I RISULTATI D’UN ESPERIMENTO SULLO SHUTTLE

Topine rientrano dallo spazio con il fegato grasso

Riscontrati segni preliminari di danni epatici sui topi, dalla NAFLD a un inizio di fibrosi, dopo una permanenza di due settimane nello spazio. I risultati della ricerca, pubblicata su PLOS ONE, impongono studi approfonditi sull’uomo in vista delle future missioni verso Marte

Crediti: National Institutes of Health

Crediti: National Institutes of Health

Eran trenta, eran giovani e forti. Tornate da un viaggio di quasi due settimane, 13 giorni e mezzo per l’esattezza, sono state tutte sottoposte a un checkup che più accurato non si potrebbe. La diagnosi è riportata oggi sulle pagine di PLOS ONE e dice: steatosi epatica non alcolica (NAFLD). In parole povere, fegato grasso. E sono emersi anche alcuni segni preliminari d’un possibile inizio di fibrosi progressiva, una fra le evoluzioni possibili della NAFLD.

L’anno era il 2011. Il viaggio era di quelli che più memorabili non si potrebbe: l’ultimo volo, a bordo della navicella Atlantis, del leggendario programma NASA Space shuttle. E loro, le sfortunate passeggere protagoniste di questa disavventura, erano due gruppi di quindici topine ciascuno. Tutte femmine, tutte nere, tutte d’identico peso e identica età: nove settimane. Trenta topine da laboratorio di tipo C57BL/6J, dove ‘BL’ sta appunto per il colore del pelo, black.

Mentre loro erano lassù in orbita, quindici loro compagne, identiche in tutto e per tutto, sempre di tipo C57BL/6J, venivano sottoposte allo stesso regime dietetico. Al ritorno, campioni di tessuti dei loro organi interni – sia delle trenta che avevano volato nello spazio sia delle quindici del gruppo di controllo – vennero distribuiti fra diversi team di scienziati per essere sottoposti ad analisi accurate.

«Prima di questo studio le informazioni di cui disponevamo sugli effetti del volo spaziale sul fegato erano davvero scarse», ricorda Karen Jonscher della University of Colorado, scienziata a capo di uno dei team che hanno preso parte alle analisi e prima autrice dello studio pubblicato su PLOS ONE. «Sapevamo che gli astronauti mostrano spesso, al rientro dallo spazio, sintomi simili a quelli del diabete, ma di solito spariscono rapidamente».

Sintomi che comunque non lasciano tranquilli i medici: la sola prospettiva di danni al fegato conseguenti alla permanenza nello spazio solleva serie preoccupazioni. Ecco dunque la decisione di sottoporre le trenta topine all’esperimento. Risultato: in effetti, dall’analisi dei tessuti, sembra che trascorrere due settimane sullo shuttle abbia attivato cellule che possono indurre lesioni all’organo e innescare problemi a lungo termine.

In particolare: aumento dell’accumulo di grassi, diminuzione del retinolo (vitamina A) e modifiche nell’espressione dei geni responsabili della scomposizione dei lipidi. A seguito di queste alterazioni, i topi hanno mostrato, come dicevamo all’inizio, i primi segni caratteristici di fegato grasso e di fibrosi progressiva.

«In genere è necessario molto tempo, mesi o addirittura anni, per indurre la fibrosi nei topi, anche sottoponendoli a una dieta per niente sana», spiega Jonscher. «Ora, se un topo comincia a mostrare i sintomi dell’insorgere di fibrosi epatica dopo appena 13 giorni e mezzo, senza che vi sia stato alcun cambiamento nella dieta, cosa succede agli esseri umani?»

Già, può accadere qualcosa di analogo anche al fegato degli astronauti? Trovare risposte certe è importante, soprattutto in vista dei futuri lunghi viaggi verso Marte. Ma non è facile. E non è affatto semplice nemmeno individuare in modo certo nei topi le ragioni all’origine dei sintomi descritti. Il dubbio maggiore riguarda proprio le cause: sono danni dovuti alla microgravità, per esempio, o all’elevato livello di stress generato dal lancio, dalla permanenza in orbita e dal rientro sula Terra? Dubbi ai quali sarà importante trovare una risposta se vogliamo proteggere il più possibile la salute dei futuri astronauti.

Per saperne di più:

  • Leggi su PLOS One l’articolo “Spaceflight Activates Lipotoxic Pathways in Mouse Liver”, di Karen R. Jonscher, Alba Alfonso-Garcia, Jeffrey L. Suhalim, David J. Orlicky, Eric O. Potma, Virginia L. Ferguson, Mary L. Bouxsein, Ted A. Bateman, Louis S. Stodieck, Moshe Levi, Jacob E. Friedman, Daila S. Gridley e Michael J. Pecaut

Fonte: Media INAF | Scritto da Marco Malaspina