, è un primo fondamentale passo per entrare in un clima di collaborazione più stretta sui temi della divulgazione, della didattica e, perché no, della ricerca.</p>
<p>Per anni in Italia la situazione dei rapporti tra Astronomi e Astrofili è stata molto diversa e c’è stata di frequente una contrapposizione: gli Astrofili scimmiottavano gli Astronomi pensando di poter fare ricerche di pari livello scientifico e li criticavano perché spesso erano poco attivi sul fronte della divulgazione o della lotta all’inquinamento luminoso. Gli Astronomi, d’altro canto, consideravano gli Astrofili un fastidio, una perdita di tempo e, spesso, persone non sufficientemente preparate per parlare di questioni di Scienza.</p>
<p>Questa contrapposizione si è verificata purtroppo quasi esclusivamente in Italia: in altri Paesi europei e nordamericani i rapporti tra Astrofili e Astronomi sono sempre stati di assoluta collaborazione. Personalmente ricordo un episodio avvenuto nel lontano 1977 quando mio fratello Paolo ed io fummo ospitati per due mesi all’Osservatorio di Parigi-Meudon per realizzare delle misure sulle fotografie di Saturno lì custodite. Il Prof. Audouin Dollfus, famoso planetologo, fu ben lieto di ospitarci e di pagarci i biglietti di aereo per realizzare questa ricerca… ed eravamo poco più che ventenni&#8230;</p>
<p>È bene anche tener presente che alcuni dei più grandi Astronomi del passato erano in realtà Astrofili, a partire da William Herschel nel ’700, scopritore di Urano, che era in realtà un musicista di oboe e violino; Percival Lowell nell’800, fondatore del Lowell Observatory e grande osservatore di Marte, era un facoltoso industriale; Edwin Hubble nel ’900, scopritore dell’espansione dell’Universo, era in realtà un avvocato che, solo successivamente, si è laureato in Astronomia.  Ciò a dimostrazione che non c’è mai stata una linea di demarcazione netta tra professionisti e amatori in questo settore.  Perché l’Astronomia è una delle pochissime discipline scientifiche che ha una <i>barriera all’ingresso</i> molto bassa e con piccoli strumenti si riescono, anche oggi, a fare delle osservazioni interessanti.  Per non parlare delle straordinarie opportunità in termini di didattica e divulgazione che l’Astronomia offre e che richiedono competenze integrate degli Astronomi e degli Astrofili per riuscire a funzionare bene ed essere davvero attrattive per gli studenti e per il pubblico.</p>
<p>Una indagine fatta recentemente dall’UAI  ha fatto scoprire un mondo del volontariato culturale astrofilo fortemente diffuso. Di associazioni di Astrofili stabilmente operative se ne contano ben oltre quattrocento: ogni provincia italiana ha almeno una, e spesso anche due o tre associazioni astrofile attive sul proprio territorio.</p>
<p>Quasi un’associazione su quattro, poi, utilizza o gestisce un Osservatorio Astronomico e/o un Planetario, spesso di dimensioni e potenzialità scientifiche interessanti.</p>
<p>Questo piccolo <i>esercito di volontari per la scienza</i> svolge un ruolo fondamentale nell’opera di promozione e diffusione della cultura scientifica, fatta attraverso l’Astronomia che, come sappiamo tutti, tra tutte le discipline scientifiche ha una <i>vocazione naturale</i> per la divulgazione e la didattica della scienza, lasciando altresì ampi spazi all’azione della stessa ricerca amatoriale.</p>
<p>Ciò è tanto più vero in quei territori di provincia lontani dalle grandi città, che non ospitano Enti o Istituti di Ricerca. E d’altra parte, anche laddove questi Enti esistono, il personale che può dedicarsi stabilmente alle attività di <i>outreach </i>– specie in momenti in cui si <i>razionalizzano </i>personale e budget – non arriva in tutta Italia a qualche decina di persone.</p>
<p>La complementarietà tra INAF e UAI è quindi molto marcata e la convenzione INAF-UAI potrà sviluppare, finalmente, un nuovo rapporto tra le organizzazioni nazionali.  Per far funzionare la collaborazione occorrerà un coinvolgimento del livello locale, attraverso tutti gli Osservatori e Istituti INAF sul territorio e le tante Associazioni di Astrofili locali legate all’UAI, per riuscire ad organizzare iniziative congiunte nel comune interesse della massima visibilità dell’Astronomia tra la gente, nelle scuole, sui media.</p>
