FUOCHI D’ARTIFICIO MULTIBANDA

Nelle spire del buco nero

Grazie a osservazioni in ottico, ultravioletto e X compiute con il telescopio spaziale Swift, un team di astrofisici è riuscito a ricostruire la dinamica e le regioni di provenienza delle emissioni generate dall’evento di distruzione mareale Asassn-14li. Lo studio su ApJ Letters

Rappresentazione artistica di Asassn-14li. Crediti: Nasa

C’era una volta, 290 milioni di anni fa, un’intrepida stella finita pericolosamente vicina a un enorme buco nero. Il titolo è tutto un programma: Asassn-14li. E non è una fiaba. È un evento di distruzione mareale osservato per la prima volta nel 2014, poi mappato accuratamente da Swift e ora approdato sulle pagine di ApJ Letters.

«Abbiamo notato variazioni nella luminosità X circa un mese dopo avere osservato cambiamenti analoghi in luce visibile e ultravioletta», ricorda l’astrofisico alla guida del team che ha firmato lo studio, Dheeraj Pasham, del Massachusetts Institute of Technology. «Questo potrebbe voler dire che l’emissione ottica e ultravioletta ha avuto origine lontano dal buco nero, là dove i flussi ellittici di materia orbitante collidono fra loro».

Per quanto apocalittico, lo scenario di Asassn-14li agli occhi degli astronomi presenta tratti familiari: all’origine del catastrofico evento, il sequestro di una stella simile al nostro Sole da parte di un buco nero supermassiccio da tre milioni di masse solari non tanto diverso da quello che alberga al centro della nostra galassia. Uno mostro gravitazionale il cui orizzonte degli eventi si estende lungo uno spazio 13 volte più grande del Sole, stimano gli scienziati, circondato da un disco d’accrescimento – alimentato dalla materia sottratta alla stella smembrata – che si può a sua volta estendere a oltre il doppio della distanza fra la Terra e il Sole.

Asassn-14li è stato scoperto il 22 novembre 2014 attraverso immagini ottenute, come dice il nome, dalla survey Asassn (All Sky Automated Survey for SuperNovae), che sfrutta telescopi robotici situati alle Hawaii e in Cile. Le osservazioni di follow-up con i telescopi per raggi X, ultravioletti e ottici a bordo del telescopio spaziale Swift hanno invece avuto inizio otto giorni dopo, e sono andate avanti, a intervalli di qualche giorno, per i successivi nove mesi.

L’articolo pubblicato da Pasham e colleghi è uscito il 15 marzo su Astrophysical Journal Letters, e mostra – appunto – come le interazioni tra i frammenti di materia in caduta verso il buco nero possano essere all’origine dell’emissione ottica e ultravioletta. Ciò che accade è che il materiale strappato alla stella dalle forze mareali precipita inizialmente verso il buco nero, finendo però per oltrepassarlo, per poi inarcarsi a formare orbite ellittiche e infine scontrarsi con il flusso in arrivo.

«Gli addensamenti di materia, nel tragitto di ritorno, entrano in collisione con il flusso in arrivo, innescando così onde d’urto che emettono luce visibile e ultravioletta», spiega Bradley Cenko del Goddard Space Flight Center della Nasa, coautore dello studio. «Precipitando verso il buco nero, questi addensamenti sono all’origine anche dell’emissione di raggi X proveniente da quella regione».

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