I PIÙ ATTIVI SONO IN AFRICA E IN SUD AMERICA

Quell’amore degli astronomi per la divulgazione

Quando si tratta di incontrare il pubblico sono i primi a farsi avanti: quasi nove su dieci, mostrano i risultati di un’indagine pubblicata su Nature Astronomy, sono impegnati in attività divulgative – incontri dal vivo in testa. A spingerli, né premi né avanzamenti di carriera, ma solo la passione

La prima autrice dello studio, Marta Entradas , della London School of Economics and Political Science. Crediti: M. Entradas (Lse, Iscte-Iul)

Un po’ lo si era intuito da tempo. Non solo al pubblico piace l’astronomia, ma è vero anche l’inverso: agli astronomi piace il pubblico. Ora però arriva la conferma “scientifica”, diciamo. Sono infatti appena stati pubblicati su Nature Astronomy i risultati di un’indagine condotta su 2587 astronome e astronomi professionisti provenienti da tutto il mondo – quelli che hanno risposto a un questionario inviato, nel 2016, a circa 9000 membri dell’International Astronomical Union. Probabilmente è la prima volta che una comunità scientifica così ampia e globale viene intervistata su aspetti inerenti la comunicazione con il pubblico. Le domande rivolte agli astronomi dai due autori dello studio, Marta Entradas e Martin Bauer, entrambi ricercatori al Department of Psychological and Behavioural Science della London School of Economics and Political Science (Regno Unito), andavano dalla frequenza degli interventi sui social network alla partecipazione a eventi divulgativi. E il numero che più balza agli occhi è 87.5 per cento: tanti sono gli astronomi che hanno dichiarato di aver preso parte a occasioni d’incontro o comunicazione con il pubblico, di solito attraverso conferenze, ma anche visite scolastiche, giornate aperte, mostre, eventi locali, festival e interviste rilasciate ai media.

Tanto? Poco? Nella media? Rispetto ad altri settori della scienza si direbbe tantissimo. Almeno stando a quanto riporta Entradas su Nature: da uno studio di dimensioni analoghe, condotto nel 2009 su 7000 scienziati del Cnrs francese, è emerso che ad aver preso parte ad almeno un’attività di divugazione all’anno erano il 36 per cento dei fisici, il 27 per cento dei biologi e il 23 per cento dei chimici.

Perché proprio gli astronomi? «La nostra disciplina scientifica ci appassiona», dice Teresa Lago, Segretaria generale dell’International Astronomical Union, «e sentiamo che è nostro dovere condividerla il più possibile. Ci sentiamo privilegiati a lavorare nell’astronomia, e vogliamo condividere la nostra eccitazione man mano che vediamo progredire la nostra conoscenza dell’universo».

Una lettura che trova d’accordo anche Stefano Sandrelli, responsabile per la didattica e la divulgazione all’Istituto nazionale di astrofisica. «L’astrofisica si occupa di temi affascinanti, che non parlano solo alla ragione ma anche alle emozioni delle persone», ricorda Sandrelli a Media Inaf. «Questo permette di stabilire un classico circolo virtuoso: da una parte l’astronomia interessa; dall’altra l’astronomo è affascinato dalle frontiere che indaga, ma anche dal fascino che suscitano le sue ricerche. Quindi risponde con entusiasmo alle richieste del pubblico. A sua volta questa disponibilità alimenta le richieste delle persone. Insomma, è un bell’esempio di dialogo fra comunità che si guardano con simpatia».

In questo grafico, la frequenza con la quale gli astronomi dell’Iau partecipano ai canali dei media online. Crediti: Nature/M. Entradas (Lse, Iscte-Iul)

Con simpatia e attraverso contatti per lo più diretti, non virtuali. Meno del 20 per cento degli interpellati dichiara infatti di condurre la propria attività divulgativa attraverso blog o social network.

Ma c’è di più. Anche gli autori del sondaggio hanno cercato di comprendere le motivazioni che spingono gli astronomi a dedicare tempo alla divulgazione. E ciò che è emerso è un grande disinteresse: solo il 27 per cento dice di farlo anzitutto con un occhio a eventuali premi, alla carriera o a un riconoscimento economico. Tutti gli altri mettono al primo posto la soddisfazione personale – la joie de vivre, scrivono su Nature – che ne ricavano. Altro aspetto niente affatto scontato: il 96 per cento, dunque quasi la totalità, è certo che l’attività divulgativa non comporti una penalizzazione dal punto di vista professionale, come per esempio non essere guardati di buon occhio da colleghi più austeri e distaccati. Al contrario, la divulgazione è ritenuta dai più una parte fondamentale del proprio lavoro di astronomo.

Tutto all’insegna della massima spontaneità: la maggior parte di chi ha risposto ammette infatti di non avere una formazione specifica nella divulgazione, ma anche di non sentire particolare necessità del sostegno dei comunicatori di professione presenti nel proprio ente, e di incontrare volentieri il pubblico per conto proprio, anche senza finanziamenti dedicati.

E proprio a proposito di finanziamenti, un aspetto interessante messo in rilievo dall’indagine è che non è affatto necessario disporre dei mezzi che solo i paesi più ricchi possono fornire, per potersi dedicare con passione alla divulgazione, anzi. «Ciò che più mi ha sorpreso nel nostro studio», osserva Entradas, «è la grande attività che abbiamo riscontrato fra gli astronomi che lavorano nelle regioni meno sviluppate, che in alcuni casi possono superare l’attività di chi lavora in Europa o negli Stati Uniti». Non a caso, in cima alla classifica, con un’incredibile media di 22 attività divulgative all’anno a testa, svettano le astronome e gli astronomi di Africa e Sud America.

Per saperne di più:

Sulla divulgazione dell’astronomia in Africa, guarda su MediaInaf Tv l’intervista a Olayinka Fagbemiro: