DATI RACCOLTI CON LO STRUMENTO HAWK-I

Orione nel mirino di VLT

Un team internazionale di ricercatori ha realizzato lo studio più dettagliato di sempre sulla Nebulosa di Orione, la regione ad alto tasso di formazione stellare nell’omonima costellazione. I dati mostrano che all’interno della nebulosa c’è una quantità inaspettatamente grande di stelle di piccola massa e oggetti di dimensioni planetarie

Questa spettacolare immagine della Nebulosa di Orione è stata ottenuta da esposizioni multiple utilizzando lo strumento agli infrarossi HAWK-I montato sul Very Large Telescope dell'ESO in Cile. Crediti: ESO/H. Drass et al.

Questa spettacolare immagine della Nebulosa di Orione è stata ottenuta da esposizioni multiple utilizzando lo strumento agli infrarossi HAWK-I montato sul Very Large Telescope dell’ESO in Cile. Cliccare sull’immagine per vedere il file ad alta risoluzione. Crediti: ESO/H. Drass et al.

La costellazione di Orione è tra le più spettacolari e facilmente riconoscibili del cielo. Al centro della sua spada, che pende dalla cintura, c’è la Nebulosa di Orione, una vera e propria fucina di stelle. Lo strumento agli infrarossi HAWK-I, montato sul Very Large Telescope (VLT) dell’ESO, ha scrutato in profondità questa nube, facendo emergere un numero di nane brune e oggetti isolati di massa planetaria dieci volte maggiore di quanto osservato fino ad ora. Questa scoperta apre nuove sfide per gli scenari che ci permettono di ricostruire la storia di formazione stellare nelle nebulose simili a quella di Orione.

L’immagine prodotta dallo strumento HAWK-I rappresenta l’osservazione più profonda e completa ma ottenuta per la Nebulosa di Orione, oltre ad essere una ripresa di spettacolare bellezza. La Nebulosa di Orione è visibile ad occhio nudo dalla Terra, e appare come una nuvoletta priva di una forma precisa. La presenza di stelle calde e giovani al suo interno fa sì che la nube sia illuminata da un’enorme quantità di radiazione ultravioletta. Tale gas ionizza il gas presente nella nube, che risulta quindi brillante.

Uno dei motivi per cui la Nebulosa di Orione è così famosa e studiata è che si trova a soli 1.350 anni luce da noi. Questa vicinanza la rende un banco di prova ideale per comprendere meglio il processo di formazione di nuove stelle, e per determinare quale sia il numero di stelle che si formano per diversi valori di massa.

«Capire quanti oggetti di piccola massa si trovano nella Nebulosa di Orione è molto importante per restringere il campo per i modelli di formazione stellare», dice Amelia Bayo, ricercatrice presso l’Università di Valparaíso e l’Istituto Max-Planck Institut für Astronomie, nonché co-autrice dell’articolo che riporta i risultati di questa ricerca. «Grazie ai dati raccolti ora ci rendiamo conto che il modo in cui si formano questi oggetti di piccola taglia dipende dall’ambiente in cui si trovano».

La nuova immagine raccolta dal VLT ha destato molto interesse nella comunità scientifica, poiché rivela un’inaspettata ricchezza di oggetti di taglia piccola e molto piccola (fino a dimensioni planetarie). Questo dato suggerisce che la Nebulosa di Orione potrebbe favorire la formazione di oggetti piccoli, molto più di quanto osservato in altre regioni di formazione stellare.

Questa immagine mostra alcuni particolari della Nebulosa di Orione ottenuti dalla campagna osservativa con lo strumento HAWK-I del Very Large Telescope dell'ESO in Cile. Credit: ESO/H. Drass et al.

Questa immagine mostra alcuni particolari della Nebulosa di Orione ottenuti dalla campagna osservativa con lo strumento HAWK-I del Very Large Telescope dell’ESO in Cile. Credit: ESO/H. Drass et al.

Lo studio della quantità di oggetti di piccola taglia presenti nelle regioni come la Nebulosa di orione permette agli astronomi di comprendere meglio il processo di formazione stellare. Prima di questa analisi, le stelle più piccole osservate in questa regione avevano masse pari a un quarto di quella del Sole. L’esistenza di un’estesa popolazione di oggetti con masse molto inferiori cambia completamente il quadro teorico che definisce la distribuzione di massa della nebulosa.

I dati raccolti dal VLT suggeriscono, tra l’altro, che all’interno della nebulosa potrebbe esserci una quantità ancora maggiore di oggetti di dimensioni planetarie. Sebbene attualmente non esista una tecnologia in grado di fornirci informazioni dettagliate su oggetti di questa taglia, il telescopio del futuro progettato dall’ESO e chiamato European Extremely Large Telescope (E-ELT) ha tra i suoi obiettivi proprio questo tipo di osservazioni.

«Vedo il nostro risultato come un primo sguardo in una nuova era della scienza planetaria e della formazione stellare», conclude Holger Drass, ricercatore presso l’Università della Ruhr a Bochum e primo autore dello studio. «L’enorme numero di pianeti che si aggirano nel cosmo al limite di osservazione attuale mi fa sperare che scopriremo un gran numero di piccoli pianeti, simili alla Terra, quando E-ELT sarà operativo».

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