”RAMSES II” A VENEZIA, E UNA SFERA NELLO SPAZIO

Inquinamento luminoso, dal faro alla finta stella

Non bastano i lampioni a disturbare il lavoro degli astronomi: ora si aggiungono anche potentissimi fasci di luce diretti verso il cielo e sfere orbitanti dal dubbio scopo scientifico. «Ci stiamo muovendo e abbiamo già fatto una proposta pragmatica», dice Roberto Ragazzoni, direttore dell'Inaf di Padova, in merito alla vicenda del faro Ramses II di Porto Marghera

     29/01/2018

Immagine notturna dell’Europa illuminata (2016). Crediti: immagine del Nasa Earth Observatory realizzata da Joshua Stevens usando i dati del Suomi Npp Viirs, Miguel Román, Nasa’s Goddard Space Flight Center

Potete dire in tutta onestà di aver avuto la fortuna, negli ultimi anni, di poter osservare il cielo stellato circondati solo dal buio e nient’altro? Sono davvero pochi i luoghi in tutto il globo terrestre dove esiste il buio assoluto, nessun lampione, nessuna lampadina, nessuna macchina di passaggio. Le nostre città sono ormai illuminate in qualsiasi ora del giorno e della notte e l’inquinamento luminoso è un problema che sempre di più sta interessando ricercatori e cittadini. Il tema riguarda gli scienziati, perché il cielo è davvero difficile da studiare se a interferire ci sono le luci delle città (per questo i telescopi vengono costruiti in luoghi remoti del pianeta), ma riguarda anche ognuno di noi, visto che diversi studi hanno provato come le illuminazioni cittadine (anche quelle led a risparmio energetico) possano introdurre non pochi squilibri nel nostro organismo e in quello degli animali.

«In generale, le diverse forme di inquinamento luminoso aumentano la luminosità del cielo notturno. L’effetto finale dipende da un grande numero di fattori, come la presenza di foschie, la nuvolosità, la presenza o meno della Luna in cielo e naturalmente dalla distanza dell’Osservatorio astronomico da queste sorgenti. E non c’è bisogno che siano vicinissime: anche a distanza di centinaia di chilometri possono disturbare le osservazioni più sofisticate», spiega Roberto Ragazzoni, direttore dell’Inaf di Padova.

Il faro Ramses II che illumina il porto di Marghera, Venezia

Prendiamo un esempio molto recente, del quale potete leggere in questi giorni su molti giornali online e blog. Il faro “Ramses II” puntato sul cielo notturno per tre mesi (dal 18 gennaio scorso fino a marzo) ha generato una grande mobilitazione sia da parte della comunità scientifica internazionale degli astronomi che dell’opinione pubblica (cittadini e politici locali). Di cosa si tratta? Voluto dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro per celebrare il centenario di Porto Marghera, il maxi fascio di luce da 72 kilowatt sta a simboleggiare il futuro luminoso dell’area industriale. Per quanto l’iniziativa sia affascinante, fotogenica e di sicuro impatto visivo, c’è chi ha storto il naso pensando alla non sottovalutabile questione della legge regionale sull’inquinamento luminoso. Visibile a oltre 40 chilometri di distanza (alcuni dicono 100), il fascio arriva a 12 chilometri in altezza e a molti vien da chiedersi quanto può costare (in termini economici e ambientali) alla comunità una tale illuminazione notturna.

La protesta ha visto il coinvolgimento di migliaia di cittadini (con una raccolta firme e un esposto depositato alla Procura della Repubblica) e di numerosi esponenti della comunità degli astronomi (in prima fila l’International Astronomical Union) e degli astrofili (con l’Unione astrofili italiani). «Ci stiamo muovendo e abbiamo già fatto una proposta pragmatica», aggiunge Ragazzoni in merito alla vicenda. «Per ora non voglio dire di più, vedremo se e come questa verrà valutata dagli attori in gioco. Abbiamo compreso la natura simbolica del faro di Marghera, ed è sui simboli che vogliamo lavorare».

«Nelle nostre città c’è un oggettivo bisogno di luce, per il traffico, per la sicurezza e anche, perché no, per gustarne la loro bellezza. Lanciare la luce verso lo spazio», osserva il direttore dell’Inaf di Padova, «è però uno spreco per tutte queste necessità. È un caso in cui indirizzare la luce là dove serve davvero rende contenti gli astronomi come i cittadini e gli amministratori. E per i cittadini intendo sia quelli che vivono nel tessuto urbano sia quelli che vogliono godersi lo spettacolo della Via Lattea, fuori mano. Più luce per sicurezza, traffico e per gustare il cielo e la città; meno luce spedita verso il cielo e più energia risparmiata, qualunque sia il soggetto che paga la “bolletta”… Volendo si può fare in modo che vincano tutti».

Peter Beck, amministratore delegato della società Rocket Lab, e il suo “Humanity Star”, un satellite in fibra di carbonio e pannelli che riflettono la luce rilasciato di recente nell’orbita terrestre. Crediti: Rocket Lab, www.thehumanitystar.com

Ma nel resto del mondo le proteste e i malumori non sono molto diversi da quelli nostrani. A scatenare l’ira e i dubbi di molti astrofisici e ricercatori è una particolare sfera chiamata Humanity Star, prodotta e lanciata in orbita (assieme ad altri satelliti) lo scorso 21 gennaio dalla base privata in Nuova Zelanda della startup californiana Rocket Lab. Si tratta di un oggetto simile a una sfera stroboscopica (avete presente quelle da discoteca?), in fibra di carbonio, realizzato per riflettere i raggi solari. Come un grande specchio che compie un’orbita attorno alla Terra ogni 90 minuti, a riflettere la luce sono i 65 elementi triangolari che compongono la struttura geodetica larga circa un metro. La luce lampeggiante può essere visibile da qualunque parte del globo, dicono poeticamente i creatori, e sarà uno degli oggetti più luminosi dei prossimi nove mesi dell’anno (l’oggetto verrà fatto rientrare nell’atmosfera terrestre al termine di questa operazione).

Un oggetto inutile, dicono in molti, anche perché non sembra avere uno scopo prettamente scientifico oltre a quello di riflettere la luce del Sole come se fosse una stella artificiale! Ebbene, oltre a questo commento, astronomi e amatori concordano su altri aspetti negativi del progetto portato avanti dall‘amministratore delegato della società, Peter Beck, come appunto il fatto che Humanity Star si aggiunge alla già folta schiera di ritrovati tecnologici che creano inquinamento luminoso sul nostro pianeta e che inquinano le varie orbite attorno alla Terra (la cosiddetta spazzatura spaziale). Questa sfera in sé non crea particolari problemi, ma il messaggio intrinseco preoccupa gli esperti: in futuro sarà sempre più semplice e meno costoso produrre e lanciare satelliti, lo spazio sarà “commercializzato” e la porzione di cielo che circonda il nostro pianeta potrebbe diventare davvero affollata e contaminata. Ciò è un problema ambientale ma anche pratico, perché gli astronomi che studiano i segreti dell’universo avranno sempre più ostacoli nel loro lavoro.