INTERVISTA A NICHI D’AMICO

Inaf secondo al mondo su Nature

Si chiama “top collaborators”, si basa sulle pubblicazioni scientifiche, è una classifica elaborata ogni anno da Nature, e l’edizione 2016 vede l’Istituto nazionale di astrofisica al secondo posto. Cosa significa questo risultato e come mantenerlo? Lo abbiamo chiesto al presidente dell’istituto, Nichi D’Amico

La "Top 100 overall collaborators" stilata da Nature (cliccare per accedere alla tabella completa

La “Top 100 overall collaborators” stilata da Nature (cliccare per accedere alla tabella completa

Secondi solo al Cnrs francese e davanti a istituzioni blasonate come il Max Planck, l’Accademia delle scienze cinese, il Cern e la stessa Nasa. La posizione ai vertici ottenuta nella graduatoria mondiale delle collaborazioni in campo scientifico, pubblicata la settimana scorsa da Nature, riempie l’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di soddisfazione. Ma, orgoglio a parte, cosa significa questo secondo posto? Lo chiediamo al presidente dell’istituto, Nichi D’Amico.

Anzitutto, cosa misura la “top 100 dei collaboratori”? Cos’è questo collaboration score che vede l’Inaf secondo al mondo?

«È un parametro bibliometrico, dunque basato sulle pubblicazioni scientifiche, che riflette la capacità che hanno i ricercatori del nostro istituto di lavorare ed essere apprezzati nei più autorevoli gruppi internazionali».

Perché è così importante saper collaborare, nella scienza, al punto che Nature misura questa abilità con un indice dedicato?

«Collaborare, nella scienza, significa lavorare al di fuori dei propri schemi sociali, dei propri schemi ideologici o politici, della propria religione o classe sociale. Significa quindi porre la conoscenza al di sopra dei pregiudizi. Significa dare alla conoscenza il ruolo primario di collante fra i popoli. Significa stabilire che qualsiasi essere umano è uguale agli altri di fronte alla Natura e ai suoi misteri».

Come fanno le ricercatrici e i ricercatori dell’Inaf a essere così “bravi a collaborare”, secondo lei? Sono più estroversi e abili degli altri a costruire relazioni? O è l’astrofisica, come disciplina, che incoraggia il lavoro di gruppo? O, più banalmente, è un classico caso di bisogno che aguzza l’ingegno?

«Occorre innanzitutto riconoscere che la scuola di astronomia e astrofisica in Italia vanta una tradizione di altissimo profilo. E non va dimenticato che molti astrofisici illustri, fondatori di vere e proprie scuole all’estero, per esempio negli Usa, sono italiani. Un capitale intellettuale di questa portata non poteva non cogliere la necessità di internazionalizzazione di cui questa disciplina ha bisogno per affrontare le grandi sfide del futuro, per esempio la realizzazione e la gestione di grandi infrastrutture osservative. La genialità e la capacità di relazionarsi del nostro popolo hanno semplicemente chiuso il cerchio».

Top collaborators a parte, l’Inaf si piazza al secondo posto, questa volta a livello nazionale, anche nella graduatoria delle top institutions, con un incremento del 7.3 per cento dal 2014 al 2015. Qual è il segreto?

«Il segreto è la forte connotazione bottom-up del nostro ente. Lo statuto dell’Inaf riconosce una significativa autodeterminazione alle strutture di ricerca dell’ente. Sebbene a volte questo abbia configurato potenziali problematiche “centrifughe” in cui le stesse strutture sembravano proporsi come dei “piccoli enti”, in realtà questa è una grande forza: innanzitutto perché la scienza è bottom-up, ma anche perché questo ha alimentato la fierezza e la passione di chi si “trova sul pezzo”, e cioè di chi “fa la scienza”: le nostre ricercatrici, i nostri ricercatori, il personale di supporto. Allo stesso tempo, l’evolversi dell’astronomia moderna verso grandi imprese, che vedono i main stream in mano a grandi collaborazioni internazionali, ha smorzato l’attitudine centrifuga di un tempo, che aveva semplicemente delle radici storiche: pur mantenendo il loro radicamento sul territorio, cosa che ha un’incredibile valenza sul fronte della formazione e alta formazione che offriamo agli studenti, le nostre strutture oggi concorrono sempre più a formare grandi squadre uniche e coese a livello nazionale di altissimo profilo. Questo è un trend che la presidenza sta incentivando con l’istituzione di articolazioni tematiche nazionali».

I cinque articoli con autori Inaf con punteggio Altmetric più elevato fra quelli pubblicati dal 1/9/2015 al 31/8/2016

I cinque paper con punteggio Altmetric più elevato fra quelli con autori Inaf dal 1/9/2015 al 31/8/2016

Nature elenca anche i cinque articoli top per ogni istituzione, quelli con il punteggio Altmetric più elevato. Per l’Inaf, al primo posto c’è uno studio sull’argomento caldo dell’anno, i Fast radio burst, uscito su Nature lo scorso febbraio. Studio che vede fra gli autori tre astrofisici della “scuola cagliaritana”: Marta Burgay, Delphine Perrodin e Andrea Possenti. Merito dell’argomento o della squadra?

«Beh, se affermassi che è solo merito della squadra rischierei di essere auto-referenziale, perché si tratta della squadra che io stesso ho allevato a suo tempo. Ma visto che sono ormai trascorsi anni da quando Andrea a Marta erano miei allievi, e sono essi stessi che oggi “fanno scuola”, credo di potere affermare con soddisfazione che la squadra in questione è di alto profilo. A questo si aggiunge certamente il fatto che l’argomento è di grande attualità».

Da un grande risultato derivano grandi responsabilità: è un’eccellenza a rischio, questa dell’Inaf? Cosa è necessario fare per mantenere posizioni così elevate?

«In effetti un certo rischio esiste. Da alcuni anni la spending review ha visto decrescere in modo significativo il Foe, il Fondo ordinario per il finanziamento degli enti di ricerca, e quindi anche il nostro. Purtroppo questa spending review è stata un po’ troppo “orizzontale”, senza per esempio tenere conto che nel Foe dell’Inaf erano inclusi i costi fissi di gestione di grandi infrastrutture internazionali (in Italia e all’estero) di cui siamo proprietari o comproprietari, in cui è presente l’intellettualità scientifica e industriale del paese, e che ci danno quella caratterizzazione internazionale che ci vede al top delle classifiche. Questa problematica è all’attenzione del governo, e sono certo che sarà risolta. Un altro problema che affigge l’Inaf e gli altri enti pubblici di ricerca (Epr) italiani è il turn over, che rischia di non permetterci di passare il testimone di questa eccellenza alle nuove generazioni.  Anche questo aspetto è comunque oggetto di attenzione da parte del governo, e per esempio quest’anno c’è stata un’iniezione straordinaria di posti di ricercatore negli Epr, e il nuovo assetto per gli Epr annunciato dal “decreto Madia” dovrebbe dare maggiore autonomia assunzionale agli Epr, posto che in parallelo il Foe sia adeguatamente riequilibrato».

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