MASCOT NELL’ASTEROIDE DELLE MERAVIGLIE

Hayabusa2, touchdown rimandato

Molte rocce, niente polvere: questo il sorprendente ritratto del suolo di Ryugo ottenuto grazie all’analisi lunga 17 ore compiuta sul posto dal piccolo lander della Dlr. Quanto all’approdo per il prelievo di campioni, la Jaxa fa sapere che l’operazione è rimandata al 2019

Il luogo del primo contatto di Mascot con l’asteroide. Crediti: Mascot/Dlr/Jaxa

Hayabusa2 deve attendere. La Jaxa – l’agenzia spaziale giapponese – ha comunicato che il touchdown della sonda sull’asteroide Ryugu per il prelievo di campioni da riportare sulla Terra non potrà avvenire prima del 2019. La scelta è stata presa per consentire ulteriori prove di avvicinamento dopo quella del mese scorso, interrotta anzitempo a causa di un problema con l’altimetro laser. Nel frattempo, i tecnici della Dlr – l’agenzia spaziale tedesca – sono riusciti a ricostruire il tragitto compiuto sull’asteroide dal piccolo lander Mascot durante la sua missione del 3 ottobre scorso. Le immagini raccolte durante le 17 ore di attività consentite dalla batteria di bordo mostrano una composizione del suolo sorprendente: è tutto roccioso, non c’è praticamente traccia di polvere.

L’avventura del piccolo Mascot – un laboratorio chimico-fisico in miniatura – era iniziata, appunto, alle 3:57 e 21 secondi del 3 ottobre, quando un meccanismo a molla lo aveva spinto dolcemente (4 cm/s) fuori dalla sonda madre per lasciarlo scendere in caduta libera, da un’altezza di 51 metri, verso il suolo di Ryugu. La discesa ha richiesto circa 6 minuti, e il primo punto di contatto – avvenuto alle 4:03 nella regione designata, chiamata MA-9 e ribattezzata “Alice’s Wonderland” – è stato un masso alto tre o quattro metri. Masso sul quale Mascot è subito rimbalzato, e non è stato che il primo di una serie di otto rimbalzi: sono stati necessari ben 31 minuti prima che il lander riuscisse infine a posarsi.

Se la cosa vi stupisce, pensate che su Ryugu – una roccia di nemmeno 900 metri di diametro – l’attrazione gravitazionale è appena 1/66500 di quella terrestre. Ciò significa che, se facessimo salire Mascot, che sulla Terra pesa circa 10 kg, su una bilancia posta sull’asteroide, la lancetta non si sposterebbe neppure di un grammo. È anche per questo che un classico rover – un mezzo con le ruote – non è la soluzione migliore per spostarsi su un siffatto mondo: rischierebbe di prendere il volo ogni volta che si lascia la frizione. Molto più comodo saltare, come fanno i moduli Minerva. O rotolarsi.

Come una tartaruga ribaltata sul guscio

Già, rotolarsi: è proprio questo che è in grado di fare Mascot. Grazie alla bassa gravità, gli è infatti sufficiente un movimento ben calibrato del suo braccio di tungsteno per rigirarsi di lato o addirittura spostarsi di qualche passo. Una tecnica di spostamento mai utilizzata in precedenza nella storia dell’esplorazione spaziale.

L’approccio (in giallo) di Mascot all’asteroide e il suo percorso sulla superficie (in azzurro). In basso a destra, l’ombra di Hayabusa2 (cliccare per ingrandire). Crediti: Mascot/Dlr/Jaxa

Utile a spostarsi, ma anche a “rotolarsi”, dicevamo. E gli scienziati sanno quanto ce ne sia stato bisogno: quando i tecnici della missione hanno ricevuto le prime immagini, infatti, è stato subito evidente che lo scatolotto si era posato sul lato sbagliato. Come una tartaruga capovolta sul guscio. Al centro di controllo della Dlr di Colonia, dopo averci pensato su tre ore, hanno deciso d’azionare il “braccio ribaltante”. Ryugo dista dalla Terra circa 300 milioni di km, dunque il comando ha impiegato circa 18 minuti per arrivare al lander, e altri 18 minuti sono serviti per ricevere indietro le nuove immagini. Ma l’attesa è stata premiata: attorno alle 10:30 è stato chiaro che Mascot era riuscito a posizionarsi correttamente e aveva avviato la sua sequenza automatica di quattro esperimenti. Esperimenti poi ripetuti anche in altre due aree dell’asteroide nelle restanti dieci ore di attività, mentre il Sole tramontava e sorgeva nuovamente – lassù un giorno dura poco più di sette ore e mezza. In tutto, 17 ore e 7 minuti di attività, rispetto alle 16 ore previste.

Tutta roccia, niente polvere

Come dicevamo, l’aspetto più sorprendente emerso dall’analisi preliminare dei dati collezionati da Mascot è la totale assenza di terreno piano e polveroso: è tutto roccioso, ed è tutto piuttosto impervio. Informazione che, aggiunta a quelle raccolte dagli hoppers Minerva e dalla stessa navicella Hayabusa2, ha indotto i tecnici della missione a scegliere, come zona di touchdown per quest’ultima, l’area designata con la sigla “L08-B”. Non ampia quanto si sperava (l’obiettivo iniziale era trovare un’area safe da almeno 50 metri di raggio), ma comunque la migliore fra quelle individuate.

Per avere la certezza che L08-B sia sufficientemente sicura, e soprattutto per collaudare il funzionamento di due sistemi cruciali per il corretto svolgimento dell’operazione di touchdown (nelle cui fasi finali Hayabusa2 dovrà agire in modo autonomo), sono però ora necessarie almeno due ulteriori prove di avvicinamento. I due sistemi critici da provare sono il tracking dei cosiddetti target makers – piccoli riferimenti artificiali (Hayabusa2 ne trasporta cinque) che vengono fatti posare sul suolo prima di ogni touchdown – e, soprattutto, la risposta del laser range-finder, l’altimetro laser che non ha funzionato come ci si attendeva, probabilmente a causa della bassa riflettanza di Ryugu, durante il tentativo dell’11 settembre, costringendo la sonda a fermarsi a 600 metri dal suolo. La prima delle due prove di touchdown è in calendario per il 14-15 ottobre, la seconda per il 24-25 ottobre. Nei mesi di novembre e dicembre le comunicazioni saranno interrotte a causa del Sole, che si troverà fra la Terra e Ryugu. Ecco dunque che la prima data utile per il touchdown vero e proprio non potrà essere che nel 2019.