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		<title>Una domenica particolare</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 15:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Gagliano*</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/01/22/una-domenica-particolare/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/astrokids-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="astrokids" /></a>Aldo Gagliano di TvSpace ci racconta una delle domeniche della Feltrinelli nel capoluogo siciliano dedicate ai ragazzi e all'astronomia. Un successo di partecipazione che gli fa dire: "Ogni tanto qualcosa funziona"]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/astrokids.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-31760" alt="astrokids" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/astrokids-340x226.jpg" width="340" height="226" /></a>La domenica a Palermo è una giornata un po’ particolare, soprattutto nelle belle giornate di Sole che per fortuna non mancano. Ma tra le tante opportunità che offre questa bella città artisticamente divisa, prima, tra la conquista araba e la riconquista normanna e influenzata, poi, dalla restaurazione imperiale dell’Europa post-napoleonica, vi sono anche gli appuntamenti domenicali alla Feltrinelli, chiamati <b>Astrokids</b>.</p>
<p>Incontri con bambini da 4 a 11 anni che l&#8217;<b>INAF- Osservatorio Astronomico di Palermo</b> organizza ormai da tempo, rendendoli un appuntamento periodico, durante i quali le menti vivide e curiose dei nostri ragazzi cercano di nutrire i loro cervelli, stimolati saggiamente dai loro genitori, con le vitamine e le proteine della conoscenza.</p>
<p>Un successo tale che non solo è diventato un appuntamento fisso (o quasi) delle domeniche palermitane tanto che lo spazio offerto dalla libreria Feltrinelli appare non più sufficiente. Nell’ultima edizione ho potuto assistere alla proiezione di un cartone animato sul Sistema Solare, realizzato dall’<strong>INAF – Osservatorio Astronomico di Capodimonte</strong> e dalla <strong>Tilapia Studios</strong>, che hanno inventato due avatar, un elefante, Giga e un topolino, Stick, per condurre i giovanissimi spettatori alla scoperta della nostra stella e dei pianeti che le orbitano attorno.</p>
<p>Tutto questo per sottolineare il mio plauso e, credo, dei tanti fruitori di queste iniziative ad un Istituto che da molti anni dedica tempo e risorse alla divulgazione astronomica, con un occhio di riguardo ai bambini. Per chi come il sottoscritto ebbe a conoscere (molti anni fa) la chiusura &#8220;mentale&#8221; sul valore della divulgazione di scienziati che, contraddicendo Galileo Galilei, il padre dell’astronomia moderna,  si crogiolavano dell’appartenenza alla loro casta di &#8220;addetti ai lavori&#8221;, vedere come sono cambiate le cose è una soddisfazione.</p>
<p>Penso che l&#8217;<strong>INAF</strong> e il <strong>CNR</strong> (anche se quest’ultimo si è mosso con più lentezza e lamenta qualche ritardo) stiano operando rapportandosi agli alti standard di divulgazione scientifica che si possono trovare in <strong>NASA</strong>.</p>
<p>Certo con (molti) meno fondi ma una marcia in più: l&#8217;inventiva! Conosco bene i &#8220;miracoli&#8221; che si devono fare (almeno, posso parlare per la mia città) per far quadrare il bilancio con quei quattro soldi che solitamente la politica assegna a  questi Enti. E proprio per questa ragione l&#8217;applauso è doppio e corale. &#8220;Se i soldi non ci sono, c&#8217;inventiamo qualche altra cosa&#8230;&#8221;. Bene. Ogni tanto, una cosa che funziona.</p>
<p><strong><em>*TvSpace</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I quasar radio-quieti di Braccesi</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2013 15:13:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luigina Ferretti e Giovanni Zamorani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/01/16/i-quasar-radio-quieti-di-braccesi/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/Braccesi-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="Braccesi" /></a>Alessandro Braccesi è stato uno dei pionieri della radioastronomia e astronomia italiana. Grazie a lui la stazione di Medicina, e più in generale la radioastronomia italiana,  ha acquisito rilevanza internazionale con la produzione dei cataloghi di radiosorgenti “di Bologna” B2 e B3. ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/Braccesi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-31543" alt="Braccesi" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/Braccesi-340x311.jpg" width="340" height="311" /></a>Giovedì 10 gennaio è morto, all’età di 75 anni, Alessandro Braccesi, già professore ordinario presso il Dipartimento di Astronomia dell’Università di Bologna. Alessandro è stato uno dei pionieri della radioastronomia e astronomia italiana ed era conosciuto e molto stimato  internazionalmente per i suoi studi sui quasar radio-quieti.</p>
<p>Faceva parte del team di scienziati e docenti dell’Ateneo bolognese che, assieme al Prof. Marcello Ceccarelli, intuirono l’importanza di realizzare il Radiotelescopio “Croce del Nord” di Medicina (Bologna). Questo strumento è stato il primo grande progetto della radioastronomia italiana, ed è stato utilizzato  per rivelare radiosorgenti extragalattiche  e derivare, dalla loro distribuzione, informazioni sul modello di Universo. La stazione di Medicina, e più in generale la radioastronomia italiana,  ha acquisito rilevanza internazionale con la produzione dei cataloghi di radiosorgenti “di Bologna” B2 e B3.</p>
<p>Successivamente, Alessandro si è dedicato a tecnologie nell’astronomia ottica, contribuendo  in modo fondamentale alla costruzione del Telescopio di Loiano.   Anche in questo caso, la sua idea di dotarlo di una camera ottica a grandissimo campo e ad alta risoluzione spaziale ha consentito di conseguire importanti risultati competitivi con quelli di telescopi internazionali di dimensioni ben maggiori, come ad  esempio, nello studio della galassia di Andromeda, compagna della Via Lattea.</p>
<p>I lavori di Alessandro negli anni ’60 sulla selezione in colore dei quasar sono stati alla base di decine e decine di articoli successivi.  I quasar erano appena stati scoperti come controparti ottiche di forti radio-sorgenti; si cominciava a capire che questi oggetti erano molto blu nell’ ultravioletto, ma bisognava  trovare un modo per distinguerli da stelle con colori u-b simili.  A quel punto Alessandro ebbe una “piccola grande idea” :  le differenze fra lo spettro termico delle stelle e quello non-termico dei quasar si sarebbero dovute vedere nei colori nel vicino infrarosso per oggetti con colori simili nell’ ultravioletto.  Quando menzionò questa sua idea ad Allan  Sandage, con cui lavorava allora negli Stati Uniti, Sandage  immediatamente realizzò la bellezza, nella sua semplicità, di quell’idea, concludendo  che “<i>avrebbe dovuto spararsi per non averci pensato prima lui stesso</i>”.  Prese il telefono e immediatamente prenotò un “run” di tre notti al Palomar per Alessandro. Altri tempi… Così nacque il campione di quasar radio-quieti di Braccesi  che per tanti anni fu il migliore e meglio studiato campione di quasar di questo tipo.</p>
<p>Uomo di grande cultura interdisciplinare e curiosità scientifica, Alessandro ha lasciato un contributo importante, anche nel campo della storia dell’astronomia e della fisica, con i suoi libri, sempre mirati, secondo il suo stile, a formare il lettore attraverso un rigoroso percorso storico aperto fino agli sviluppi più recenti.  Un lascito quindi che dovrebbe  far parte del corredo di ogni  studioso e appassionato di astrofisica.</p>
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		<title>L&#8217;era dei pulsar gamma</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2013 09:45:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.media.inaf.it/2013/01/12/lera-dei-pulsar-gamma/"><img align="left" hspace="5" width="96" height="96" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/tavani-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="tavani" /></a>Mentre si svolgeva la cerimonia di consegna del premio Bruno Rossi 2012 che è stato assegnato a Marco Tavani e ad Agile, si selezionavano i nuovi vincitori: Alice Harding e Roger Romani per i loro contributi alla comprensione teorica dei pulsar gamma.]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-31456 alignleft" alt="tavani" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/tavani-340x255.jpg" width="340" height="255" /></p>
