INTERVISTA A MARIA GIOVANNA DAINOTTI

Da Salerno a Stanford inseguendo i GRB

Una correlazione “3D”, fra tre dei parametri che caratterizzano i lampi di raggi gamma, ha consentito a un team di astrofisici d’individuare un campione di sorgenti candidate a svolgere il ruolo di “candele standard”. Media INAF ha raggiunto la prima autrice dello studio

Maria Giovanna Dainotti

Maria Giovanna Dainotti

«Sono originaria di Salerno, mi sono trasferita a Roma per il dottorato nel 2005, dopo la laurea all’Università di Salerno. E da lì è cominciata la stupenda avventura del viaggio nel mondo dell’astrofisica. E nel mondo vero e proprio: sono stata infatti a lavorare come ricercatrice e visiting in molti luoghi, tra i quali Harvard University, Leicester University, Tokyo… e adesso sono ritornata qui a Stanford, dove ero stata visiting già altre tre volte con varie borse di studio», racconta a Media INAF Maria Giovanna Dainotti, che oltre alle esperienze elencate è pure assegnista di ricerca all’INAF IASF di Bologna e persino Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Ma il motivo per cui l’abbiamo raggiunta è che è prima autrice di un articolo, in pubblicazione su Astrophysical Journal Letters, che – come abbiamo riferito ieri su Media INAF – potrebbe avere un notevole impatto sullo studio dell’espansione accelerata dell’Universo. I risultati, presentati la scorsa settimana a San Diego in una conferenza stampa nell’ambito del 228esimo meeting dell’AAS, l’American Astronomical Society, si basano sull’identificazione di tre parametri che, correlati fra loro, permettono d’individuare una popolazione di lampi di raggi gamma (GRB, dall’inglese gamma ray bursts) analoga – dal punto di vista funzionale – alle supernove di tipo Ia: quelle del Nobel 2011, per intenderci. I tre parametri sono la luminosità osservata al picco del prompt (la fase principale) del lampo gamma, la durata dell’intervallo piatto seguente (plateau) e la luminosità durante il cosiddetto afterglow. «Questi tre parametri», spiega Dainotti a Media INAF, «costituiscono un piano che pensiamo essere il piano fondamentale dei GRBs, dove solo determinate categorie di GRBs con definite caratteristiche giacciono appunto sul piano».

Possiamo dire, alla luce di questi risultati, che i lampi di raggi gamma (GRB) si aggiungono alle suopernove di tipo Ia (SN Ia) per la misura delle distanze comiche? Se sì, con quali vantaggi e quali limiti?

«Sì, i GRBs possono affiancarsi alle SNe Ia nella misura delle distanze, cioè stiamo aggiungendo un piolo molto importante nella costruzione della scala delle distanze. Il vantaggio di usare i GRBs è che essi si estendono fino a 13 miliardi di anni, le SNe più lontane invece fino a 10 miliardi, anche se la maggior parte di esse arriva solo fino 350 milioni di anni. Lo svantaggio dell’uso dei GRBs è che, nonostante il piano fondamentale da noi scoperto, la dispersione di questa correlazione è comunque maggiore di quella associata alle SNe».

Da 10  a 13 miliardi non sembra poi un miglioramento tanto grande… perché è così importante, per voi astrofisici?

«Perché i GRBs, potendo essendo osservati a grandi distanze, possono mappare l’evoluzione dell’Universo fino all’epoca della reionizzazione, che invece è ancora preclusa, in quanto troppo lontana, alle supernove. Quindi questa differenza temporale è fondamentale per capire se ci sono variazioni nei parametrici cosmologici».

Cambia qualcosa anche per l’energia oscura, con questo vostro risultato?

«Non abbiamo ancora applicato questo risultato alla cosmologia, perché vorremmo prima aumentare ulteriormente il campione di dati e ridurre ancora la dispersione della correlazione, così da ottenere misure cosmologiche più precise. In altre parole, stiamo cercando altri fattori che possano influenzare l’appartenenza dei GRBs al piano fondamentale».