<p>Mentre al meeting della American Astronomical Society di Long Beach Marco Tavani riceveva il Premio Bruno Rossi 2012 per gli straordinari risultati di Agile, che hanno portato alla scoperta della variabilità dell’emissione gamma del pulsar del Granchio, il comitato di selezione della High Energy Division della AAS assegnava il prossimo premio Bruno Rossi ad Alice Harding e Roger Romani per i loro contributi alla comprensione teorica dei pulsar gamma scoperti dal Large Area Telescope a bordo della missione Fermi.</p>
<p>I pulsar gamma sono responsabili di poco più del 5% delle circa 1800 sorgenti gamma rivelate dal telescopio Fermi ma hanno rappresentato una continua sorpresa sia dal punta di vista individuale, sia considerati nel loro insieme. Mentre, all’inizio della missione Fermi, i pulsar con emissione gamma erano meno di 10, adesso hanno abbondantemente superato il centinaio. Ma non è solo la crescita numerica a stupire gli astrofisici, la composizione della famiglia dei pulsar gamma ha colto tutti di sorpresa. I circa 120 pulsar di Fermi sono divisi in tre gruppi di uguale consistenza numerica. Da un lato i classici pulsar con emissione radio e rivelati anche come pulsatori gamma, dall’altro i pulsar senza emissione radio (ma indistinguibili dai precedenti nel loro comportamento in gamma) infine la vera sorpresa, i pulsar velocissimi che nessuno (ma proprio nessuno) si aspettava potessero emettere in gamma. Fermi si è rivelato un eccezionale cacciatore di pulsar superveloci: ne sono stati scoperti decine in corrispondenza di sorgenti Fermi senza una identificazione e una buona metà di questi campioni di velocità mostra di avere un segnale pulsato in gamma.</p>
<p>Dare una spiegazione coerente del comportamento di questa famiglia in così rapida crescita ha richiesto un notevole lavoro di interpretazione teorica, che è stato coordinato da Alice Harding e Roger Romani.</p>
<p>Alice Harding, da sempre al Goddard Space Center della NASA, ha dedicato tutta la sua carriera allo studio teorico delle stelle di neutroni. La cosa più pratica che l’ho vista fare è stato usare una stampante 3D per visualizzare le zone di emissione nella magnetosfera di una stella di neutroni. Roger Romani è invece un tipico prodotto dell’università di Stanford: eclettico e brillante. Nato come teorico, ha poi scoperto una vena osservativa caratterizzata da un approccio sempre originale. La sua ultima passione è la caccia alle vedove nere: sistemi binari formati da un pulsar velocissimo che consuma e fa evaporare la sua stella compagna.</p>
<p>Alice e Roger si sono fronteggiati per anni propugnando teorie diametralmente opposte per spiegare l’emissione gamma delle stelle di neutroni.  Alice sosteneva che i raggi gamma venissero dalle zone sopra i poli delle stelle di neutroni (verdi nell’immagine) mentre Roger era del parere che fossero prodotti lungo le linee di campo magnetico lontano dalla stelline (nelle zone rosa)</p>
<p>I dati Fermi li hanno convinti ad unire le forze e il lavoro di squadra ha decisamente migliorato la nostra comprensione di questi affascinanti oggetti celesti.<a href="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/pulsar-singhiozzo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-31358" alt="pulsar-singhiozzo" src="http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2013/01/pulsar-singhiozzo-340x191.jpg" width="340" height="191" /></a></p>
<p>Oltre all’amore per l’astronomia gamma, Marco Tavani, Alice Harding e Roger Romani hanno in comune un debole per i pulsar. A ben guardare, sono loro i veri vincitori dei premi Bruno Rossi 2012 e 2013.</p>
<p>Complimenti a Marco, Alice, Roger e ai pulsar, che non smettono mai di stupirci.</p>
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